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martedì 4 marzo 2014

Mandami tanta vita di Paolo Di Paolo



proposta di lettura di Pier  

“Mandami tanta vita” … finalmente, un libro che ha a che fare con la letteratura!  Uno di quei libri che appena lo hai finito di leggere ti lascia l’amarezza di averlo divorato con troppa fretta, e vorresti averlo assaporato meglio, con più calma, anzi, vorresti non averlo mai letto per poterlo scoprire di nuovo.......... segue 

proposta di lettura di Eleonora

Questo libro è innanzitutto emozionante,travolgente e di una tenerezza disarmante, un  eterno rincorrersi, una tensione verso il futuro e l’ansia di fare, di conoscere,  tutto si cristallizza nelle emozioni di base che guidano ogni essere umano, senza eccezioni, con tutte le nostre protezioni......... segue

proposta di lettura di Alceo


Avere messo un gigante del pensiero contemporaneo, come Gobetti - per l'arguzia e la forza delle idee, l'intrepida e vasta intelligenza critica e del cuore - in un romanzo portato a tutti..............è stata la grande, previdente intuizione ...... Che durerà....... segue

domenica 19 gennaio 2014

Conversando con Eugenio De Signoribus su Carlo Bo



Eugenio De Signoribus: 
Le prime immagini di Carlo Bo sono quelle legate alla mia vita di studente, quando frequentavo la facoltà di lettere dell’Università di Urbino, allora un istituto il cui prestigio era riconosciuto unanimemente dalla comunità scientifica nazionale.....  >>>>>SEGUE



Di Lucidi Alceo

venerdì 27 gennaio 2012

I sommersi e i salvati di Primo Levi

PRIMO LEVI E LA MEMORIA SALVATA


Proposta di lettura di Alceo L.

Agli amici di Leggere 54 vorrei segnalare l’ultimo libro scritto da Primo Levi che costituisce una sorta di summa e definitiva sistemazione del pensiero dell’autore. A distanza di oltre vent’anni dalla loro pubblicazione le lucidi riflessioni de I Sommersi ed i Salvati continuano ancora ad interrogare le nostre coscienze (uscirono in effetti nel 1986, un anno prima della tragica scomparsa dell’autore). Esse sono un’analisi attenta, spietata, senza nessuna indulgenza a sentimentalismi o rivendicazioni di sorta, di quello che l’autore stesso definisce come il più grave eccidio di massa che ancora si ricordi. Si può fare riferimento a tanti altri capitoli tristi e tragici della storia universale, ma la sistematica operazione di epurazione condotta dai nazisti nei confronti non solo degli ebri d’Europa ma anche dei dissidenti politici, degli omosessuali, degli zingari e dei portatori di handicap, proprio per la scientifica premeditazione, la metodica applicazione di mezzi tecnologici, la sconfinata crudeltà dimostrata dai carnefici, omologati alla struttura di potere sia per acritica adesione alle sue logiche perverse che per paura o codardia, non ha confronti con nessun altro tipo di ignominia umana.
Le parole di Levi in questo senso riescono ad essere illuminanti proprio perché asciutte e taglienti, precise come quelle di uno scienziato impegnato ad esaminare con implacabile rigore la materia su cui si piega. Levi sa muoversi su più piani, da grande scrittore e lucido osservatore quale è, scienziato anch’egli (la sua professione era quella di chimico) ed intellettuale a tutto tondo.La voce che ci arriva da questi scritti è a tratti quella del testimone, scampato alla feroce brutalità del lager, ma per altri versi deriva dalle attente valutazioni del sociologo, dell’etnologo, del linguista ed anche, come è ovvio, dello storico-cronista, che ci restituisce i fatti nella loro scarna nudità esaltandone la valenza di testimonianza e monito. Quest’uomo straordinario per la potenza del ricordo che emana ad ogni sua pagina, per il quale il racconto diviene un preciso dovere morale, un’esigenza imprescindibile ed irriducibile dopo il peso della sofferenza vissuta, si slancia con ardore nella scrittura per comunicare ai posteri, senza schemi ideologici o idee preconcette, la brutalità di una tragedia, già per sua natura, di difficile rappresentazione..
L’opera si snoda su una serie di interpretazioni incentrate sul dramma dell’Olocausto, affrontate sulla base di spunti tematici diversi ed analizzate sin nei più sottili meccanismi di funzionamento: la cosiddetta zona grigia, dunque il forzato collaborazionismo nei lager, la necessità della comunicazione in lingua tedesca come labile forma di sopravvivenza nel mondo concentrazionario, la logica perversa di omologazione ad una disciplina militare disumanizzante e al fanatismo guerresco di stampo prussiano. La trama insomma di quelle terribili fabbriche di morte viene svelata ed osservata sotto più profili per metterne in evidenza la brutalità e le assurde motivazioni che le sottendevano.
Primo Levi è stato uno dei pochi superstiti che ha avuto la possibilità di tramandare i suoi ricordi, sia pur nella difficile condizione psicologia del sopravvissuto. Dei 650 ebrei trasportati dal campo di raccolta di Fossoli nel modenese a quello di concentramento di Auschwitz, in Polonia, il 22 febbraio del 1944, stipati ad oltre 50 individui per vagone, solo 20 persone si salvarono. Le dolorose ferite interiori inferte dalla tragedia collettiva vissuta e rielaborata nel lutto avrebbero fatto di Levi una vittima ritardata della detenzione ad Auscwitz, accrescendo nell’autore quel senso di angoscia lacerante che lo avrebbe portato al suicidio, sebbene le circostanze della morte restino a tutt’oggi non completamente chiarite. Il sipario sulla vita di Primo Levi cala l’11 aprile 1987 dopo una rovinosa caduta dalla tromba delle scale del sua casa di Torino. Di lui rimarrà la figura di un uomo moralmente integro che ha portato l’opinione pubblica ad una più forte e decisa presa di coscienza sociale su quella terribile ed innominabile pagina della storia umana che va sotto il nome di Shoah.
Si dice che Philip Roth, scrittore americano di origini ebree tuttora vivente, interrogato su chi fosse secondo lui lo scrittore più significativo di tutta la letteratura italiana, abbia evocato proprio Primo Levi, dato che, dopo l’uscita di Se questo è un uomo, a pochi anni dalla fine del conflitto e precisamente nel 1948, “nessuno avrebbe più potuto affermare di non essere stato ad Auschwitz”. Primo Levi insomma costituisce, nell’ambito della storia della nostra letteratura, e non solo, un punto di non ritorno.
Come stimoli per la lettura di questo libro, di evidente importanza per la formazione di ogni cittadino, valgano alcuni estratti che ho giudicato particolarmente significativi.
Quelli ad esempio in cui Levi parla dei processi di deformazione del ricordo o rimozione volontaria della memoria messi in atto dai nazisti nel tentativo di cancellare ogni traccia del passato.

“Come caso limite della deformazione del ricordo di una colpa commessa, c’è la sua soppressione. Anche qui il confine tra buona e male fede può essere vago; dietro i “non so” e “non ricordo” che si sentono in tribunale c’è il preciso progetto di mentire, ma altre volte si tratta di una menzogna fossilizzata, irrigidita in una formula. Il memore ha voluto diventare immemore e ci è riuscito: a furia di negarne l’esistenza, ha espulso da sé il ricordo come si espelle un’escrezione o un parassita […] Il modo migliore per difendersi dall’invasione di memorie pesanti è impedirne l’ingresso, stendere una barriera sanitaria lungo il confine. E’ più facile vietare l’ingresso ad un ricordo che liberarsene quando è stato registrato. A questo in sostanza servivano molti degli artifizi escogitati dai comandi nazisti per proteggere le coscienze degli addetti ai lavori sporchi, per assicurarsi i loro servizi, sgradevoli anche per gli scherani più induriti. […] Del resto l’intera storia del Terzo Reich può essere riletta come guerra contro la memoria, falsificazione della realtà, negazione della realtà, fino alla fuga definitiva dalla realtà medesima”.

Sull’esigenza di comunicare per non rivivere passivamente la storia e lasciarsi dominare dagli eventi, spettatori passivi del proprio destino, preparando ai posteri un modo manipolato dai coscientizzatori di massa, lascio ad ognuno lo spazio ed il tempo, se vorrà, di riflettere sulle parole rivelatrici ed attualissime di Levi.

“Salvo casi di incapacità patologica comunicare si può e si deve: è un modo utile e facile di contribuire alla pace altri e propria, perché il silenzio, l’assenza di segnali, è a sua volta un segnale, ma ambiguo, e l’ambiguità genera inquietitudine e sospetto. Negare che comunicare si può è falso: si può sempre. Rifiutare di comunicare è colpa; per la comunicazione ed in specie per quella sua forma altamente evoluta e nobile che è il linguaggio, siamo biologicamente e socialmente predisposti. Tutte le razze umane parlano; nessuna specie non-umana sa parlare”....

Le sue considerazioni circa quel non ben definito confine tra bene e male che porta Levi a rifuggire da un certo manicheismo tranciante e che nel contesto dei Lager ha visto, pur con tutte le dovute distinzioni che si devono ai singoli casi, le vittime, non sempre per costrizione o paura, trasformarsi in complici dei carnefici, più o meno coscienti del loro ruolo.

“Siamo capaci noi reduci di comprendere e di far comprendere la nostra esperienza? Ciò che comunemente chiamiamo “comprendere” coincide con “semplificare”(…). Tendiamo a semplificare anche la storia; ma non sempre lo schema entro cui si ordinano i fatti è individuabile in modo univoco e può dunque accadere che storici diversi comprendano e costruiscano la Storia in modi tra loro incompatibili; tuttavia è talmente forte in noi, forse per ragioni che risalgono alle nostre origini di animali sociali, l’esigenza di dividere il campo tra “noi”e “loro” che questo schema, la bipartizioni amico-nemico, prevale su tutti gli altri. La storia popolare, anche la storia quale viene tradizionalmente insegnata nelle scuole, risente di questa tendenza manichea che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità (…). L’ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intono ma anche dentro, il “noi” perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, forse tra ciascuno e ciascuno”.

Esistono due bei volumi dell’Einaudi sull’opera: uno, ormai fuori catalogo, è quello inserito all’interno dell’Opera Omnia dei Levi nella storica collana Nuove Universale Einaudi, che con po’ di fortuna potrete ancora trovare (è l’edizione che chiaramente consiglio). L’altra nei più diffusi TASCABILI, di cui sono disponibili varie ristampe, è presente un po’ in tutte le librerie.

mercoledì 19 ottobre 2011

Carlo Bo e il tempo dell' ermetismo

Ho visitato, a Rimini, presso il palazzo delle esposizioni, la mostra ( 21 – 27 Agosto 2011 ) dedicata all’esperienza “ermetica” di Carlo Bo e di quegli intellettuali che assieme a lui hanno contribuito a dare vita ad un movimento poetico-letterario con profonde implicazioni nell’ammodernamento e l’europeizzazione delle nostre lettere. Si è trattato di un’esposizione importante e fondamentale per almeno un paio di buone ragioni: in primo luogo in quanto l’esposizione ha costituito una novità assoluta in Italia, nel senso che il nostro paese mai aveva ospitato un evento simile sui poeti “ermetici” degli anni Trenta e Quaranta, né tanto meno sulla complessa e versatile figura intellettuale di Bo; in seconda battuta, per l’amorevole cura ed attenzione con cui il curatore della mostra, il prof. Tabanelli, ha raccolto la massa dei materiali rigorosamente autentici ( saggi, raccolte poetiche, riviste e lettere autografe), sottoponendosi ad un ragguardevole lavoro di ricerca e selezione delle opere presentante.


E' stato rappresentato così, in maniera efficace, uno spaccato della vita culturale italiana, in cui la letteratura divenne strumento di conoscenza esistenziale e di approfondimento spirituale, traducendo le angosce e le inquietudini etiche dell’uomo moderno, la problematicità dell’esistenza, e proponendosene come possibile via di uscita.

Alceo L.

domenica 6 marzo 2011

Carlo Bo ed il mestiere del lettore


di  Lucidi Alceo

Caro Filippo tu oggi mi chiedi di parlare di Carlo Bo, nel centenario della sua nascita e nel clima di celebrazioni che ha avuto inizio per ricordare la sua figura intellettuale, ed io accetto di buon grado questo tuo invito. Mi chiedi di esplorare il suo rapporto con la lettura e di certo debbo scendere in un discorso che si addensa negli angoli riposti della mia anima, che trova una luce di consolazione ed un riscontro spirituale in un diretto, coinvolgente, sentito e mai concluso rapporto di costruzione di senso con le mie letture, con una dimensione particolare di lettura. E’ quell’esercizio severo ma stimolante che chiama in causa principalmente la nostra vera natura spirituale, il nostro essere veramente lettori solo alla luce fortificante e sorprendente delle parole, per così dire sprovviste di quella parte di caducità, di meccanica ridondanza, di schematicità di pensiero e di uso a cui una letteratura leggera, consumistica, standardizzata vorrebbe abituarci, sensualmente assuefarci.

Non è facile spiegarlo anche perché il discorso rischia di farsi così complesso da sfuggire alle nostre stesse suggestioni o ad un orizzonte di senso in grado di racchiuderlo nella mia limitata, stentata riflessione, ai nostri stessi gusti spesso sforzati o malamente educati.
Bisognerebbe qui sgombrare il campo da ogni equivoco, da ogni fuorviante generalizzazione e puntare invece sul fatto che per Bo la lettura fu sempre strettamente collegata alla sua opera di critico letterario, di pensatore, più in generale di scrittore. Né avrebbe potuto essere diversamente dato il contesto culturale ed intellettuale in cui si formò: quella Firenze degli anni ’30 del secolo scorso, unico vero avanposto di rinnovamento letterario in Italia, attorno a riviste, caffè, librerie ed un’editoria progressista, Vallecchi in primis, che favorì un confronto costruttivo e per certi versi una contaminazione tra aspirazioni e sensibilità di letterati, i quali, pur partendo da formazioni diverse, si rivolsero verso una visione ampia, libera e riformatrice dei processi culturali nel loro essere critici ed autori assieme. Facendo della letteratura un credo artistico ed un ancora di salvezza, il crocevia di valori umanistici contro la disumanità del potere e della dittatura fascista.
Bisognerebbe poi inquadrare il reale bisogno di lettura di Bo, il suo modo di viverla e prima ancora di concepirla, fedele nel tempo e assimilata ad uno stile di vita, ad un parametro di misurazione del vero, nella sua dimensione di scoperta, come “strumento di conoscenza” e di “approfondimento spirituale ed intellettuale”, come ebbe modo di dire tante volte e come avrebbe sempre professato, dandone una tangibile prova nel desiderio irriducibile di una esistenza praticamente riportata e confrontata con la lettura, all’insegna dei libri. E’ quell’ “io ho letto la mia vita, non l’ho vissuta” che ne fa la cifra ideale di un atto che procede ben oltre la memoria di un testo, ossia lo stato di adesioni emotivamente immediate, di suggestioni superficiali ed esteriori, di adattamenti al tempo, di riduzioni in un terreno di speculazioni ideologiche o divagazioni retoriche o ancora di sterili polemiche suggerite più da un incondizionato pregiudizio che non da un attento giudizio. Non è lì che va cercato il Bo lettore, ma in una facoltà di intuizione spirituale più aperta ed anzi decisamente vibrante ai suggerimenti dell’animo, mossa da un moto ricorrente, interiore, umile perché continuamente ricercato nel silenzio, sempre alluso e mai ostentato, con al proprio centro l’altro libro, il libro primo, di natura “perpetua”, che si affianca a quello letto, “ovvero quel patrimonio di nozioni scontate dentro di noi, […] e che ci deve servire di controllo, come materia di confronto, la prima materia di apparizione”.

 Un lavoro sulla parola durevole, dunque, la lettura, un serrato ed impegnativo travaglio di attese, silenzi, interrogazioni spirituali, nel dialogo incessante tra la propria interiorità e quella dello scrittore con manifestazioni ed effetti di lunga durata e ben successivi alla semplice presa di visione di un testo o ad una scontata temporalità. Il gioco di parte attiva e rispondente del lettore nell’interpretazione di un testo, nella sua libertà di movimento all’interno di esso crea una circolarità di interessi e di vicinanze di pensiero e sentimenti che prolungano la lettura, le attribuiscono una dignità superiore, uno statuto di appropriatezza conoscitiva, e soprattutto una sua “algebra”, un suo “alfabeto”, vale a dire una lingua riconoscibile solo a patto di entrare tra le pieghe di un libro, di ricostruirne la rete di rimandi e di sensi sottesi, di coglierlo in controluce, di aggiungerlo ad una sorta di diario interiore con il quale leggiamo criticamente gli eventi e superiamo la nostra condizione materiale, dandole un respiro, un senso di compartecipazione alle problematiche umane di fondo, una memoria del tempo sicuramente più ampi e validi.
In questi termini la lettura diviene una sorta di educazione, attenta e prolungata, lo specchio delle nostre vicende e trasformazioni dell’animo, una misura di paragone sicura. Non è cosa di poco conto né che possa consumarsi in una fuggevole sensazione, piuttosto un processo lento, irreversibile, ripreso ad ogni nuova esperienza con il testo. Un lettore non finisce mai di esserlo e quel suo gesto di entrare a contatto con il libro è un modo per gratificare la propria esistenza, insomma per amplificarne la portata ed il senso, per farne la parte migliore dell’esistenza stessa: da qui il titolo del suo saggio “Letteratura come vita” del 1938, non a caso (ri)conosciuto come l’opera di riferimento di Carlo Bo e del movimento ermetico, additato come il migliore concentrato della visione estetica del letterato.
A fare da sfondo al modo di concepire la lettura di Bo, gli autori più amati, quelli della grande letteratura spiritualista francese della prima metà del XX secolo e più volte richiamati nei suoi scritti: da Gide a Rivière, da Sainte-Beuve ad Alain Fornier che cito solo di sfuggita qui ma dei quali raccomando ad ogni modo un approfondimento.
Vorrei però solo segnalare il caso di André Gide, un autore sviante, fuggevole, controverso, laicamente intransigente quanti altri mai eppure capace di dare un’idea lampante del senso vivo, partecipato della lettura concepito da Bo, riportandomi proprio alle parole usate dal critico per illustrare il carattere innovativo del metodo di Gide. E’ il modo migliore secondo me per onorare un uomo, la cui imponente figura intellettuale mi ha sempre trasmesso un senso di timore reverenziale (non ho mai avuto il coraggio di incontrarlo anche se ho frequentato la sua Università e lo sento vicino a me ogni giorno come figura di paterno conforto), così come Fabrizio De André visse artisticamente nell’eterna suggestione del maestro Georges Brassens.
“Leggere non significa trovare delle conferme anzi serve soltanto ad educare, quindi a portarci fuori dalle abitudini, dal vizio, dalla palude di noi stessi. A questo riguardo non so indicare nessun lettore migliore di Gide. Tutta la sua vita spirituale è determinata dal moda delle sue letture. Sarà la lettura cosciente, contrastata, ripresa di infiniti accorgimenti intellettuali […]. D’altronde una simile lettura coincide esattamente col senso della sua vita spirituale […] originale è per lui aprirsi costantemente al senso della riprova: ma una riprova per nulla consolata, anzi spregiudicata e sull’argine della perdizione. Prendiamo il Vangelo – se ci è considerato considerarlo come un libro – e vediamo la lettura che ne ha fatto Gide. […] Per Gide è stato un libro aperto, vuol dire che la sua lettura è continuata al di là del testo pratico, il Vangelo fuso nell’ordine della sua vita non ha cessato di suscitare delle domande, di offrire delle nuove soluzioni. Gide deve averlo letto per riconoscersi e non in quelle parti che gli erano uguali e quindi indifferenti ed inutili del testo ma su quei punti che costituivano un impedimento e cadevano come oggetti di dialogo: di quel dialogo che è l’unica forma vera del suo discorso. Lo hanno accusato di sforzare il senso dei libri che leggeva ma dimenticavano che un libro è vivo proprio per il numero di interpretazioni che sostiene ed ammette, senza contare che appena un motivo era accettato nella sua storia diventava inerte ed oggetto di superamento”.
Per ulteriori approfondimenti ho predisposto di seguito una piccola bibliografia di testi decisivi per la comprensione del percorso di formazione del Bo lettore. Alcuni con un po’ di pazienza ed attenzione sono ancora in circolazione. Esiste un sito che raccoglie in rete le principali librerie antiquarie d’Italia dove è facile trovarli ed è il seguente: http://www.maremagnum.com/

Bibliografia di riferimento

1) C. Bo “Della lettura”, Urbino, Quattro Venti, 1987
2) C. Bo “Della lettura ed altri saggi”, Firenze, Vallecchi, 1953
3) C. Bo “Diario aperto e chiuso, Milano, Edizioni di Uomo, 1945
4) C. Bo “La religione di Serra, Firenze, Vallecchi, 1956
5) Giorgio Tabanelli, “Carlo Bo, il tempo dell’Ermetismo”, Milano, Garzanti, 1986, (edizione aggiornata in: Venezia, Marsilio, 2010. Disponibile in tutte le librerie e su siti internet specializzati).



Presentazione della fondazione Carlo e Marise Bola biblioteca di Carlo Bo
http://www.youtube.com/watch?v=K7WvvZz77A8

lunedì 19 gennaio 2004

Conversando con Eugenio De Signoribus su Carlo Bo






Ammetto di avere assaporato in solitudine il desiderio crescente di riuscire un giorno a parlare della figura di Carlo Bo con il prof. Eugenio De Signoribus, poeta ormai inserito a pieno titolo tra i grandi del nostro lirismo contemporaneo.
De Signoribus fa parte di quel genere di uomini che non ostenta la propria soddisfatta condizione, né tanto meno sceglie di farsi scudo del sapere accumulato per porre in risalto la propria persona o arrogarsi il diritto di elargire concetti come fossero verità di saggezza distillate. Non ne ha bisogno, perché ha capito che compito di tutti noi, e del poeta più in particolare, è quello di fondare un dialogo solido e duraturo con il prossimo incentrato su un moto di comprensione, calda generosità dei modi, gentilezza d’animo elevata a gesto di rinuncia di una parte di sé.
De Signoribus ci suggerisce che se esiste un modo per trasmettere il proprio bagaglio di esperienze esso non passa certo per le vie dell’imposizione o dell’altezzosità, della protervia o dell’affettazione, quanto piuttosto per una lenta decantazione dell’eco delle parole nell’anima dell’ascoltatore, lasciando che esse si condensino accompagnate da piccoli gesti di amore: dalla tenerezza di un sguardo alla pacatezza del tono, dall’intransigente purezza intellettuale all’ascolto rispettoso.
Ecco come si spiega la larga disponibilità con cui mi si è rivolto e per la quale mi ha introdotto in aspetti anche “intimi” della propria esistenza con la naturalezza e la gioia nascoste di una persona candida e trasparente. Prima ancora che uno scrittore, in effetti, De Signoribus è un cittadino innamorato del proprio paese che riflette, con amarezza ma anche con la giusta acutezza, sullo stato di involuzione culturale, sociale, economica e morale della nazione. Non è una stanca litania di critiche impietose, né il solito vittimismo impotente, a cui gli italiani sembrano essersi da troppo tempo abituati, quanto piuttosto un monito accorato.
Si delinea allora in De Signoribus  la visione disincanta di un letterato addolorato dalle ferite inferte al proprio paese da tutta una demagogia politica o, peggio ancora, da anni di manipolazione ed offuscamento delle coscienze. Nonostante tutto, ciò che sembra più rattristarlo è l’assenza di voci intellettuali critiche nei confronti di un conformismo divorante che fa strame di ogni indipendenza di giudizio od anche di un sentimento di sana indignazione contro l’acquiescenza montante, cresciuta in maniera esponenziale.
A De Signoribus, anche per una nobile discretezza e delicatezza di modi, con i quali fa sì che a parlare siano i silenzi più che le parole, rendendoli eloquenti di uno stato d’animo oppure sintomatici di un pensiero appena svolto, pongo poche essenziali questioni circa il suo rapporto intellettuale e spirituale con Bo, in cui è più che palpabile la nostalgia per una cultura “umanizzata”, vicina ai veri rovelli esistenziali dell’uomo.

Alceo Lucidi: Prof. De Signoribus come ha conosciuto Carlo Bo e quali sono i suoi primi ricordi del rettore?

Eugenio De Signoribus: Le prime immagini di Carlo Bo sono quelle legate alla mia vita di studente, quando frequentavo la facoltà di lettere dell’Università di Urbino, allora un istituto il cui prestigio era riconosciuto unanimemente dalla comunità scientifica nazionale. Ad Urbino Bo si era circondato di alcuni intellettuali con i quali aveva già intrecciato contatti e scambi culturali proficui durante il soggiorno fiorentino degli anni Trenta, così fecondo di scoperte letterarie. Ricordo di avere avuto come professore di Storia dell’Arte Alessandro Parrochi, del quale ho seguito gli interessantissimi corsi, ma anche della presenza fecondante di Mario Luzi, che lo stesso Bo aveva voluto ad Urbino come docente di letterature comparate. Al nucleo iniziale di insegnanti, che si insediarono dopo la costituzione della facoltà, in quel lontano 1956, vanno aggiunti i nomi di Mario Petrucciani, Claudio Varese e di Rosario Assunto (che ha ricoperto la cattedra di estetica per 25 anni).
Comunque, non ho mai avuto da studente rapporti particolari con Bo che vedevo come una figura di intellettuale raffinato e compunto verso la quale si provava un certo timore reverenziale oppure un profondo senso di rispetto. L’unico mio rammarico è stato quello di non essere riuscito a sostenere con lui l’esame di letteratura francese perché quel giorno, per via dei suoi innumerevoli impegni, finì per essere assente e fui allora interrogato da uno dei suoi tanti assistenti, un certo Piacesi. Il fatto di non avere potuto annoverare la sua firma nel mio libretto di studente mi dispiacque proprio per l’alta stima e considerazione in cui lo tenevo e per la precocissima personalità di intellettuale, che aveva contribuito alla valorizzazione di decine di poeti del periodo tra le due guerre mondiali - soprattutto francesi e spagnoli - con la quale mi era noto.

Alceo Lucidi: Ad ogni modo, successivamente ai suoi studi, ebbe modo di avvicinarlo ed entrare in contatto con Bo, soprattutto quando il rettore si fece, per così dire, sostenitore della sua poetica, in particolare attraverso uno scritto intitolato “Eugenio De Signoribus: il nuovo classico della poesia italiana”.

Eugenio De Signoribus: Si,  in effetti l’articolo del prof. Bo, apparso sulla rivista “Gente” ed ora raccolto in un libro dedicato allo stesso Carlo Bo, intitolato “Citta dell’anima” e pubblicato dalla casa editrice anconetana “Il lavoro editoriale”, ebbe una certa risonanza nell’ambiente accademico urbinate e, prima ancora, in quello degli scrittori e poeti locali. Purtroppo in senso negativo perché mi attirò una serie di critiche e gelosie che francamente non mi aspettavo. Carlo Bo si esprimeva certo in mio favore considerandomi come un poeta dai toni e contenuti originali con avanti a sé un avvenire che si augurava roseo. Mi paragonava, inoltre, operando un accostamento molto forte, a due voci autorevoli del panorama lirico del secondo dopoguerra, come quelle di Gatto e Luzi, a loro volta scoperte e valorizzate, per la freschezza del tono, da Eugenio Montale.
Ma, a parte le polemiche, che sono sempre fini a se stesse e non aggiungono nulla al dibattito, debbo dire che il prof. Bo, da quando si è accostato ai miei scritti, ha sempre mantenuto un atteggiamento premuroso e accondiscendente nei confronti della mia persona e, più in generale, della mia produzione poetica.
Nei numerosi premi letterari ai quali ho preso parte ed in cui si trovava ad essere un membro della giuria - penso, che so, al premio “Gentile da Fabriano”, dove adesso siedo come giurato anche se non ritrovo più lo spirito del premio di un tempo e di cui fui il primo, tra l’altro, a vincere nella sezione dedicata alla poesia - si è sempre espresso a mio favore. A questo proposito ricordo un episodio simpatico: una volta, alla consegna di un riconoscimento in seno ad un concorso letterario, prima di stringermi la mano, mi fece l’occhiolino, come se volesse testimoniarmi il suo apprezzamento nonostante fosse noto per la riservatezza del carattere. Io che lo vedevo ancora come una persona estremamente composta rimasi, a dire il vero, perplesso, anche se cominciava a maturare nei suoi confronti un tipo di approccio che, ben lungi dall’essere fondato e segnato da un sistema di relazioni ed incontri stabili, si riversò invece nel campo di una frequentazione spirituale.

Alceo Lucidi:  Può spiegarci cosa intende con quest’ultima definizione?

Eugenio De Signoribus: Intendo un rapporto non basato su una rete consolidata di frequentazioni quanto piuttosto su un’intesa che si reggeva in base alle letture incrociate di cose mie e sue, ad una certa complicità d’animo, agli sguardi o ai cenni intrattenuti quando ci vedevamo nelle occasioni ufficiali, alle riflessioni, soprattutto, a cui i suoi scritti mi inducevano. Debbo dire che questa corrispondenza elettiva si è rafforzata nel corso degli ultimi anni della vita di Bo, quando già il rettore era piuttosto cagionevole di salute. Prima che ci lasciasse gli avevo anche spedito una lettera in cui lamentavo la condizione generale dell’Italia, così deplorevole ed avvilente. Era un mio sfogo, che non so neanche se Bo sia riuscito a leggere francamente o nei confronti del quale abbia avuto il tempo e la forza di rispondere.
La sua spiritualità, il suo cattolicesimo, che io definirei non pacificato, si apparentano bene alla mia disposizione interiore, al dominio della mia sensibilità umana e poetica.

Alceo Lucidi: Cosa le manca e, di riflesso, ci manca, di più di una figura come quella di Bo nella società attuale? Quale pensa sia il più grande insegnamento che Bo, e con lui la schiera degli uomini di cultura del periodo ermetico, ci hanno lasciato?

Eugenio De Signoribus: Direi che oggi in Italia manca quasi totalmente lo spirito di collaborazione e di solidarietà che, invece, fece da humus allo sviluppo di un contesto intellettuale, come quello ermetico, in cui si misero assieme capacità, aspettative e speranze per creare un tipo di sensibilità culturale, ma potrei anche dire umana ed etica, in grado di allargare le prospettive sulla nostra letteratura ed alimentare un fronte di resistenza civile e di pensiero alle manifestazioni più degeneri e retoriche del Fascismo. Oggi, al contrario, sembra tutto così supinamente asservito a logiche conformiste e speculative che riesce difficile anche solo pensare a quello sforzo collettivo di personalità diverse - voglio dire con esperienze e formazioni ideologiche ed intellettuali eterogenee - se non nei termini di un lontano richiamo o di un’esperienza irrimediabilmente trascorsa. Se solo avessimo il coraggio di farci carico, assieme e responsabilmente, del futuro di questa travagliata nazione la situazione non potrebbe che migliorare. Puntando innanzitutto sul futuro dei giovani e dando loro fiducia.
Ad esempio, sempre riferendomi al “Premio Gentile Da Fabriano”, dove da qualche anno hanno accorpato le sezioni prima dedicate distintamente alla poesia e alle arti visive, ho cercato di inserire nelle rose dei candidati anche dei nomi di giovani scrittori, ricercatori od artisti che, a mio modo di vedere, si erano particolarmente distinti nel panorama nazionale, anche se, purtroppo, negli ambienti della cultura ufficiale, mossi spesso da severe logiche di appartenenza o profili di interesse commerciale e di immediata visibilità, non ho riscosso particolare seguito. Secondo me esiste un deficit di speranza nelle “sorti progressive” della nostra amata patria che va sanato al più presto. Di questo la classe dirigente ed intellettuale italiana dovrebbe essere cosciente e farsi carico in qualche misura.

di Alceo Lucidi  


Eugenio De Signoribus
Eugenio De Signoribus  è nato nel 1947 a Cupra Marittima, Ascoli Piceno, dove vive. Ha pubblicato i seguenti percorsi poetici: Case perdute, 1976-1985 (il lavoro editoriale, Ancona 1989); Altre educazioni, 1980-1989 (Crocetti, Milano 2001); Istmi e chiuse, 1989-1995 (Marsilio, Venezia 1996); Principio del giorno, 1990-1999 (Garzanti, Milano 2000); Ronda dei conversi, 1999-2004 (Garzanti, Milano 2005). I cinque libri sono stati raccolti nel volume Poesie 1976-2007, con la sezione inedita Soste ai margini, 2005-2007 (Garzanti, Milano 2008). Nel 2011, sempre da Garzanti, è uscito Trinità dell'esodo, 2005-2010.