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martedì 16 agosto 2011

In vespa da Roma a Saigon di Giorgio Bettinelli

Proposta di lettura di Cristian C.

Giorgio Bettinelli (Crema, 15 maggio 1955 – Jinghong, Cina, 16 settembre 2008) è stato un giornalista, scrittore, cantautore e viaggiatore italiano.

Prima di buttare giù qualche riga, mi sento il dovere di dire una cosa: Giorgio Bettinelli, autore del libro che vi sto presentando, “In Vespa”, è morto qualche anno fa in un villaggio in Cina.
Scrivo questo perché dopo aver letto il libro, vengono fuori idee corrotte dalle righe, pensieri contrastanti ed una unanime ed universale voglia di viaggiare. Giorgio Bettinelli è morto di un male sconosciuto in un minuscolo villaggio nel Sud della Cina, perché viaggiare è rischioso come dice mia madre, ma dopo aver superato già le prime pagine, si ha come l’impressione che le classiche vacanze e viaggi che tutti noi abbiamo fatto, le nostre avventure e i nostri progetti siano “leggermente ridimensionati”: non è così. Ognuno ha una sua storia, un presente, e (speriamo) un futuro, a volte degno, a volte meno, ma non dilunghiamoci su discorsi di altri. Vi presento un po’ Giorgio: chiamiamolo così perché un tipo strano e stravagante come lui, capace di abbandonare in una stagione matura il suo lavoro di giornalista e la sua nazione, l’Italia, per trasferirsi a Bali, in una parte ancora abbastanza non “turistalizzata” , non credo necessiti di appellativi di Dottore o specificazioni familiari e di genere.
Giorgio è un tipaccio sapete: A Bali era entrato in contato con la cultura del posto e si era appassionato ad uno strano destriero: strano perché un italiano, che dopo una vita di viaggi ed avventure s’innamora ( e non esagero assolutamente con questo termine) di una Vespa, si, proprio un made in Italy per eccellenza, è strano. E lo fa a Bali, mentre scorrazza libero tra strade fantasma e spiagge mozzafiato.
E proprio lì che nasce un’idea, un po’ folle, chiamiamola anche … pazza.
Decide per così dire di affrontare un viaggio con il suo nuovo destriero da Roma a … Saigon. Scusate l’uso scorretto dei puntini, ma oltre ad un vizio di forma, sono anche per raccontarvi quali tarli potevo avere nella mente quando vidi la copertina scalcinata del libro.
Potrei dirvi ancora tante cose, ma penso che non può esistere una buon recensione di questo volume aggiungendo altro.
Quando parlo di questo libro è come raccontare la storia di uno zio strambo e mi piace riassumerlo brevemente così “Giorgio Bettinelli è un uomo che era uscito per comprare un pacchetto di sigarette a Roma e ne comprò un pacchetto amaro in Saigon”, insomma, un giusto Don Chisciotte nostrano.

Buona lettura. 

"Il primo marzo del 1993, dopo sette mesi esatti da quando ero partito dall'Italia e 24.000 chilometri percorsi, mettevo la Vespa sul cavalletto nella piazza centrale di Ho Minh City, davanti a un chiosco di bibite dove una radiolina gracchiava a volume esasperato le note di una canzone vietnamita, e mi concedevo la prima sigaretta dopo tutto quel tempo, annaffiandone per giunta le boccate con sorsi di birra ghiacciata, quasi per stordirmi dal piacere. "




"Io non avevo nessuna intenzione di comprarla, […] perché non avevo mai avuto passione per le moto e la mia unica esperienza in tal senso si era limitata, all’età di quindici anni, a un ciclomotore rosa shocking che era finito accartocciato in un fosso insieme a me”.

"Rimango altre quattro ore in sella, e guido finché il sole è già quasi al tramonto, secondo una sana abitudine che da tempo ero costretto a perdere, prima di fermarmi in un villaggio qualsiasi per passare la notte. E’ una delle sensazioni che ho sempre amato di più, e che così spesso mi ha dato l'illusione di essere libero e padrone della mia vita: quel grappolo di minuti dalla consistenza indefinibile, quando non è ancora buio e non è più giorno, e tu entri in un posto che non hai mai sentito nominare, con la consapevolezza che domani sarai già lontano, e che per altri mesi, per altri anni, per altri grappoli di minuti della stessa intensità continuerai ad allontanarti, assecondando il dipanarsi di una matassa il cui filo ti si srotola tra le mani senza farsi accorgere, e finisce dall'altra parte del mondo".


mercoledì 2 marzo 2011

Lettera ad un bambino mai nato di Oriana Fallaci

 Proposta di lettura di Cristian Ciarrocchi 

ATTO I – Quello che so.
Quello che so è poco. Non è una risposta molto socratica; mettiamola così.

RISPETTO A CIO’ CHE BISOGNA SAPERE, PER QUEL CHE NE SO IO, NON SO PROPRIO NIENTE.

Quello che so prima di iniziare a leggere questo libro è che è stato scritto da Oriana Fallaci e che in una maniera o in un'altra parla dell’aborto.

So anche che questo libro viene fatto leggere obbligatoriamente in varie scuole d’ispirazione cristiana. Nello stesso luogo durante le ore di filosofia non viene insegnato adeguatamente Karl Marx. Ma questa è un'altra storia.

Non ho mai letto niente di Oriana Fallaci.

Quello che so di lei lo ho appreso durante gli anni qua e là, tra televisione e amicizie varie. So che è morta vari anni fa; che ha minacciato di farsi saltare all’interno di una moschea; che era una grande giornalista; gran fumatrice. Praticamente niente.
Vedo la sua foto nel retro della copertina di color oro (il prezzo è di 9.000 lire: chi sa se chi lo ha comprato ha pagato con un pezzo blu da 10.000) e mi pare di scorgere una donna potente ed intrigante; mi piace il suo sguardo da donna cosciente che mai perderà il suo fascino. Mi piace il suo orologio classico e la sua sigaretta accesa.
Quello che so dell’aborto è nella mia testa e lì rimarrà.
Entro nel libro.

ATTO II – AD ORA.
Dopo le prime cinquanta pagine – il libro stesso non supera le cento – ho da fare delle riflessioni.
Se Oriana Fallaci sapesse che io, vertebrato essere vivente dai genitali verso l’esterno, appartenente alla specie del “maschio”, sto scrivendo giudizi su una sua opera avrebbe l’ennesimo sussulto, ma che poi si accenderebbe una sigaretta e continuerebbe il suo lavoro senza problemi.
Anche io vorrei accendermi una sigaretta: anzi lo faccio.
Nonostante la sua esile forma il libro è più duro da affrontare di quanto pensavo: ogni parola assume un valore profondo e la penna sottolinea frasi lunghe come pagine ( lo so pessima abitudine scrivere sul libro).
In questo libro non si parla di aborto, ma del valore delle scelte, della passione, di una storia raccontata senza sotterfugi, attraverso sentimenti e ragione, e la scintilla isterica di una mente brillante.
“E non ascoltare chi dice che soccombe il più buono. Soccombe il più debole, che non è necessariamente il più buono”.

ATTO III – FINE.
Finisco di leggere il libro. Lo poggio sul comodino. E scelgo una fine per questo resoconto. Una fine … empirica:

1 - Questo non è un libro adatto a persone stupide.

2 - Non è un libro che da risposte, ma che aiuta a farsi le giusta domande.

A prova della mia tesi allego una perla del libro:
“Anche il filo che divide l’intelligenza dalla stupidaggine è un filo talmente sottile, te ne accorgerai. Infatti, quando si rompe, le due cose si fondono insieme come l’amore e odio, la vita e la morte, che tu sia uomo o donna”.