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domenica 3 maggio 2026

 

Trilogia di Copenaghen

di Tove Ditlevsen (1917-1976) - Fazi editore 2024

 

Trilogia di Copenaghen, composto dai tre segmenti Infanzia, Giovinezza, Dipendenza, è l’opera più importante di Tove Ditlevsen (scrittrice e poetessa danese di romanzi, poesie e racconti, morta suicida nel 1976), ed è considerato oggi un vero capolavoro della letteratura del 900, definito dal «The New York Times Book Review» uno dei 100 migliori libri del XXI secolo.

E’ stato pubblicato in Danimarca tra il 1967 e il 1971 in tre volumi distinti che sono usciti in Italia nel 2022 da Fazi, editore che li ha poi riuniti in un’unica pubblicazione nel 2024.

Ho letto questo libro perché lui mi ha scelto: non ne conoscevo il titolo e tanto meno l’autrice. Ma ha smosso un sottostrato personale che già avevo coltivato: romanzi e autobiografie di donne alle prese con un femminile tormentato da consapevolezze ricercate con determinazione e fatica, in un contesto di disadattamento alla vita convenzionale e di esasperata ed esasperante vocazione alla ricerca del senso e del confine della propria identità. La ricerca di chi si è nel mondo si realizza spesso, nelle donne, nella scrittura autobiografica.

Nella lettura mi ha colpito subito la sobrietà spontanea e priva di ogni autocompiacimento del suo stile. Il difficile contesto sociale di vita della sua infanzia viene narrato nel succedersi, apparentemente occasionale e distratto, dei racconti di eventi e dei personaggi quotidiani della sua infanzia a Vesterbro (quartiere operaio di Copenaghen) ai suoi, acuti e toccanti quanto fugaci, pensieri sulla sua condizione di bambina alle prese con le contraddizioni e l’indifferenza di un mondo adulto già indurito da terribili disillusioni.

La crescita si consuma in un’ansia vorace, carica di entusiasmi, alla ricerca di svolte esistenziali che hanno al centro la scrittura, ma anche la consapevolezza che ci sono sempre prezzi da pagare e compromessi da accettare.  Ma la giovane Tove è disposta a correre rischi, a cogliere e confrontarsi con un turbinio di occasioni, personaggi, amori eventi. E paga sempre il prezzo delle sue scelte mentre si confronta col riemergere di un’infanzia dolorosa e, come per ognuno, incancellabile.

Nonostante sia davvero divenuta ciò che voleva essere, una scrittrice riconosciuta e pubblicata, cade, iniziata dal terzo marito, nella dipendenza da oppiacei e farmaci, forse nell’ingannevole illusione di essere finalmente amata e in pace con sé stessa. Riesce a descrivere in modo terribilmente efficace e con straordinaria nitidezza le lusinghe e gli inganni dell’uso di sostanze. Ma l’uscita dalle dipendenze, cui approderà grazie all’ultimo marito Victor, non è mai definitiva, così come la resa dei conti con le lacerazioni della propria infanzia.

Lo specchio in cui precoci, dolorose esperienze l’avevano costretta a riflettersi è lì, pronto a rimandarle ancora l’immagine miserabile e indegna da cui, per tutta la sua intensa e travolgente esistenza e nonostante le conquiste conseguite, aveva cercato di emendarsi.

Il suicidio deve esserle apparso, alla fine, un modo di sfuggire a quello specchio, laddove la sua più autentica vocazione, la scrittura, forse non riusciva più ad dissiparne l’angoscia.

di Maria Teresa Rosini

INFANZIA

“Al mattino la speranza c’era. Si posava come un effimero bagliore sui capelli neri e lisci di mia madre, che io non ho mai osato toccare, e si stendeva sulla mia lingua insieme allo zucchero del semolino tiepido che mangiavo lentamente, mentre osservavo le sue mani affusolate, ripiegate l’una sull’altra, immobili sul giornale che parlava dell’influenza spagnola e del Trattato di Versailles. Mio padre era andato al lavoro e mio fratello a scuola. Perciò mia madre era sola, anche se c’ero io, e se restavo perfettamente immobile senza dire nulla, la quiete distante del suo cuore misterioso poteva durare finché il mattino non fosse invecchiato e lei non fosse dovuta uscire per fare la spesa a Istedgade come una signora qualunque.

…Sarebbe rimasta lì seduta, con le mani placidamente ripiegate l’una sull’altra e i begli occhi severi fissati sulla terra di nessuno fra me e lei. E il mio cuore avrebbe ancora a lungo potuto mormorare: Mamma, sapendo che lei, in chissà quale modo misterioso, lo udiva. Avrei dovuto lasciarla in pace per un bel po’, così lei mi avrebbe chiamata senza parole, con la certezza del legame tra noi.

…Ora che la speranza era infranta, mia madre si vestì con movimenti bruschi e rabbiosi, come se ogni capo d’abbigliamento fosse stato un’offesa alla sua persona. Dovevo vestirmi anch’io -il mondo era freddo, pericoloso e inquietante - perché la cupa ira di mia madre sfociava sempre in un ceffone o in uno spintone verso la stufa di maiolica. Era un’estranea misteriosa, e io mi mettevo in testa di essere scambiata in culla, di non essere affatto figlia sua.

…e dentro di me c’erano strani paroloni che mi strisciavano sulla mente come una membrana protettiva. Un canto, una poesia, qualcosa di lenitivo, di ritmico, d’infinitamente melanconico, ma mai triste né deprimente allo stesso modo in cui sapevo che sarebbe stato triste e deprimente il resto della mia giornata. Quando queste onde chiare mi scorrevano dentro, sapevo che mia madre non poteva farmi più nulla, perché in quel momento perdeva ogni importanza per me. Lo sapeva anche lei, e i suoi occhi si riempivano di una gelida ostilità.  

GIOVINEZZA  

…mi guardo intorno, mentre sto in mezzo alla mia famiglia, a questi volti che mi circondano fin dall’infanzia, e li trovo stanchi, invecchiati, come se gli anni che io ho impiegato per diventare adulta li avessero totalmente consumati. Perfino le mie cugine, che non hanno poi tanti anni più di me, hanno un’aria affaticata, logorata. Mio padre è molto taciturno e serio, come ogni volta che porta il vestito della domenica. È come se la fodera fosse fatta di pensieri cupi e pesanti, che lui indossa insieme a quel completo.

… Ma io ho ormai smesso d’interessarmi a tutto quello che succede a casa. Sono veramente viva solo quando sono a casa del signor Krogh. … Dal signor Krogh mi faccio prestare dei libri, che poi gli restituisco dopo averli letti


lunedì 23 marzo 2026




Leggendo questo libro, la cosa che ho notato da subito è stata relativa al fatto che anche se si tratta di un libro uscito nel 2015, gli argomenti sono attualissimi.

Magari all'epoca potevano essere visionari oppure previsionali per molti, io noto invece un tratto molto acuto dello scrittore nel saper essere un ottimo osservatore.

L'autore vuole portare in evidenza il prossimo capitolo dell'evoluzione umana basandosi sui processi attuali in scienza e tecnologia.

Il libro analizza come le scoperte scientifiche stiano minando i fondamenti dell'umanesimo liberale, che pone l'individuo e il libero arbitrio al centro del mondo. 


Le neuroscienze e la biologia mettono in discussione l'esistenza di un io unitario e del libero arbitrio, suggerendo che le nostre decisioni sono il risultato di algoritmi biochimici.

Harari ipotizza che l'umanesimo possa essere soppiantato da una nuova religione, il Dataismo, che vede l'intero universo come un flusso di dati e valuta il valore di qualsiasi entità in base alla sua capacità di elaborare e scambiare informazioni. 

In questo scenario, gli algoritmi potrebbero arrivare a conoscerci meglio di quanto noi conosciamo noi stessi.

Il progresso tecnologico e l'intelligenza artificiale potrebbero portare alla creazione di una vasta classe di inutili dal punto di vista economico e sociale

E' un libro di 500 pagine molto articolato, ma allo stesso tempo molto attrattivo per il mio modo di pensare e di osservare la società ed il mondo di oggi sempre in continua evoluzione.
Probabilmente potrebbe essere uno di quei libri che andrò a leggere nuovamente per poter catturare spunti maggiori a quelli catturati con la prima lettura.

 Alessandro 






lunedì 16 giugno 2014

Giobbe di Joseph Roth

"Andò in cucina,raccolse alla rinfusa carte di giornale e trucioli e accese un fuoco sulla lastra del focolare. Quando il fuoco raggiunse una considerevole altezza e ampiezza, Mendel andò  con passo deciso all'armadio e tirò fuori il sacchetto di velluto rosso in cui si trovavano i suoi filatteri, il suo talèd e i libri di preghiera. S'immaginava come questi oggetti sarebbero bruciati. Le fiamme afferreranno la stoffa ingiallita del manto di pura lana di pecora e l'annienteranno con lingue appuntite,azzurrognole,voraci. Il bordo luccicante di fili argentei si carbonizzerà lentamente,in piccole spirali incandescenti. Il fuoco arrotolerà pian piano i fogli dei libri tramutandoli in cenere grigio argento e per un paio di secondi colorirà di sangue le lettere nere. Gli angoli di pelle delle copertine si arricciano, si drizzano,come strani orecchi coi quali i libri ascoltano quello che Mendel grida loro nella morte ardente. Una spaventosa canzone grida loro."E' finita, finita, finita per Mendel Singer egli grida e con gli stivali batte il tempo,così che le assi del pavimento rimbombano e le pentole alla parete cominciano a tintinnare."Non ha figlio,non ha figlia, non ha moglie, non ha patria, non ha denaro. Dio dice: ho punito Mendel Singer; di che cosa lui, Dio,punisce? Perchè  non Lemmel , il macellaio? Perchè non punisce Skowronnek ? Perchè non punisce Menkel ? Solo Mendel  punisce! Mendel ha la morte, Mendel ha la pazzia, Mendel ha la fame, tutti i doni di Dio ha Mendel . E' finita, finita, finita per Mendel Singer". 

Giobbe è un uomo saggio e semplice che conduce un'esistenza banale, governata dalla ripetitività dei gesti di ogni giorno che assicurano ordine e stabilità al suo mondo..........  "Il dolore lo farà saggio, la deformità buono, l'amarezza mite e la malattia forte." L'interrogativo che pone questo libro è nel rapporto tra dolore e crescita spirituale. La sofferenza viene considerata qualcosa di esterno alla dimensione umana (una punizione divina appunto), però è un mezzo preferenziale di comunicazione con la divinità perché  rompe l'identificazione narcisistica con il proprio ego. E la speranza , oltre ogni mortificazione, si riaffaccia testarda  a consolare l'animo dell'uomo sofferente ............... Isegue
Melissa

Ho da pochi minuti finito di leggere il libro che mi hai consigliato:”Giobbe”..e volevo ringraziarti!!! È un libro bellissimo, nonostante un’apparente tristezza di fondo che lo accompagna! È vero il finale è stato forte e non posso negare che anche in questo caso non sono riuscita a trattenere le lacrime… in fondo perché reprimere a forza un’emozione?! .. anche se si tratta di un romanzo, di una storia inventata, e .........segue
Daniela

Giobbe. Un libro che, a lungo, non si svela. Non capisci perché, chi te lo ha consigliato, ti ha parlato di un libro sulla speranza. Segui le vite di un uomo, e della sua famiglia, immaginando che di loro voglia parlarti. E, in verità, non ci trovi nemmeno niente di straordinario. Invece, in poche pagine, solo alla fine, quando non ti aspetti più alcuna svolta, arriva ! Il messaggio di speranza è forte e diretto. Ti riguarda personalmente. Ti parla di un Dio Padre che è sempre avanti a te di qualche passo, ti anticipa, ti conosce e ti sorprende sempre. Allora capisci perché quella storia ti parla di speranza: perché ti fa venir voglia di affidarti a Lui, sempre, anche quando non ti aspetti più niente e credi che nulla ti potrà sollevare dalle tue umane preoccupazioni. Invece questo accade !
Siamo in buone mani.
Laura

Caro Filippo, ti ringrazio per avermi dato la possibilità di conoscere questo libro e di poter fare alcune riflessioni importanti. La lettura, seppur molto agevole, si presta a diversi livelli interpretativi . Innanzitutto il plot narrativo è un ottimo contenitore per esporre le linee di tensione verso il nuovo mondo ( l’America, impropriamente chiamata invece di Stati Uniti),  in cui si sono riversate le speranze di milioni di persone ............... La pazienza di Giobbe, in Mendel, viene preservata solo dalla follia: infatti se avesse avuto ancora un po’ di senno, egli si sarebbe certamente tolto la vita. Ma Dio ha tollerato anche la sua apostasia, folle e al tempo stesso lucidissima, fatta di meditazioni tutt’altro che scontate. Il finale del libro è degno di un vero thriller.............   In definitiva il finale rientra in pieno nella cultura ebraica, un popolo che vive in attesa di un messia tutto terreno, che restituisca loro quella regalità di popolo perduta con l’avvento di Cristo.......segue
Andrea 

LEGGI TUTTO 

lunedì 31 marzo 2014

Una stella incoronata di buio. Storia di una strage impunita di Benedetta Tobagi



.............   E allora l'autrice sceglie di farci familiarizzare con la vita di quelle vittime lontane,  quasi tutti insegnanti, di svelarci i loro pensieri, il loro impegno sociale, i loro progetti collettivi e, insieme, il senso di un tempo in cui tutto questo aveva un valore che non ha più avuto in seguito.Ma  va anche ben oltre. Non cerca solo l'umana pietà per le vittime, il suo è lo sguardo di una storica per la quale indagare e conoscere, conservare la memoria e le ragioni del tempo passato costituiscono le  uniche chiavi di accesso ad un presente che rischia altrimenti di diventare indecifrabile........  SEGUE

di  Maria Teresa Rosini

martedì 4 marzo 2014

Mandami tanta vita di Paolo Di Paolo



proposta di lettura di Pier  

“Mandami tanta vita” … finalmente, un libro che ha a che fare con la letteratura!  Uno di quei libri che appena lo hai finito di leggere ti lascia l’amarezza di averlo divorato con troppa fretta, e vorresti averlo assaporato meglio, con più calma, anzi, vorresti non averlo mai letto per poterlo scoprire di nuovo.......... segue 

proposta di lettura di Eleonora

Questo libro è innanzitutto emozionante,travolgente e di una tenerezza disarmante, un  eterno rincorrersi, una tensione verso il futuro e l’ansia di fare, di conoscere,  tutto si cristallizza nelle emozioni di base che guidano ogni essere umano, senza eccezioni, con tutte le nostre protezioni......... segue

proposta di lettura di Alceo


Avere messo un gigante del pensiero contemporaneo, come Gobetti - per l'arguzia e la forza delle idee, l'intrepida e vasta intelligenza critica e del cuore - in un romanzo portato a tutti..............è stata la grande, previdente intuizione ...... Che durerà....... segue

domenica 5 gennaio 2014

Giallo d' Avola di Paolo di Stefano



Non è certo con un romanzo di genere che Paolo di Stefano ha voluto confrontarsi nella sua ultima opera, “Giallo d’Avola”.
Nonostante il libro si autodichiari "giallo" sin dal titolo e siapubblicato da Sellerio nella stessa veste grafica dei romanzi di Camilleri, sembra invece di trovarsi di fronte ad un'opera più complessa nella cui elaborazione sono evidenti l'interesse storico e sociologico dell'autore e il legame personale ed emotivo coi luoghi e il tempo della vicenda reale narrata: la Sicilia degli anni cinquanta .>>>>>>SEGUE


di Maria Teresa Rosini

venerdì 22 novembre 2013

Pinocchio in giro per il mondo






La prima volta che lessi la fiaba di Pinocchio avevo circa sette anni: le avventure del burattino che, alla fine, diventa un bambino in carne ed ossa mi entusiasmarono e commossero, per quanto Pinocchio non occupò mai un posto speciale nel mio cuore e non diventò una delle mie fiabe preferite. Il motivo sta forse nel fatto che la mia condotta di bambina ubbidiente e diligente mi ha sempre fatto prendere un po’ le distanze dal carattere ribelle del burattino di legno in cui, ovviamente, mi è stato piuttosto difficile identificarmi. Ho sempre preferito, infatti, le fiabe di Cenerentola, Biancaneve e la Bella Addormentata nel bosco, per citare le più celebri, mentre persino Cappuccetto Rosso, per esempio, che si caccia nei guai per non aver ascoltato i consigli della mamma, non ha mai suscitato, al pari di Pinocchio, la mia particolare simpatia. Eppure, con il passare del tempo, non ho solo imparato ad apprezzare sempre di più questa storia avvincente e appassionante, ma ne ho scoperto vari aspetti nuovi ed interessanti.       >>>>>> SEGUE

di Elvira Apone 

domenica 22 luglio 2012

L’ accompagnatrice di Nina Berberova

Proposta di lettura di Elvira Apone
Nata nel 1901 a San Pietroburgo in una famiglia di origine armena, Nina Berberova lasciò a soli ventun anni la sua città natale con il compagno, il poeta Vladimir Chadosevic, trasferendosi con lui a Berlino. Dopo aver peregrinato per l’Europa per qualche anno, la coppia si trasferì definitivamente a Parigi, in quella periferia della città che avrebbe fatto da sfondo alla maggior parte delle opere della Berberova: la Parigi dei rifugiati russi, costretti ad un esilio che non è solo condizione fisica, ma anche spirituale e psicologica.
E’ a Parigi che Nina Berberova incominciò a scrivere i suoi primi racconti e, nel 1932, il suo primo romanzo: “L’accompagnatrice”, seguito da altri come “La sovrana”, “Il giunco mormorante”, “Il lacchè e la puttana”, “ Felicità”, da alcune biografie, tra cui quella del compositore russo Petr Ilic Chaikovskij, e da diverse raccolte di racconti.
Scriveva, però, sempre in russo, la sola lingua che abbia mai sentito come propria, l’unico legame che le rimase per tutta la vita con il suo paese natale, quel paese che rivide solo dopo molto tempo e che a stento riuscì a riconoscere come quello che aveva lasciato tanti anni prima.

“L’ accompagnatrice” è una sorta di diario intenso e sofferto scritto, appunto, in prima persona dalla protagonista della vicenda: Sonia, frutto di una breve relazione tra una pianista ed un suo giovane allievo, che Sonia non conoscerà mai: “Avevo accusato mio padre di “oltraggio”, capii in seguito di esser stata ingiusta: aveva diciannove anni, per lui mia madre era solo una tappa verso la maturità definitiva. Probabilmente non sospettava neppure che alla sua età fosse ancora vergine. Ma lei? Con quanta passione e con quanta disperazione, malgrado i momenti d’amore, doveva averlo amato per accettare un rapporto con un uomo che avrebbe potuto essere suo figlio e per generare una figlia da quel breve ed unico legame della sua vita. E che le rimaneva, di tutto questo, nella memoria e nel cuore?”
Nina Berberova traccia, così, un ritratto psicologico ed emotivo della protagonista dimostrando, sin da questo suo primo romanzo, la sua straordinaria capacità narrativa nel descrivere l’animo umano con tutte le sue emozioni, i suoi sentimenti più riposti spesso contrastanti ed ambivalenti, la sua vulnerabilità e al tempo stesso il suo inesauribile desiderio di felicità.
Anche Sonia, come sua madre, termina gli studi al Conservatorio e diviene una pianista, ma, come lei, sembra destinata a vivere un’esistenza di miseria e di solitudine che la porta persino a provare per sua madre un misto di affetto, pietà e rancore per averla messa al mondo.
Finalmente, però, la sua vita cambia quando l’unico allievo di sua madre, Mitenka, le fa conoscere una cantante lirica di successo alla ricerca di una pianista che possa seguirla ed accompagnarla al piano durante i suoi numerosi concerti. Nasce così un rapporto confidenziale e profondo tra le due donne, ma al tempo stesso ambiguo e ricco di sfaccettature: Sonia è grata a Maria Nikolaevna per averla accolta in casa sua insieme al marito, per averle dato un lavoro e la possibilità di una vita migliore, ma si sente anche da lei soggiogata, sente fortemente la sua inferiorità nei confronti di una donna bella e sicura di sé che, a differenza di lei, sembra felice ed amata da tutti: “ Lei si muove, parla e canta con grande sicurezza, accompagnando parole e movimenti con gesti calmi, misurati delle mani; sembra sprigionare una specie di calore, una scintilla – divina o diabolica -, non esita mai tra il sì e il no. Io mi sento, a volte, fasciata da una bruma di incertezza, d’indifferenza, di noia, nella quale mi dibatto come un insetto notturno si dibatte nella luce del sole, prima di accecarsi o paralizzarsi”.
Così, Sonia finisce quasi per provare invidia per Maria Nikolaevna e per quella felicità da cui lei, invece, è esclusa, e si rende sempre più conto di vivere un’esistenza vuota e spenta all’ombra di un’altra donna, vittima di un destino che non la vede mai protagonista, ma solo una scialba comparsa della sua stessa vita: “ Intorno a me c’era la gloria di un’altra, la bellezza di un’altra, la felicità di un’altra, e quel che è peggio, sapevo che erano ben meritate, che se non fossi stata seduta al piano, sul palco dove nessuno mi notava o in un cantuccio del camerino, dietro a Maria Nikolaevna, ma in mezzo alla folla che l’applaudiva e correva per vederla all’uscita degli attori, l’avrei anch’io guardata con entusiasmo, avrei anch’io voluto parlarle, toccarle la mano, vederla sorridere. Ma adesso sognavo solo di trovare un punto debole in quell’essere forte, di aver in pugno la sua vita qualora mi diventasse intollerabile rimanere nella sua ombra”.
Altrettanto fallimentari, inoltre, sono i suoi due disperati tentativi di amare ed essere riamata: il primo uomo di cui si invaghisce da ragazza e uno sciocco studente di legge escono in fretta dalla sua vita con la stessa velocità con cui ci erano entrati.
Dopo aver girato per la Russia, Sonia si trasferisce con Maria Nikolaevna ed il marito a Parigi
dove, dopo aver scoperto la relazione sentimentale della cantante con il suo giovane amante, Sonia vorrebbe vendicarsi di lei rivelando tutto al marito. L’epilogo della vicenda sarà, però, sorprendentemente diverso e le due donne si separeranno: Maria Nikolaevna partirà per l’America, mentre Sonia resterà a Parigi a condurre quella stessa esistenza di solitudine e precarietà cui sembra ormai destinata per sempre, come un cerchio che si chiude. Purtroppo, come dice Sonia a Maria Nikolaevna prima che si separino, la felicità è un dono che non a tutti è riservato e che rende inevitabilmente superiore chi lo possiede: “ Non so spiegarmi: un essere felice è superiore agli altri ( e li schiaccia un po’, naturalmente ). E non si tratta di perdonarlo, perché è un dono che ha, come altri hanno la salute, o la bellezza”.
Eppure, la speranza che, dopo tanta umiliazione e sofferenza, la vita possa finalmente restituirle ciò che merita e pareggiare i conti regalandole almeno un barlume di quella felicità da lei tanto anelata sembra ancora sopravvivere in Sonia: “ Avranno un bel dirmi che un moscerino non ha diritto di pretendere allo splendore universale, io continuerò ad aspettare e a ripetermi: non puoi morire, non puoi riposarti, c’è ancora un essere umano su questa terra. C’è ancora la possibilità che ti restituiscano ciò che ti è dovuto…. se Dio esiste”.

In questo breve romanzo, narrato con semplicità e naturalezza e dotato di una tale carica emotiva da renderlo senza dubbio un’opera di respiro universale, Nina Berberova ci ha saputo regalare la vita in tutta la sua profonda complessità, riuscendo a commuoverci e a farci riflettere.

Mi sembra calzante, per concludere, una citazione sui libri che la stessa Berberova ci ha lasciato:
“Ci sono libri che si adagiano nella loro copertina e lì rimangono, senza uscirne mai più. Ce ne sono altri che non ci stanno, sembrano straripare, vivono con noi per anni, cambiandoci, modificando la nostra coscienza. E poi c’è un terzo tipo di libri, i quali influiscono sulla coscienza ( o sull’essenza ) di un’intera generazione letteraria, lasciando la propria impronta nel secolo. Il loro “corpo” si trova sullo scaffale della libreria, ma l’anima è nell’aria, ci circonda, noi li respiriamo e loro sono in noi”.
E i suoi libri sono proprio come questi ultimi: ci rimangono dentro lasciando per sempre la loro traccia indelebile.

martedì 1 maggio 2012

Il lupo e la luna di Pietrangelo Buttafuoco

Proposta di lettura di Riccardo B.

Pietrangelo Buttafuoco è autore di Fogli consanguinei (Ar, 2001), Le Uova del Drago (Mondadori, 2005), L’Ultima del Diavolo (Mondadori, 2008), Cabaret Voltaire (Bompiani, 2008) e Fimmini (Mondadori, 2009).

La Turchia non è mai stata così vicina all’Italia


Il  Lupo e la Luna, 210 pagine di emozioni, 210 facciate di avventure, incontri e scontri in un’atmosfera orientaleggiante, che ricorda le radici della stessa terra natia dell’autore, la Sicilia.
Nel libro vengono narrate le imprese di Scipione Cicala, comandante della flotta di pirati più temuta del Mediterraneo.
Scipione, figlio di Visconte Cicala e Donna Lucrezia, è nato e vissuto a Messina fino all’età di 12 anni, quando rapito da Dargut, si ritrova fra le fila dei Giannizzeri, il corpo speciale del sultano Ottomano.
Il libro emoziona e coinvolge, anche grazie alla particolare struttura del testo stesso, l’autore infatti ha voluto proporre una summa di racconti, quei racconti che ricordano “ I Cunti ”, tipici componimenti del sud, narrati oralmente per le vie e le piazze.
La grandezza dell’autore è stata di aver composto un libro che, pur contenendo riferimenti storici e metafore filosofiche, si presta alla comprensione di chiunque, filosofi e non, adulti e bambini.
Particolare e significativo è l’incontro/scontro fra pittori Greci e Cinesi  Una parete resa uno specchio grazie al lavoro dei pittori cinesi, una parete che riflette quel gioco di luci e colori dei pittori greci, una parete che diventa specchio di qualcosa, della parte più misteriosa dell’uomo, l’anima.
Il linguaggio è sublime e contemporaneamente comprensibile, la storia affascinante e coinvolgente, bè cosa dire, buona lettura!

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E vittoria fu per lui il rosso campo della splendente Luna.

scortato da un derviscio e con il lupo al fianco Cicalazadè raggiunse la spiaggia. Alzò lo sguardo, e la luna, in cielo, tra le stelle di Iskandria, lo marchiò di amore spietato.
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Fu all'ora di mezzogiorno che la Favorita, la nave ammiraglia dei cantieri Cicala, entrò in porto. Abbandonate nelle schiume le rabbiose spire di Scilla e le squame di Cariddi, si guadagnò la rada.
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Il ragazzo fu incatenato. Affrontò il mare legato all'albero maestro. E così la trappola fu serrata intorno al lupo. Conobbe il vento, il sole e il sale.
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Fatto fu che la pioggia cadde come una benedizione. Gli custodì il pianto. Lo fece pulito e lo consegnò allo sguardo del carcieriere nell'inappuntabile dignità del lupo fatto galeotto, raggiante di sconfitta eppure serio come la madre avrebbe voluto forgiarlo in quell'istante.
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Arrivò il racconto di rapine e vendette, di sangue e di spavento, arrivò fama di un figlio forgiato in guerra.
……………………………………………
Come una lama, dalla movenza simile a una scimitarra, gli aveva inciso nella carne l'atteso sigillo di una vita.

Da dove nasce l’idea di raccontare le gesta di Sinan Pascià?


“Nasce dal fatto che mi sono imbattuto in questa storia bellissima, una storia vera che non era più riemersa. Mi sono stupito nel trovare una storia così bella. Ho collezionato la documentazione, il materiale, le testimonianze, la sterminata bibliografia che me l’ha restituito nella sua interezza e a fine lavoro ho avuto anche la sorpresa di trovare una bellissima canzone Sinan Capudan Pascià che Fabrizio De Andrè dedicò a Scipione Cicala nel suo album in lingua genovese.”

venerdì 27 gennaio 2012

I sommersi e i salvati di Primo Levi

PRIMO LEVI E LA MEMORIA SALVATA


Proposta di lettura di Alceo L.

Agli amici di Leggere 54 vorrei segnalare l’ultimo libro scritto da Primo Levi che costituisce una sorta di summa e definitiva sistemazione del pensiero dell’autore. A distanza di oltre vent’anni dalla loro pubblicazione le lucidi riflessioni de I Sommersi ed i Salvati continuano ancora ad interrogare le nostre coscienze (uscirono in effetti nel 1986, un anno prima della tragica scomparsa dell’autore). Esse sono un’analisi attenta, spietata, senza nessuna indulgenza a sentimentalismi o rivendicazioni di sorta, di quello che l’autore stesso definisce come il più grave eccidio di massa che ancora si ricordi. Si può fare riferimento a tanti altri capitoli tristi e tragici della storia universale, ma la sistematica operazione di epurazione condotta dai nazisti nei confronti non solo degli ebri d’Europa ma anche dei dissidenti politici, degli omosessuali, degli zingari e dei portatori di handicap, proprio per la scientifica premeditazione, la metodica applicazione di mezzi tecnologici, la sconfinata crudeltà dimostrata dai carnefici, omologati alla struttura di potere sia per acritica adesione alle sue logiche perverse che per paura o codardia, non ha confronti con nessun altro tipo di ignominia umana.
Le parole di Levi in questo senso riescono ad essere illuminanti proprio perché asciutte e taglienti, precise come quelle di uno scienziato impegnato ad esaminare con implacabile rigore la materia su cui si piega. Levi sa muoversi su più piani, da grande scrittore e lucido osservatore quale è, scienziato anch’egli (la sua professione era quella di chimico) ed intellettuale a tutto tondo.La voce che ci arriva da questi scritti è a tratti quella del testimone, scampato alla feroce brutalità del lager, ma per altri versi deriva dalle attente valutazioni del sociologo, dell’etnologo, del linguista ed anche, come è ovvio, dello storico-cronista, che ci restituisce i fatti nella loro scarna nudità esaltandone la valenza di testimonianza e monito. Quest’uomo straordinario per la potenza del ricordo che emana ad ogni sua pagina, per il quale il racconto diviene un preciso dovere morale, un’esigenza imprescindibile ed irriducibile dopo il peso della sofferenza vissuta, si slancia con ardore nella scrittura per comunicare ai posteri, senza schemi ideologici o idee preconcette, la brutalità di una tragedia, già per sua natura, di difficile rappresentazione..
L’opera si snoda su una serie di interpretazioni incentrate sul dramma dell’Olocausto, affrontate sulla base di spunti tematici diversi ed analizzate sin nei più sottili meccanismi di funzionamento: la cosiddetta zona grigia, dunque il forzato collaborazionismo nei lager, la necessità della comunicazione in lingua tedesca come labile forma di sopravvivenza nel mondo concentrazionario, la logica perversa di omologazione ad una disciplina militare disumanizzante e al fanatismo guerresco di stampo prussiano. La trama insomma di quelle terribili fabbriche di morte viene svelata ed osservata sotto più profili per metterne in evidenza la brutalità e le assurde motivazioni che le sottendevano.
Primo Levi è stato uno dei pochi superstiti che ha avuto la possibilità di tramandare i suoi ricordi, sia pur nella difficile condizione psicologia del sopravvissuto. Dei 650 ebrei trasportati dal campo di raccolta di Fossoli nel modenese a quello di concentramento di Auschwitz, in Polonia, il 22 febbraio del 1944, stipati ad oltre 50 individui per vagone, solo 20 persone si salvarono. Le dolorose ferite interiori inferte dalla tragedia collettiva vissuta e rielaborata nel lutto avrebbero fatto di Levi una vittima ritardata della detenzione ad Auscwitz, accrescendo nell’autore quel senso di angoscia lacerante che lo avrebbe portato al suicidio, sebbene le circostanze della morte restino a tutt’oggi non completamente chiarite. Il sipario sulla vita di Primo Levi cala l’11 aprile 1987 dopo una rovinosa caduta dalla tromba delle scale del sua casa di Torino. Di lui rimarrà la figura di un uomo moralmente integro che ha portato l’opinione pubblica ad una più forte e decisa presa di coscienza sociale su quella terribile ed innominabile pagina della storia umana che va sotto il nome di Shoah.
Si dice che Philip Roth, scrittore americano di origini ebree tuttora vivente, interrogato su chi fosse secondo lui lo scrittore più significativo di tutta la letteratura italiana, abbia evocato proprio Primo Levi, dato che, dopo l’uscita di Se questo è un uomo, a pochi anni dalla fine del conflitto e precisamente nel 1948, “nessuno avrebbe più potuto affermare di non essere stato ad Auschwitz”. Primo Levi insomma costituisce, nell’ambito della storia della nostra letteratura, e non solo, un punto di non ritorno.
Come stimoli per la lettura di questo libro, di evidente importanza per la formazione di ogni cittadino, valgano alcuni estratti che ho giudicato particolarmente significativi.
Quelli ad esempio in cui Levi parla dei processi di deformazione del ricordo o rimozione volontaria della memoria messi in atto dai nazisti nel tentativo di cancellare ogni traccia del passato.

“Come caso limite della deformazione del ricordo di una colpa commessa, c’è la sua soppressione. Anche qui il confine tra buona e male fede può essere vago; dietro i “non so” e “non ricordo” che si sentono in tribunale c’è il preciso progetto di mentire, ma altre volte si tratta di una menzogna fossilizzata, irrigidita in una formula. Il memore ha voluto diventare immemore e ci è riuscito: a furia di negarne l’esistenza, ha espulso da sé il ricordo come si espelle un’escrezione o un parassita […] Il modo migliore per difendersi dall’invasione di memorie pesanti è impedirne l’ingresso, stendere una barriera sanitaria lungo il confine. E’ più facile vietare l’ingresso ad un ricordo che liberarsene quando è stato registrato. A questo in sostanza servivano molti degli artifizi escogitati dai comandi nazisti per proteggere le coscienze degli addetti ai lavori sporchi, per assicurarsi i loro servizi, sgradevoli anche per gli scherani più induriti. […] Del resto l’intera storia del Terzo Reich può essere riletta come guerra contro la memoria, falsificazione della realtà, negazione della realtà, fino alla fuga definitiva dalla realtà medesima”.

Sull’esigenza di comunicare per non rivivere passivamente la storia e lasciarsi dominare dagli eventi, spettatori passivi del proprio destino, preparando ai posteri un modo manipolato dai coscientizzatori di massa, lascio ad ognuno lo spazio ed il tempo, se vorrà, di riflettere sulle parole rivelatrici ed attualissime di Levi.

“Salvo casi di incapacità patologica comunicare si può e si deve: è un modo utile e facile di contribuire alla pace altri e propria, perché il silenzio, l’assenza di segnali, è a sua volta un segnale, ma ambiguo, e l’ambiguità genera inquietitudine e sospetto. Negare che comunicare si può è falso: si può sempre. Rifiutare di comunicare è colpa; per la comunicazione ed in specie per quella sua forma altamente evoluta e nobile che è il linguaggio, siamo biologicamente e socialmente predisposti. Tutte le razze umane parlano; nessuna specie non-umana sa parlare”....

Le sue considerazioni circa quel non ben definito confine tra bene e male che porta Levi a rifuggire da un certo manicheismo tranciante e che nel contesto dei Lager ha visto, pur con tutte le dovute distinzioni che si devono ai singoli casi, le vittime, non sempre per costrizione o paura, trasformarsi in complici dei carnefici, più o meno coscienti del loro ruolo.

“Siamo capaci noi reduci di comprendere e di far comprendere la nostra esperienza? Ciò che comunemente chiamiamo “comprendere” coincide con “semplificare”(…). Tendiamo a semplificare anche la storia; ma non sempre lo schema entro cui si ordinano i fatti è individuabile in modo univoco e può dunque accadere che storici diversi comprendano e costruiscano la Storia in modi tra loro incompatibili; tuttavia è talmente forte in noi, forse per ragioni che risalgono alle nostre origini di animali sociali, l’esigenza di dividere il campo tra “noi”e “loro” che questo schema, la bipartizioni amico-nemico, prevale su tutti gli altri. La storia popolare, anche la storia quale viene tradizionalmente insegnata nelle scuole, risente di questa tendenza manichea che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità (…). L’ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intono ma anche dentro, il “noi” perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, forse tra ciascuno e ciascuno”.

Esistono due bei volumi dell’Einaudi sull’opera: uno, ormai fuori catalogo, è quello inserito all’interno dell’Opera Omnia dei Levi nella storica collana Nuove Universale Einaudi, che con po’ di fortuna potrete ancora trovare (è l’edizione che chiaramente consiglio). L’altra nei più diffusi TASCABILI, di cui sono disponibili varie ristampe, è presente un po’ in tutte le librerie.

lunedì 23 gennaio 2012

D' altri tempi di Stefano Tassinari

Stefano Tassinari  nato il 24 dicembre del 1955 a Ferrara ,  ci ha lasciato l' 8 maggio 2012 . Ha pubblicato romanzi e libri di racconti, tra cui All'idea che sopraggiunge (Corpo 10, 1987), Ai soli distanti (Mobydick, 1994), Assalti al cielo (Calderini, 1998, Perdisa, 2000), L'ora del ritorno (Marco Tropea Editore, 2001), I segni sulla pelle (Marco Tropea Editore, 2003), L’amore degli insorti (Marco Tropea Editore, 2005) e Il vento contro (Marco Tropea Editore, 2008), oltre al Cd letterario Lettere dal fronte interno (Mobydick, 1997). Ha scritto di letteratura sulle pagine culturali di quotidiani e periodici ed è stato autore di testi teatrali e di programmi radiofonici per RadioRai Tre. Direttore della Nuova rivista Letteraria, semestrale di letteratura sociale.






Dopo aver pubblicato cinque romanzi “a impianto storico”, incentrati sui grandi conflitti del Novecento, Stefano Tassinari torna al “passo breve” dei racconti. Dieci testi tutti legati tra loro e incentrati su personaggi e fatti reali: dall'ex chitarrista dei Rolling Stones, Brian Jones, ai due studenti uccisi dalle forze dell'ordine, Roberto Franceschi e Francesco Lorusso; dal Festival di Parco Lambro alla morte in un manicomio giudiziario dell'attrice del Living Theater, Carolyn Lobravico; dal "Bloody Sunday" irlandese ai desaparecidos argentini e all'ultimo prigioniero garrotato dal regime di Francisco Franco; dalla discussa eliminazione del leader del Black Panther Party all'apertura degli ospedali psichiatrici. Storie D'altri tempi, che ci riportano dentro gli ambienti generazionali, politici, culturali e psicologici degli anni Settanta.

“Ti ho visto scivolare verso il fondo di un’epoca più ripida di altre, con gli occhi rivolti al resto di una vita rimasta in bilico sugli anni, quelli appena sfiorati e quelli intuiti di lontano. Chissà, forse non ci saresti mai finito su quel fondo, se solo un attimo prima di scendere le scale avessi avuto il dubbio di non poterle risalire, né quel giorno di marzo né mai più, eppure le voci dei compagni e i suoni spenti degli spari sono stati un richiamo più forte di ogni legame istintivo con la vita, per quanto fosse ancor più forte delle parole adatte al sacrificio, tuo e di tutti quelli che hanno anteposto il credere in qualcosa al non credere in niente.”

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Libro veramente interessante che ho letto in due mezze giornate divorandolo letteralmente.
Avvincenti i racconti di un'epoca che non ho potuto vivere di persona perché ero troppo piccolo ma comunque narrati con maestria, nel leggerli sembrava di essere nella storia e vedere i fotogrammi degli episodi.
Molto toccante la storia dell'attrice Carolyn Lobravico che muore all'interno di un manicomio giudiziario...mi ha fatto veramente stare male

Claudio 01/06/2012
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Riannodati fili …

Sconosciuto è il luogo della mente dove,
un significato speciale,
si lega col passato.
Il silenzio, il ricordo, la musica …
intrecci conflittuali
diventano storie da ricordare
E la mente – che è in contatto con il cielo -
valica i confini del tempo che fu;
una cornice protegge
un universo privo di compromessi.
Riannodati fili cingono mille ricordi;
sono pronti a testimoniare
l’urgenza di un passato da tramandare.
Voci raccontano storie vissute.....
… e il vento trasporta una densa verità,
rimasta in bilico sugli anni,
da un’ epoca che lascia intravvedere un sole
capace di tramontare e di risorgere.
28 01 2012 Graziella
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Ho vissuto questa lettura come un viaggio breve ma intenso negli anni Settanta, un’esperienza profonda e toccante delle passioni e degli ideali di una generazione che ha lottato per cambiare la società in cui viveva. Come una scossa, ho sentito l’impulso di confrontarmi con i giovani di un’altra epoca, con i giovani “d’altri tempi …che hanno anteposto il credere in qualcosa al non credere a niente”.
19 01 2012 Carla
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1969 l’uomo metteva per la prima volta piede sulla luna, l’Italia era vittima di una delle più efferate stragi, un giovane cecoslovacco dava una svolta all’Europa, nello stesso anno l’icona del rock Brian Jones ci lasciava. Eventi e personaggi del secolo passato. D’altri tempi.
Non c’è da sorprendersi se la musica in questo libro riesce a trovare ampio spazio, tuttavia non bisognerebbe darlo per scontato.
Brian Jones un ribelle senza motivo particolare, come avrebbe detto un suo amico, autore di memorabili brani come la controversa “ Ruby Tuesday” solo per citarne una. E poi Milano, 6 anni dopo, con il suo parco e i suoi 100000 giovani, tutti lì, tutti insieme incantati dalle mani di Patrizio Fariselli e la marziana voce di Demetrio Stratos.
Eventi, musica, storie d’altri tempi, ma anche scelte significative e attuali.
Bisogna infatti riconoscere all’autore il merito di aver contribuito a far conoscere, emozionare e riflettere tutti coloro che, incuriositi dalle voci o da una donna felice in copertina, hanno potuto riprodurre,pubblicare, fotocopiare l’intero volume legalmente, per poi leggerlo.
Benigni ha ricevuto una candidatura al nobel per la sua opera di “ acculturamento “, perché non riconoscere qualcosa al nostro autore? Buona lettura!
18 01 2012 Riccardo
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Questo libro è emozionante! Un omaggio agli anni 70 per chi li ha vissuti ma soprattutto per chi non ricorda gli avvenimenti oggetto dei dieci racconti! Scrittore brillante e dallo stile anzi dagli ‘stili’ coinvolgenti che risveglia il bisogno di ognuno di recuperare la memoria storica non attraverso la fredda narrazione dei fatti ma ripercorrendo i travagli emotivi interiori dei personaggi che arrivano diretti al nostro cuore. In ogni racconto la narrazione del passato riesce ad arrivare a pungere il presente ed a scuoterci con forza, vitalità ed anche tanta malinconia…
“Se solo tu fossi qui, e non in un luogo sconosciuto della mia mente, che un tempo era e adesso non è più, potrei voltarmi indietro ad osservare lo stupore dei tuoi occhi, che guardano attraverso questa polvere di pioggia che ora m'allontana dal tuo cercarmi a vuoto nel silenzio di certe mattinate, che lì da te sono girate verso il mare e qui si perdono di vista in un istante, come noi due, in uno di quei giorni che ti sfuggono di mano e non li prendi più...” (A Passo d'ombra, 1976)
21 12 2011 Georgia
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Tra i vari racconti non potevo non soffermarmi su Bianco D’Irlanda…In un primo momento la lettura è stata accompagnata da immagini di ricordi personali di anni passati.. tra cui il concerto degli U2 nel 2001 a Torino, all’indomani della morte di Carlo Giuliani a Genova … di Bono che alle prime note di Sunday Bloody Sunday ci incitava alla non violenza… Poi sono entrata anche io nell’aula della commissione d’inchiesta… ho ascoltato le varie testimonianze, cercando di essere imparziale… e alla fine, riflettendo mi sono domandata : “possiamo negare la verità fino a far diventare verità ciò che non lo è?”… mi chiedo, quante volte il mio fazzoletto bianco è stato visto come un’arma?...e al contrario, quante volte ho scambiato un fazzoletto bianco per un’arma? Tante, e in entrambi i casi tutti eravamo convinti della nostra verità… Dunque ognuno sceglie la sua verità.. Forse, siamo un po’ tutti “soldati F” e “Presidenti della Corte Suprema di Inghilterra e Galles” … convinti della nostra onestà.
13 12 2011 Daniela
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Caro Stefano,
Ho avuto il piacere di partecipare alla presentazione del tuo libro “D’altri tempi” in occasione degli Incontri con l’autore tenutasi questa estate a San Benedetto del Tronto.
Vorrei partire proprio dalla dedica che mi hai lasciato dietro la copertina del libro “…sperando che dietro queste parole possa scorgere qualche emozione…”
Non so se di emozione si possa parlare, ma certamente un racconto mi ha particolarmente colpito ed è quello intitolato Via della Ghiara.
Mi ha colpito perché in poche immagini hai saputo descrivere quello che a mio parere è la mia condizione e credo anche quella di molti di noi. Ti potrà sembrare strano, ma quell’uomo malato di mete, Yoghi…. mi assomiglia tanto. Come lui infatti ogni giorno mi sveglio e salgo sul “tram” della mia storia personale e, … “e non mi stanco di guardare la città dietro il finestrino del tram”: ogni giorno ripercorro le “stesse” strade, le stesse immagini e soprattutto ripercorro i miei pensieri, nuovi, ma allo stesso tempi antichi. Come lui sono spettatore di quello che accade fuori, vedo e incontro persone, ascolto notizie e…altro e tanto altro ancora. Tutto questo può sembrare piatto, ordinario, eppure proprio questa quotidianità mi fa sentire vivo. Come Yoghi anch’io ho persone e amici simili a Rino, l’autista, coi i quali facciamo la stessa strada, persone che mi vogliono bene, che gli sono simpatico. “Rino” e gli “altri” hanno degli ideali, nutrono delle passioni, sanno cosa è giusto per me ed sono lieti di essere portatori di “buone notizie”. E ora qual è mai questa buona notizia? Che è giunto il tempo che io non viva più il mio quotidiano, perché è sbagliato, è ingiusto, e… e allora? E allora facciamo festa. Finisce finalmente qualcosa, ma cosa comincia?
Le cose stanno proprio così, l’immagine di quella scopa meravigliante che manda tutto in rovina , o della neve che copre tutto, assomiglia molto al tempo che ci trascorre addosso, che consuma tutto, anche le cose che sembrano le più solide. La buona notizia quindi qual è?
Che tutto ciò che ci sta intorno finisce, o deve finire, è certamente una verità incontestabile, ma non è una buona notizia, neanche un po’.
Credo che Yoghi, come me e ogni persona, sia in attesa di una Buona Notizia, quella, forse, che ci aiuterebbe a comprendere che ognuno di noi è parte di qualcosa che ci supera, che se anche la nostra vita fosse un fallimento totale, non per questo non saremmo incredibilmente indispensabili.
L’augurio che faccio a te e a me è che questa Buona Notizia ci venga a cercare e ci trovi presto.
Un caro saluto e un buon Natale a te e ai tuoi cari.
12 Dicembre, 2011 Paolo
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Finalmente ho letto 'D'altri tempi'  !
E' vero, eravamo così! E come sono lontani quei tempi.
Io, che mi sento sempre come se avessi ancora 17 anni, sono rimasto di sale!
Eravamo così, così diversi e tanto più vivi di oggi. Questo libro mi ha fatto prendere atto che non ho più 17 anni, era ora! diresti tu, mi ha fatto invecchiare improvvisamente: io ero così, vivevo quei momenti, pensavo quelle cose... sì, sono stati anni di piombo, ma almeno eravamo vivi! Il libro mi ha lasciato anche due rimpianti.
Io le morti celebri del rock le ho vissute soltanto come 'miti', sono arrivato alla musica solo a quattordici anni nel 72, e già era successo tutto: Otis, Brian, Jimi, Janis, Jim... che miti! Ho avuto modo di dispiacermi solo per John e più tardi per Freddy e George, ma ormai ero adulto e non ho potuto 'disperarmi' come sarebbe stato lecito fare da adolescente. Sarebbe stato 'bello' poterlo fare.
1977, ognuno ha 'i suoi morti da ricordare'. Giorgiana Masi era nata due settimane prima di me, e la sua morte mi è rimasta appiccicata sulla pelle per tutti questi anni da allora come un'ingiustizia enorme che non si puó cancellare. Quando è morto Kossiga ho pensato 'finalmente il mandante dell'omicidio di Giorgiana se n'è andato! ' Lo so che non è così, e che non è giusto che io abbia solo questa opinione di Cossiga, ma avremmo avuto la maturità appena un paio di mesi dopo quel maggio, e proprio non è giusto che Giorgiana non possa averla data. Ho letto i vari racconti tutti d'un fiato fino al 1977, sperando di ritrovarla lì, ma non c'era. Fa niente, ognuno ha qualche amico in particolare da ricordare... Ringrazia per me Tassinari, gran bel libro!
26 10 2011 Pier
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 D' altri tempi e' un libro che rende pienamente il fascino di un periodo cruciale e molto controverso.
Fa riflettere il confronto obbligato,dopo gli atti vandalici accaduti a Roma, tra le diverse generazioni e l'impegno politico. Quelle lotte che hanno rivoluzionato la società,permettendo un salto culturale enorme, non sono paragonabili ai cortei di protesta di oggi.Se i giovani degli anni '70 erano animati dalla voglia e la speranza di cambiare,oggi l'assenza di ideologie genera una sfiducia totale nel futuro. E' importante leggere questo libro perchè tanto impegno e sacrificio non possono essere dimenticati.
19 10 2011 Melissa

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D' altri tempi  - prefazione 



È difficile capire per quale ragione, in Italia e solo in Italia, la forma letteraria del racconto susciti un'immediata reazione di diffidenza e di freddezza da parte dei lettori e, di conseguenza, spinga gran parte degli editori, specie quelli medio-grandi,  a tentare in tutti i modi di dissuadere gli autori dall'insana idea di scriverne e, peggio ancora, di pubblicarne. Tra le tante ipotesi che mi sono balenate in testa, la più credibile è che il pubblico tenda a fare un'equazione tra libro di racconti e crisi creativa, con quest'ultima che, a sua volta, coinciderebbe con i "fondi del cassetto" riesumati per non perdere l'appuntamento annuale o biennale con le librerie. A voler essere sinceri, casi di questo tipo se ne sono verificati parecchi, quindi i lettori perplessi non avrebbero tutti i torti, anzi. Un' altra spiegazione possibile, sempre legata alla qualità, potrebbe basarsi sulle "attese tradite", dato  che, essendo il racconto, per certi versi, più impegnativo da scrivere rispetto a un romanzo (cmeno spazio per le frasi riempitive e per le pause; lo sforzo creativo per trovare un buon finale viene moltiplicato per dieci o per venti; non si può utilizzare lo stesso linguaggio per tutti i testi e così via), è più facile deludere i lettori, i quali si difenderebbero semplicemente scegliendo di non correre il rischio. Comunque sia, sta di fatto che questo genere, nel nostro Paese, trova molte difficoltà ad imporsi, malgrado nella formazione letteraria di tanti di noi, intesi anche come lettori, vi siano eccellenti autori di racconti. Nella mia, ad esempio, ci  sono Julio Cortàzar, Italo Calvino, Raymond Carver, Antonio Tabucchi, la Christa Wolf di "Un giorno all'anno" e Gunter Grass de "Il mio secolo", solo per citarne alcuni. La speranza è che, nel giro di qualche anno, anche in Italia si raggiunga la  "pari dignità" tra racconti e romanzi, e in attesa di quel momento non resta che ringraziare quegli editori, come "Alegre", disposti ad andare contro corrente rischiando in prima persona. Nello specifico, questo libro che esce a diciassette anni di distanza dalla mia ultima raccolta di racconti, intitolata "Ai soli distanti" - non è un' antologia, bensì un lavoro a tema, incentrato su personaggi e fatti reali relativi al decennio che va dalla fine degli anni Sessanta a quella degli anni Settanta. Due di questi racconti - "La dolcezza complice degli anni" e "Via della Ghiara" - erano già stati pubblicati in due libri collettanei ("In ordine pubblico" e "Piazza bella piazza"), curati da Paola Staccioli e distribuiti dal settimanale "Carta" e dai quotidiani "l'Unità", "Liberazione" e "il Manifesto'. "A passo d'ombra", invece, lo scrissi a metà degli anni Novanta per inserirlo nel Cd letterario "Lettere dal fronte interno", mentre "Like a rolling stone" è lo stesso testo del reading con immagini e musica dal vivo dedicato a Brian Jones, che da alcuni anni porto in giro - assieme a tre musicisti e a una fotografa - in teatri, festival e centri sociali. "A passo d'ombra" - sorta di lettera scritta da un desaparecido argentino alla moglie che, dopo tanto tempo, lo sta ancora cercando - è un testo a cui sono particolarmente affezionato, forse perché, fin dai giorni del golpe del 1976,  mi sono sentito vicino a tutta quella parte della mia generazione massacrata da una delle più violente dittature militari della Storia, ammesso che, in casi del genere, si possano stilare delle classifiche. Il brano su Brian Jones, invece, me lo sono "covato" dentro per decenni, fin da quando, all' età di tredici anni e mezzo, vissi come un vero e proprio dolore (quasi un lutto di famiglia) la notizia della morte dell'ex chitarrista degli Stones, la cui scorrettezza comportamentale - dalla quale ho sempre preso le distanze - era pari al suo enorme talento musicale. D'altronde, quella dei Rolling Stones è tuttora la mia band preferita, e quindi sapevo che, prima o poi, le avrei fatto un piccolo omaggio letterario. Gli altri sei racconti li ho scritti di recente, con l'obbiettivo di proseguire e concludere un progetto iniziato con i primi quattro, in modo tale da aggiungere un altro piccolo tassello al mio lavoro sulla memoria, non condivisa, degli anni Settanta, a cui ho dedicato anche tre romanzi. Al centro di questi sei racconti ci sono sia vicende molto note (come la "Domenica di sangue" irlandese, l'assassinio del leader delle "Pantere Nere" George Jackson, il Festival di Parco Lambro, l'omicidio di Francesco Lorusso) che storie quasi sconosciute (come la tragica fine di Carolyn Lobravico , attrice del Living Theater e moglie dell' attore Wilhelm Berger) o un po' dimenticate (ed è il caso di quella relativa a Salvador Puig Antich, l'ultimo prigioniero politico garrotato dal regime di Francisco Franco). Tutte, però, hanno a che fare con quella che, allora, chiamavamo "la protervia del potere", per nulla scalfita, purtroppo, dallo scorrere degli anni.
Sefano Tassinari Bologna, febbraio 201
  
1969 Like a Rolling Stone (lo specchio di Brian Jones)

Il mio nome è Jones. Brian Jones, come avrebbe detto il vecchio Connery in uno dei suoi film. Anzi, lo era, visto che ho salutato il mondo proprio sul più bello, un bel po' di tempo fa. E voi direte: be', che importanza può avere il morire giovane per uno come te? Sei stato il chitarrista geniale e sregolato dei Rolling Stones, mica di "Mike Berry and the Innocents", o di "Goldie and the Gingerbreads"! E poi, quei ventisette anni di vita te li sei goduti, su e giù per i palcoscenici e per i corpi delle ragazze, che per accarezzare la tua frangetta bionda facevano pazzie .... E l'immortalità del successo, dove la metti? Adesso sei là, nel cielo delle rockstar, assieme a Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, John Lennon e pochi altri ...

E no, cari miei! Io, se potessi tornare indietro, quella sera del 2 luglio 1969 me ne sarei andato a letto presto, anziché farmi quel bagno in piscina, con 1'asma che mi soffocava e i pensierirapiti dall' alcool. Guardate un po' il mio amico Keith… . Sì, certo, lui si è cambiato il sangue un sacco di volte (anche se lo nega), ha il viso che si confonde con le rughe e tutto il resto, però ogni sera, quando attacca "Honky Tonk Woman", si mette a saltare come un ragazzino, mentre gli altri sessantenni si addormentano davanti alla tv coi nipotini in braccio! E Mick? Che ne dite di lui, eh? Lui è sempre lì, con le labbra ancora sensuali, le mosse ambigue del corpo e quell' accento ruvido del Kent che nessuno riesce ad imitare. Per non parlare del vecchio Charlie, che quando suona se ne frega dei capelli bianchi, o del pacato Bill, così razionale da chiudere la carriera un attimo prima del declino. E di me, invece, che cosa rimane? La bella faccia da bambino dispettoso, i figli che ho sparso in giro senza sapere nemmeno quanti fossero, i racconti sui miei modi bruschi da "hippy chic", l'introduzione del flauto dolce nella musica rock, la poesia di Shelley e il volo di tremilacinquecento farfalle con cui venne celebrata la mia morte ad Hyde Park e... dunque, vediamo un po' ... ah, sì, il fatto che il nome "Rolling Stones" l'abbia inventato io, il che, mi rendo conto, non è poco. E poi i ricordi degli altri, ovviamente, quelle frasi che ogni tanto mi riascolto per sentirmi ancora del giro, tipo: "Noi eravamo il gruppo di Brian, e senza di lui il nostro piccolo complesso blues non sarebbe mai diventato il più grande gruppo mondiale di rock'n'roll" (questa è di Bill Wyman, non so se mi spiego), oppure: "Ha fatto innervosire molti, ma era un tipo favoloso" (e questa, invece, è del grande Paul McCartney, perché non è vero che noi e i Beatles ci odiavamo, anzi ... ). Voi non sapete quante notti abbiamo passato assieme, così, a parlare di musica, a farci delle canne, a ridere delle stronzate che scrivevano i giornali su di noi ... Io, poi, poco prima di morire ho anche suonato il sassofono - che non era certo il mio strumento - in un loro pezzo, "You know my name, look up my number" , il che fece dire di me a John Lennon: "Era uno che poteva suonare qualsiasi cosa." Grazie, John. E pensare che la prima volta che me li sono trovati davanti è stato proprio a un nostro concerto, nel salone dello Station Hotel. Li vidicomparire all'improvviso sotto il palco, tutti e quattro vestiti uguali, con delle giacche lunghe di pelle nera. Loro avevano appena inciso "Please Please me" ed erano già delle celebrità, mentre noi facevamo ancora le doppie nei club, pomeriggio e sera…………….. 
Brano tratto dal primo racconto della raccolta   D' altri tempi