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martedì 16 agosto 2011

In vespa da Roma a Saigon di Giorgio Bettinelli

Proposta di lettura di Cristian C.

Giorgio Bettinelli (Crema, 15 maggio 1955 – Jinghong, Cina, 16 settembre 2008) è stato un giornalista, scrittore, cantautore e viaggiatore italiano.

Prima di buttare giù qualche riga, mi sento il dovere di dire una cosa: Giorgio Bettinelli, autore del libro che vi sto presentando, “In Vespa”, è morto qualche anno fa in un villaggio in Cina.
Scrivo questo perché dopo aver letto il libro, vengono fuori idee corrotte dalle righe, pensieri contrastanti ed una unanime ed universale voglia di viaggiare. Giorgio Bettinelli è morto di un male sconosciuto in un minuscolo villaggio nel Sud della Cina, perché viaggiare è rischioso come dice mia madre, ma dopo aver superato già le prime pagine, si ha come l’impressione che le classiche vacanze e viaggi che tutti noi abbiamo fatto, le nostre avventure e i nostri progetti siano “leggermente ridimensionati”: non è così. Ognuno ha una sua storia, un presente, e (speriamo) un futuro, a volte degno, a volte meno, ma non dilunghiamoci su discorsi di altri. Vi presento un po’ Giorgio: chiamiamolo così perché un tipo strano e stravagante come lui, capace di abbandonare in una stagione matura il suo lavoro di giornalista e la sua nazione, l’Italia, per trasferirsi a Bali, in una parte ancora abbastanza non “turistalizzata” , non credo necessiti di appellativi di Dottore o specificazioni familiari e di genere.
Giorgio è un tipaccio sapete: A Bali era entrato in contato con la cultura del posto e si era appassionato ad uno strano destriero: strano perché un italiano, che dopo una vita di viaggi ed avventure s’innamora ( e non esagero assolutamente con questo termine) di una Vespa, si, proprio un made in Italy per eccellenza, è strano. E lo fa a Bali, mentre scorrazza libero tra strade fantasma e spiagge mozzafiato.
E proprio lì che nasce un’idea, un po’ folle, chiamiamola anche … pazza.
Decide per così dire di affrontare un viaggio con il suo nuovo destriero da Roma a … Saigon. Scusate l’uso scorretto dei puntini, ma oltre ad un vizio di forma, sono anche per raccontarvi quali tarli potevo avere nella mente quando vidi la copertina scalcinata del libro.
Potrei dirvi ancora tante cose, ma penso che non può esistere una buon recensione di questo volume aggiungendo altro.
Quando parlo di questo libro è come raccontare la storia di uno zio strambo e mi piace riassumerlo brevemente così “Giorgio Bettinelli è un uomo che era uscito per comprare un pacchetto di sigarette a Roma e ne comprò un pacchetto amaro in Saigon”, insomma, un giusto Don Chisciotte nostrano.

Buona lettura. 

"Il primo marzo del 1993, dopo sette mesi esatti da quando ero partito dall'Italia e 24.000 chilometri percorsi, mettevo la Vespa sul cavalletto nella piazza centrale di Ho Minh City, davanti a un chiosco di bibite dove una radiolina gracchiava a volume esasperato le note di una canzone vietnamita, e mi concedevo la prima sigaretta dopo tutto quel tempo, annaffiandone per giunta le boccate con sorsi di birra ghiacciata, quasi per stordirmi dal piacere. "




"Io non avevo nessuna intenzione di comprarla, […] perché non avevo mai avuto passione per le moto e la mia unica esperienza in tal senso si era limitata, all’età di quindici anni, a un ciclomotore rosa shocking che era finito accartocciato in un fosso insieme a me”.

"Rimango altre quattro ore in sella, e guido finché il sole è già quasi al tramonto, secondo una sana abitudine che da tempo ero costretto a perdere, prima di fermarmi in un villaggio qualsiasi per passare la notte. E’ una delle sensazioni che ho sempre amato di più, e che così spesso mi ha dato l'illusione di essere libero e padrone della mia vita: quel grappolo di minuti dalla consistenza indefinibile, quando non è ancora buio e non è più giorno, e tu entri in un posto che non hai mai sentito nominare, con la consapevolezza che domani sarai già lontano, e che per altri mesi, per altri anni, per altri grappoli di minuti della stessa intensità continuerai ad allontanarti, assecondando il dipanarsi di una matassa il cui filo ti si srotola tra le mani senza farsi accorgere, e finisce dall'altra parte del mondo".


Quesito e ............

"E quanti rimbrotti mi era accaduto di ricevere dai maestri, quando coi miei compagni ce ne recitavamo dei brani. Ricordavo di un vecchio monaco di Melk che diceva che un uomo virtuoso come Cipriano non aveva potuto scrivere una cosa così indecente, una simile e sacrilega parodia delle scritture, più degna di un infedele e di un buffone che non di un santo martire ... Da anni avevo dimenticato quei giochi infantili. Come mai quel giorno la Coena era riapparsa così vivida nel mio sogno? Avevo sempre pensato che i sogni fossero messaggi divini, o che al massimo fossero assurdi balbettamenti della memoria addormentata intorno a cose avvenute durante il giorno. Mi avvedevo ora che si possono sognare anche dei libri, e dunque si possono sognare dei sogni. "Vorrei essere Artemidoro per interpretare rettamente il tuo sogno," disse Guglielmo. "Ma mi pare che anche senza la sapienza di Artemidoro sia facile capire quello che è successo. Tu hai vissuto in questi giorni, mio povero ragazzo, una serie di avvenimenti in cui ogni retta regola sembra essersi sciolta. E stamane è riaffiorato alla tua mente addormentata il ricordo di una specie di commedia in cui, sia pure forse con altri intenti, il mondo si poneva a testa in giù. Vi hai inserito i tuoi ricordi più recenti, le tue ansie, i tuoi timori. Sei partito dai marginalia di Adelmo per rivivere un gran carnevale in cui tutto sembra andare per il verso sbagliato, e tuttavia, come nella Coena, ciascuno fa quello che ha veramente fatto nella vita. E alla fine ti sei chiesto, nel sogno, quale sia il mondo sbagliato, e cosa voglia dire procedere a testa in giù. Il tuo sogno non sapeva più dove fosse l'alto e dove il basso, dove la morte e dove la vita. Il tuo sogno ha dubitato degli insegnamenti che hai ricevuto." "Non io," dissi virtuosamente, "bensì il mio sogno. Ma, allora i sogni non sono messaggi divini; sono vaneggiamenti diabolici, e non contengono nessuna verità!"

"Non lo so, Adso," disse Guglielmo. "Abbiamo già tante verità nelle mani che il giorno che arrivasse anche qualcuno a pretender di cavare una verità dai nostri sogni, allora sarebbero davvero prossimi i tempi dell' Anticristo. E tuttavia, più penso al tuo sogno, più lo trovo rivelatore. Forse non per te, ma per me. Scusami se mi impadronisco dei tuoi sogni per sviluppare le mie ipotesi, lo so, è una cosa vile, non si dovrebbe fare... Ma credo che la tua anima addormentata abbia capito più cose di quante non ne abbia capito io in sei giorni" e da sveglio ... " "Davvero?" "Davvero. O forse no. Trovo il tuo sogno rivelatore perché coincide con una delle mie ipotesi. Ma mi hai dato un grande aiuto. Grazie."
"Ma cosa c'era nel mio sogno che vi interessa tanto? Era senza senso, come tutti i sogni!" "Aveva un altro senso, come tutti i sogni, e le visioni. Va letto allegoricamente o analogicamente…"
"Come le scritture!?" "Un sogno è una scrittura, e molte scritture non sono altro che sogni. "

da Il nome della rosa di Umberto Eco ed. Bompiani

Periodicamente Leggere54 proporrà ai suoi amici un quesito

Tra tutte le risposte esatte pervenute ne verrà estratta a sorte una alla quale verrà assegnato un buono acquisto libri di 15 euro gentilmente offerto dalla libreria La Bibliofila di San Benedetto del Tronto, sponsor dell’ iniziativa.

Questa volta vi propongo la frase : " Mi avvedevo ora che si possono sognare anche dei libri, e dunque si possono sognare dei sogni. " Qual è il titolo del libro e chi è l’ autore ?
La frase proposta non è, mai, contenuta nella soluzione del quesito

La risposta va inviata a leggere54@yahoo.it

La soluzione del quesito letterario e’ : "Il nome della rosa "
di Umberto Eco.  La risposta è stata inviata da Serena P. di Cossignano ( AP )

domenica 31 luglio 2011

Quesito e ............


Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio (Alessandria, 14 agosto 1876 – Roma, 13 gennaio 1960), è stata una scrittrice e poetessa italiana.

La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch'io ero a sei, a dieci anni, ma come se l'avessi sognata.
Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare. Una musica, fors'anche: un'armonia delicata e vibrante, e una luce che l'avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo.
Per tanto tempo, nell'epoca buia della mia vita, ho guardato quella mia alba come a qualcosa di perfetto, come alla vera felicità. Ora, cogli occhi meno ansiosi, distinguo anche ne' miei primissimi
anni qualche ombra vaga e sento che già da bimba non dovetti mai credermi interamente felice. Non mai disgraziata, neppure; libera e forte, sì, questo dovevo sentirlo. Ero la figliuola maggiore, esercitavo
senza timori la mia prepotenza sulle due sorelline e sul fratello: mio padre dimostrava di preferirmi, e capivo il suo proposito di crescermi sempre migliore. Io avevo salute, grazia,intelligenza - mi si diceva - e giocattoli, dolci, libri, e un pezzetto di giardino mio. La mamma non si opponeva mai a' miei desideri. Perfino le amiche
mi erano soggette spontaneamente. L'amore per mio padre mi dominava unico. Alla mamma volevo bene, ma per il babbo avevo un'adorazione illimitata; e di questa differenza mi rendevo conto, senza osare di cercarne le cause. Era lui il luminoso esemplare per la mia piccola individualità, lui che mi rappresentava la bellezza della vita: un istinto mi faceva ritenere provvidenziale il suo fascino. Nessuno gli somigliava: egli sapeva tutto e aveva sempre ragione. Accanto a lui, la mia mano nella sua per ore e ore, noi due soli camminando per la città o fuori le mura, mi sentivo lieve, come al disopra di tutto. Egli mi parlava dei nonni, morti poco dopo la mia nascita, della sua infanzia, delle sue imprese fanciullesche meravigliose,
e dei soldati francesi ch'egli, a otto anni, aveva visto arrivare nella sua Torino, "quando l'Italia non c'era ancora". Un tale passato aveva del fantastico. Ed egli m'era accanto, con l'alta figura snella, dai movimenti rapidi, la testa fiera ed eretta, il sorriso trionfante di giovinezza. In quei momenti il domani mi appariva pieno di promesse avventurose.


Periodicamente Leggere54 proporrà ai suoi amici un quesito

Tra tutte le risposte esatte pervenute ne verrà estratta a sorte una alla quale verrà assegnato un buono acquisto libri di 15 euro gentilmente offerto dalla libreria La Bibliofila di San Benedetto del Tronto, sponsor dell’ iniziativa.

Questa settimana vi propongo la frase : ''La mia fanciullezza fu libera e gagliarda "

Qual è il titolo del libro e chi è l’ autore ?

La frase proposta non è, mai, contenuta nella soluzione del quesito
La risposta va inviata a leggere54@yahoo.it

La soluzione dell’ ultimo quesito letterario e’ : " Una donna " di Sibilla Aleramo
La risposta è stata inviata da Giovanni B.
di San Benedetto del Tronto (AP)

martedì 7 giugno 2011

Shogun di James Clavell

Proposta di lettura di Martina C.

James Clavell (Sydney, 10 ottobre 1924– Vevey, 7 settembre 1994 ) è stato uno scrittore, sceneggiatore e regista australiano.










Ho letto Shogun di James Clavell; un romanzo strano, catapulta in un mondo lontano da quello europeo e dà una forte percezione di una civiltà che affascina e incuriosisce.

E'  incredibile riscoprire come i valori e le tradizioni raccontate da Clavell nel giappone del 1600 siano ancora così attuali nel giappone moderno.
La cerimonia del Cha, la serenità e il potere nel riuscire a bere il "Cha che non c'è"; l'importanza della pulizia e dell'igiene con la cerimonia del bagno già quando nell'unico mondo civile conosciuto, si viveva nella sporcizia.
La fedeltà dei samurai ai Daymo può forse essere riscontrata in altre società ma il senso dell'onore fino al seppuku che deve comunque essere meritato e autorizzato, sconvolge.
L'obbedienza è espressa a tutti i livelli della scala sociale; le donne, che appartengono prima ai padri, poi ai mariti possono sembrare impotenti ma in realtà possono guadagnare l'onore diventando samurai.
L'amore ed il rispetto sono temi attuali di una società dove ci si inchina per salutarsi, dove l'appartenenza alle classi sociali, a cui si accede per nascita, viene riconosciuta e riscontrata in ogni gesto.
Ma l'amore in senso cristiano è sconosciuto; nel matrimonio come nella vita amore è sinonimo di lealtà e dovere anche nei confronti dei propri cari.
Leggendo il libro, si vive in simbiosi con il protagonista e si assiste al suo processo di incivilimento, al suo passare dall'essere barbaro (in quanto europeo), e quindi al di sotto perfino degli Eta (ultimi nella scala sociale giapponese), al titolo di Anjin-San dove il suffisso San è un segno di rispetto ed il riconoscimento di una posizione considerevole.
E' un libro che cattura la mente e la suggestiona fino a far "vedere" con gli occhi della propria immaginazione i paesaggi descritti, gli stati d'animo narrati, le torture applicate.
E' come se si fosse presenti agli incontri tra il giovane Blackthorne e il Nobile Toranaga (Daymo), si sentisse il peso dei momenti di silenzio di quegli incontri, si valutasse insieme all'Anjin-San quali le parole migliori per non increspare il difficile rapporto che egli sta instaurando con il Daymo.
Anche nell'esprimersi c'è una regola; il fatto che il protagonista impari giorno dopo giorno a rispettarla, lo fa vivere sospeso tra la vita e la morte, una morte che teme perché vorrebbe tornare in patria, almeno nelle prime fasi del racconto.
I giapponesi invece non temono la morte in nessuna classe sociale; è un paese drasticamente in balìa della natura con terremoti e maremoti che distruggono intere città e porti, ma il pensiero della morte viene accettato con serenità. Non è rassegnazione: è Karma!
Quello che viene distrutto viene velocemente ricostruito e, di fronte allo sconforto di Blackthorne che, a causa di un incedio scaturito in seguito ad un terremoto, vede la propria casa distrutta e assiste impotente alla morte di uno tra i suoi servitori, i giapponesi mantengono calma e serenità e, domato l'incedio, avviano la ricostruzione.
Solo con serenità e accettazione della morte e del destino si raggiunge il wa, l'armonia.
Che dire? questa filosofia rappresenta una valida via di fuga da tutto quello che è stress e frenesia nella società attuale; potremmo chiamarlo credo, karma oppure destino; lo scopo è quello di trovare il modo migliore per meglio vivere e apprezzare quanto a disposizione nella vita.
Davvero un bel libro!

"... Voi pensate alla realtà dentro la tazza, pensate al cha..la bevanda verde pallido degli dei. Se vi concentrate a fondo...un maestro Zen saprebbe insegnarvelo, Anjin-san. è difficilissimo e facile insieme. Come vorrei essere tanto brava da potervelo mostrare, Anjin-san! Perché allora tutte le cose del mondo sarebbero vostre...basterebbe chiederle, anche la più irraggiungibile, il dono supremo: la perfetta tranquillità"

"la memoria di Blackthorne tornò alla prigione: come era passato vicino alla morte, e come le era vicino anche adesso nonostante tutti gli onori! Toranaga può riprendersi quello che ha dato, con la stessa facilità...è il Karma. Non posso contrastare il karma...mi arrendo al karma, in tutta la sua bellezza, lo accetto in tutta la sua maestà."

mercoledì 18 maggio 2011

IL Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa


Proposta di lettura di Francesco Giovannelli

Giuseppe Tomasi di Lampedusa
(Palermo, 23 dicembre 1896 – Roma, 23 luglio 1957)

Il Gattopardo è il suo unico romanzo.








Nunc et in hora mortis nostrae. Amen. Queste sono le parole utilizzate da Giuseppe Tomasi di Lampedusa per l’inizio del romanzo il Gattopardo e con le quali celebra la fine di un regno, il Regno Borbonico, in cui “tutto rientrava nell’ordine, nel disordine consueto”.
Ambientato nella Sicilia del 1860, nei giorni in cui si decidevano le sorti del nuovo stato italiano, il romanzo narra le vicende di una famiglia aristocratica siciliana che ha come simbolo del casato proprio un Gattopardo.
Il suo capofamiglia, personaggio intorno al quale si snocciola gran parte del romanzo è Don Fabrizio. Un “mezzo siciliano” le cui grandi dimensioni ed il suo aspetto germanico lo rendono un personaggio fuori luogo nella Sicilia del tempo. E non solo per l’aspetto fisico. Don Fabrizio è un uomo tutto di un pezzo, un uomo che ha la fierezza di un felino (appunto un Gattopardo), che vive gli eventi storici ed i cambiamenti sociali in cui è coinvolta la sua Sicilia in maniera quasi rassegnata e con un certo distacco. Consapevole di aver raggiunto un età avanzata, il principe di Salina si fa trasportare da pensieri che sfuggono al mondo circostante degli amici e della famiglia. Accosta riflessioni inintelligibili agli altri personaggi del romanzo. Specie le riflessioni sulla morte, che più volte si ripresentano nel romanzo dall’inizio (Nunc et in hora mortis nostrae) alla fine (Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida).
Alla morte è addirittura dedicato un intero capitolo (il settimo), in cui viene narrato l’ultimo saluto di Don Fabrizio che vede piano piano uscire dal proprio corpo il fluido della vita per andare incontro ad una morte che si configura poeticamente nel romanzo soprattutto come dissoluzione, rovina, fluire corrosivo e indifferente del tempo, che investe uomini, oggetti e classi sociali.
Riflessioni che inesorabilmente conducono il Principe al rifugio in sé stesso e all’osservazione del cielo e degli astri, sua enorme passione.
Nessuno riesce a comprenderlo a pieno. Sua moglie Stelluccia, sua figlia Concetta, Padre Pirrone (parroco di casa Salina), Calogero Sedara, simbolo della nuova società borghese di Donnafugata. Nessuno è uguale a lui, sono tutti appartenenti ad una generazione diversa ed incomprensibile per Don Fabrizio, uomo che vive il suo tormento crescente consapevole di appartenere “ad una generazione disgraziata, a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due”. Persino il suo amico e compagno di caccia, Ciccio Tumeo sfugge dalle ammirazioni di Don Fabrizio con i suoi comportamenti da “snob”.
L’unico che riesce ad attirare la sua ammirazione e che ne riesce ad influenzare in parte le sue idee è il nipote Tancredi. Un giovane irrequieto e amante delle donne che senza indugio si aggrega all’esercito piemontese perché da “buon siciliano”, e quindi contrario ad ogni cambiamento, intuisce che “ se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. D’altronde solo il nipote adottato è l’unico personaggio che intuisce la natura tormentata e l’irrequieto agitarsi dell’animo dello “ziòne” ed il suo “corteggiamento” alla morte. Il solo in cui l’uomo-gattopardo possa in qualche modo vedersi riflesso, mentre il suo sguardo assiste impotente al crollo delle istituzioni e dei costumi sociali, alla fine di un’epoca.
Ma nel susseguirsi degli eventi di Don Fabrizio e della sua famiglia riesce pian piano a prendere forma un’altra protagonista del romanzo: la Sicilia.
Terra magnifica, quanto crudele e “dannata”. Terra che si prepara ad un nuovo cambiamento. Un cambiamento che però non porterà a nulla di nuovo. E’ il destino della Sicilia. Un destino a cui questa terra non può fuggire. Il tutto descritto nelle pagine del Gattopardo in maniera ironica e beffarda (vedi il discorso tra Don Fabrizio e il piemontese Chevalley). Come ironica e beffarda è stata la natura nei confronti della stessa Sicilia. Una terra che può vantare la bellezza della baia di Taormina ma che “a poche miglia di distanza ha l'inferno attorno a Randazzo”. Una terra posizionata nel cuore del Mediterraneo ma in quanto posizione strategica obiettivo delle mire espansionistiche dei diversi popoli da duemila cinquecento anni. Una terra che può godere per gran parte dell’anno di bellissime giornate di sole ma al contempo è vittima di aridità. Quindi una terra senza vie di mezzo. Senza razionalità. Una terra che, insieme alle dominazioni che si sono succedute nel tempo, hanno pian piano ha svuotato l’animo dei siciliani i quali oramai condannano non tanto il “fare bene o il fare male” ma bensì il semplicemente “fare”.
D’altronde questo popolo condannato a sudare 3 volte tanto rispetto agli altri italiani, che per ogni goccia d’acqua procuratasi deve versare una goccia di sudore e che ha dovuto sborsare denari ai differenti padroni che si sono succeduti nel tempo in cambio di bellissimi monumenti privi di anima, è un popolo diventato “vecchio”, privo di qualsiasi entusiasmo per qualsiasi tipo di cambiamento. Ed anche ora che si presenta l’opportunità di cambiare, di liberarsi di una monarchia oramai divenuta insopportabile e di partecipare alla creazione del nuovo Stato Italiano si tirerà indietro assecondando un cambiamento ma solo nella speranza che tutto rimanga immutato.

Discorso tra Don Fabrizio e Don Ciccio sul voto del referendum per l’annessione della Sicilia al nuovo Regno d’Italia

“E voi Don Ciccio come avete votato il giorno Ventuno?”
Il pover’uomo sussultò. Preso alla sprovvista in un momento nel quale si trovava fuori del recinto di siepi precauzionali nel quale si chiudeva di solito come ogni suo compaesano, esitava, non sapendo cosa rispondere.
Il principe scambiò per timore quel che era soltanto sorpresa e si irritò. “Insomma di chi avete paura? Qui non ci siamo che noi, il vento e i cani”.
La lista dei testimoni rassicuranti non era a dir vero felice; il vento è chiacchierone per definizione, il principe era per metà siciliano. Di assoluta fiducia non c’erano che i ani e soltanto in quanto sprovvisti di linguaggio articolato.

Discorso tra Don Fabrizio e il piemontese Chevalley che ha proposto al principe di Salina di candidarsi a diventare parlamentare del nuovo Regno d’Italia.

Stia a sentirmi Chevalley; se si fosse trattato di un segno di onore, di un semplice titolo da scrivere sulla carta da visita e basta, sarei stato lieto di accettare; trovo che in questo momento decisivo per il futuro dello stato italiano è dovere di ognuno dare la propria adesione, evitare l’impressione di screzi dinanzi a quegli stati esteri che ci guardano con un timore o con una speranza che si riveleranno ingiustificati ma che per ora esistono”.
“Ma allora, principe, perché non accettare?”
“Abbia pazienza, Chevalley, adesso mi spigherò; noi Siciliani siamo stati avvezzi ad una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si sfuggiva agli esattori bizantini, agli emiri berberi, ai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto “adesione” non “partecipazione”. In questi ultimi sei mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento, adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di “fare”. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il là; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso”.
Adeso Chevalley era turbato. “Ma ad ogni modo questo adesso è finito; adesso la sicilia non è più terra di conquista ma libera parte di un libero stato”.
“L’intenzione è buona, Chevalley, ma tardiva; del resto le ho già detto che in massima parte è colpa nostra; lei mi parlava poco fa di una giovane Sicilia che si affaccia alle meraviglie del mondo moderno; per conto mio mi sembra piuttosto una centenaria trascinata in carrozzella alla Esposizione Universale di Londra, che non comprende nulla, che s’impipa di tutti regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi o, delle acciaierie di Sheffield come delle filande di Manchester, e che agogna soltanto di ritrovare il proprio dormiveglia fra i suoi cuscini sbavati e il suo orinale sotto il letto”.
Parlava ancora piano, ma la mano attorno a S.Pietro si stringeva; l’indomani la crocetta minuscola che sormontava la cupola venne trovata spezzata. “Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali:e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio. Tutte le manifestazioni siciliane sono oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da di certe persone, di coloro che sono semi-desti; da ciò il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l’incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rifiutarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto.”
Non ogni cosa era compresa dal buon Chevalley; soprattutto gli riusciva oscura l’ultima frase: aveva visto i carretti variopinti trainati dai cavalli impennacchiati e denutriti, aveva sentito parlare del teatro di burattini eroici, ma anche lui credeva che fossero vecchie tradizioni autentiche. Disse: “Ma non le sembra di esagerare un po’, principe?” Io stesso ho conosciuto a Torino dei siciliani emigrati, Crispi per nominarne uno, che mi sono sembrati tutt’altro che dei dormiglioni”.
Il Prinicipe si seccò:”Siamo troppi perché non vi siano delle eccezioni; ai nostri semi-desti del resto, avevo di già accennato. In quanto a questo giovane Crispi, non io certamente, ma Lei potrà forse vedere se da vecchio non ricadrà nel nostro voluttuoso vaneggiare: lo fanno tutti. D’altronde vedo che mi sono spiegato male: ho detto i Siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l’ambiente, il clima, il paesaggio. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gl’incongrui stupri hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina, ambedue fuor di misura, quindi pericolosi; questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; le non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l’acqua che non c’è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora, le piogge, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana prima le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa continua tensione di ogni aspetto, questi monumenti, anche del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d’arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori s’imposte spese poi altrove; tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità di animo”.
……………………………..

Don Fabrizio gli sorrideva, lo prese per la mano, lo fece sedere vicino a lui sul divano: “Lei è un gentiluomo, Chevalley, e stimo una fortuna averlo conosciuto; Lei ha ragione in tutto; si è sbagliato soltanto quando ha detto: ‘i Siciliani vorranno migliorare’. Le racconterò un aneddoto personale. Due o tre giorni prima che Garibaldi entrasse a Palermo mi furono presentati alcuni ufficiali di marina inglesi, in servizio su quelle navi che stavano in rada per rendersi contro degli avvenimenti. Essi avevano appreso, non so come, che io posseggo una casa alla Marina, di fronte al mare, con sul tetto una terrazza dalla quale si scorge la cerchia dei monti intorno alla città; mi chiesero di visitare la casa, di venire a guardare quel panorama nel quale si diceva che i Garibaldini si aggiravano e del quale, dalle loro navi non si erano fatti un’idea chiara. Vennero a casa, li accompagnai lassù in cima; erano dei giovanottoni ingenui malgrado i loro scopettoni rossastri. Rimasero estasiati dal panorama, della irruenza della luce; confessarono però che erano stati pietrificati osservando lo squallore, la vetustità, il sudiciume delle strade di accesso. Non spiegai loro che una cosa era derivata dall’altra, come ho tentato di fare a lei. Uno di loro, poi, mi chiese che cosa veramente venissero a fare, qui in Sicilia, quei volontari italiani. ‘They are coming to teach us good manners risposi ‘but won’t succeed, because we are gods’.
‘Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi.’ Credo che non comprendessero, ma risero e se ne andarono. Così rispondo anche a Lei; caro Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la sempre ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una diecina di popoli di differenti essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali suntuosi. Crede davvero Lei, Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? Chissà quanti imani mussulmani, quanti cavalieri di re Ruggero, quanti scribi degli Svevi, quanti baroni angioini, quanti legisti del Cattolico hanno concepito la stessa bella follia; e quanti vicerè spagnoli, quanti funzionari riformatori di Carlo III e chi sa più chi siano stati? La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni; perchè avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola?
“Adesso anche da noi si va dicendo in ossequio a quanto hanno scritto Proudhon e un ebreuccio tedesco del quale non ricordo il nome, che la colpa del cattivo stato delle cose, qui ed altrove, è del feudalesimo; mia cioè, per così dire. Sarà. Ma il feudalismo c’è stato dappertutto, le invasioni straniere pure. Non credo che i suoi antenati, Chevalley, o gli squires inglesi o i signori francesi governassero meglio dei Salina. I risultati intanto sono diversi. La ragione della diversità deve trovarsi in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità. Per ora, per molto tempo, non c’è niente da fare. Compiango; ma, in via politica, non posso porgere un dito. Me lo morderebbero. Questi sono discorsi che non si possono fare ai Siciliani; ed io stesso, del resto, se queste cose le avesse dette lei, me ne sarei avuto a male.
“E’ tardi, Chevalley: dobbiamo andare a vestirci per il pranzo. Debbo recitare per qualche ora la parte di uomo civile”.

lunedì 25 aprile 2011

Il Signore degli anelli di J.R.Tolkien


Proposta di lettura di Rosina Bruni


“Un anello per domarli tutti, un anello per trovarli, un anello per ghermirli e nell’oscurità incatenarli”…    Gandalf

“Il Signore degli Anelli”, una trilogia di oltre 1000 pagine, creata dal grande J.R.R. Tolkien, è stata ed è tutt’ora per me, l’unica Storia mai eguagliata. Follemente tolkienologa, Frodo, Gandalf, Aragorn, Gimli, Legolas, sono per me non personaggi di un romanzo, ma persone. Reali, tangibili, umane, con i loro difetti e le loro virtù. Ma "partiamo" dall’ inizio ……..…

Tolkien, creatore del mondo secondario, la Terra di Mezzo, nasce in Sudafrica, nella città di Bloemfontein il 3 gennaio del 1892. Vive un’infanzia difficile, a soli 12 anni, rimane orfano. Da sempre bravo a scuola, la lettura diventa così la sua più grande passione ed il suo rifugio. Durante gli studi ad Oxford, con gli amici più cari, fonda un circolo di letteratura: i temi più trattati sono le saghe eroiche e le letture fantastiche, da sempre le sue più grandi passioni letterarie. L’arrivo della Prima Guerra Mondiale, sconvolge nuovamente la sua vita, gli amici più cari muoiono uno dopo l’altro, e tutto ciò influenzerà il suo futuro modo di scrivere. Infatti, il tema principale di Tolkien è la morte. Da un quaderno, in trincea, nei rari momenti liberi e tranquilli, scriverà, appena ragazzo, i futuri “Racconti Perduti”. E’ così che nasce la Terra di Mezzo.
L’amore per le lingue che aveva studiato all’università e che lo rivedranno in futuro come docente nella stessa, lo porteranno a crearne una: la lingua elfica.
Questo comporterà anche la creazione di una sua mitologia. Per Tolkien infatti, all’Inghilterra mancava una mitologia tutta sua, le “tradizioni” per esempio di Re Artù, erano soltanto prese in “prestito” alla rivale Francia. Così come grazie alle invasioni normanne che nel 1066 portarono “storie” che sono tutt’ora il fulcro della mitologia inglese.
Tolkien non si è limitato quindi a scrivere un romanzo, ha inventato un Mondo, che vive di vita propria, per lui reale quanto la nostra Terra. La trilogia, non è altro che un racconto nel racconto, un episodio di un più grande, direi immenso libro, che è stata tutta la vita di Tolkien stesso. Per l’umanità è considerato il suo capolavoro, per Tolkien, non fu altro che una piccola parte dell’intera Mitologia. La punta di un iceberg.
Qui, la lingua, i modi, i costumi, gli oggetti, la geografia, la geologia, vengono descritte fin nei minimi dettagli; Tolkien era stato lì, nella Terra di Mezzo, nella Contea, a Mordor, a Gran Burrone ed a Minas Tirith, la città dei Re. Lui c’era stato. A noi poi, ce lo ha raccontato come con una bellissima fotografia in mano.
Purtroppo, come si sa, Tolkien morirà senza completare il lavoro di tutta una vita. Alcuni suoi racconti, usciti dopo la sua morte, saranno terminati e pubblicati da Cristopher, suo figlio.
Esiste una storia per come Tolkien abbia inventato gli hobbit… Un giorno mentre correggeva i compiti, scrisse su di un foglio “In una buca viveva un hobbit”. Da lì è partito tutto.
“Lo hobbit” è stata la sua prima pubblicazione, un libro per bambini. “…Bilbo Baggins era un hobbit, non amava l’avventura e viveva nella sua casa hobbit. Gandalf ed i suoi nani lo persuasero a partire. Combattè i goblin e tornò ricco”.
Il libro fu un successo e si esortò così Tolkien a scriverne il seguito. Tolkien riprese lo studio della Sua Mitologia… ed è così che nacque “Il Signore degli Anelli”.
La storia narra di una Compagnia di nove elementi tra uomini, elfi nani ed hobbit che deve arrivare al Monte Fato, terra del signore del Male, Sauron per distruggere l’Unico Anello, simbolo del potere assoluto del Male sulla Terra di Mezzo, nella Terza Era. Questo tra alleati e nemici, tra guerre, lotte, tradimenti e fortuiti aiuti.
Il primo volume de “Il Signore degli Anelli”-La compagnia dell’Anello- venne pubblicato nel ’54 da Allen Runwin. Servirono 12 anni di lavoro.
Tolkien era un perfezionista, le sue pubblicazioni dovevano essere perfette, come lui stesso voleva. Era molto esigente. A 60 anni, Tolkien potè finalmente vedere il suo Mondo, prendere vita. Dovunque nelle città, nelle metropolitane, si leggevano frasi come “Frodo vive”, “Frodo è tra noi”, anche se questo a Tolkien non piaceva. Lui rimase sempre distaccato dalle sue creazioni, quasi infastidito da tutto quel clamore.
Nel XX sec. divenne il 2° libro più letto, dopo la Bibbia, anche per i suoi temi biblici, che in molti hanno riscontrato all’interno della storia stessa. Ancora oggi, a distanza di tutti questi anni, viene letto con piacere, per i temi basilari dell’esistenza umana, che si trovano al suo interno, temi che per Tolkien, servivano, soltanto in un modo diverso, ad onorare il libro in sé per sé. Questa ricchezza di dettagli e di informazioni all’interno della Mitologia di Tolkien, era il frutto dell’amore che Tolkien stesso metteva nello scrivere, il cuore questo, sicuramente per realizzare un libro che meriti poi il rispetto di intere generazioni di lettori.
Ne “Il Signore degli Anelli” troviamo l’applicabilità del lettore alla storia, e non ad un momento specifico della Storia umana. Per questo chi legge “Il Signore degli Anelli” per forza si ritrova e si rivede in uno dei personaggi, piange, ride, si dimena, combatte insieme a lui. Qui Frodo, Sam, Pipino, Marry, ci fanno capire che si può essere coraggiosi senza avere coraggio; Frodo, è un hobbit, è piccolino, ma ciò che deve affrontare è immenso. Va avanti, ma non da solo, con l’aiuto dei suoi compagni, perché senza avrebbe fallito nella sua missione. Così Frodo diventa un immenso eroe. Eroe, insieme a tanti altri eroi, come nella vita quotidiana.
Nella storia, non c’è mai sicurezza di vincere, di vivere, proprio quando stai per toccare il fondo, allora è proprio lì che risali. Ritrovare la speranza, anche quando questa sembra non esserci più.
“C’è ancora speranza”… afferma Galadriel quando la Compagnia dell’Anello, sembra essere perduta…
Il bene è multiculturale e multirazziale, Mordor, con l’Unico Anello è in opposizione a questo. Non esiste qui, solo la lotta tra il bene ed il male, si combatte anche a costo della vita, per la salvezza di tutti. Il male, è mancanza di vita indipendente, crea fantocci, rende schiavi, come Saruman, come Vermilinguo, come Gollum, come i cavalieri neri che ….
“Un tempo erano uomini, grandi Re degli uomini; poi Sauron l’ingannatore diede loro 10 anelli. Uno dopo l’altro caddero nell’oscurità, per la bramosia di avere l’Unico Anello. Ora sono spettri. I Wraiths”. Aragorn.
Per Tolkien, il male era dentro ogni uomo. Un uomo si comporta bene, poi, per l’Unico Anello, per il Potere, prende la strada del male. Come Gollum, come Faramir, come i Cavalieri Neri, come Frodo, che vedrà su di se lo stesso male, e per annientarlo, sacrificherà la propria vita.
Questo, per avere un mondo di pace, un mondo verde, un mondo buono, come la Contea, che per Tolkien, ecologista, era un tesoro inestimabile da custodire. Per lui la tecnologia era un mostro che divorava tutto quello che di buono e di verde c’è al mondo. Per questo, nella sua storia, gli eroi salvano la terra, i suoi frutti, i suoi prati, la sua gente semplice e felice…
Avrei tante altre cose da dire, ma non vorrei correre troppo con la fantasia… Spero solo di aver coinvolto in questa mia riflessione da grandissima appassionata, anche chi crede ancora che “Il Signore degli Anelli” sia un semplice libro… e per chi invece ne è come me già innamorato… di aver condiviso un po’ di quell’emozione che si prova quando vedo dinanzi a me Gollum, Frodo e Sam, andare verso il Monte Fato per distruggere l’Anello del Potere…
Un ultimo appunto, per farvi passare una piacevole serata davanti alla tv, con un buon film… “Il Signore degli Anelli” in versione cinematografica (o integrale per chi vuole esagerare… più di 500 minuti tra film ed appendici!) diretta da Peter Jackson, per conoscere in un modo diversamente coinvolgente, un po’ del mondo di Tolkien…

“Doveva essere il film di Tolkien e non d’altri, e contenere tutto quello che a Tolkien stesso stava a cuore” P. Jackson

Una storia universale, accessibile a tutte le menti del Mondo intero.

"Allora Elrond e Galadriel ripresero il cammino; la Terza Era era infatti finita, e i Giorni degli Anelli ormai passati, e si concludevano così la storia e i canti di quei tempi. E con essi se ne andavano molti Elfi di Alto Lignaggio che non volevano più dimorare nella Terra di Mezzo; e in mezzo a loro, pieni di una tristezza benedetta e priva di ogni amarezza, cavalcavano Sam, e Frodo, e Bilbo, e gli Elfi erano felici di poterli onorare.
Benché cavalcassero attraverso la Contea durante tutta la sera e tutta la notte, nessuno li vide passare, se non gli animali dei boschi, e qua e là qualcuno che vagando nel buio scorse a un tratto un bagliore fra gli alberi, o una luce e un’ombra scivolare sull’erba mentre la Luna volgeva a occidente. E quando ebbero lasciato la Contea, oltrepassando le pendici meridionali dei Bianchi Poggi, i Luoghi Lontani e le Torri, videro in lontananza il Mare; e così giunsero infine a Mithlond, i Porti Grigi sul lungo estuario del Lune.
Quando arrivarono al cancello, Cìrdan il Timoniere si fece avanti ad accoglierli. Era molto alto, aveva la barba lunga e grigia, ed era anziano, ma i suoi occhi erano sfavillanti come stelle; li guardò, s’inchinò e disse: “Tutto è pronto”.
Poi Cìrdan li condusse ai Porti, e una bianca nave li attendeva, e sul molo si ergevano un grande cavallo grigio e una figura ammantata di bianco. E quando si voltò e venne loro incontro, Frodo vide che Gandalf portava ora visibile al dito il Terzo Anello, Narya il Grande, e la pietra era rossa come fuoco. Allora coloro che dovevano partire furono sereni, perché compresero che Gandalf sarebbe salpato con loro.
Ma ora Sam era pieno di tristezza, e gli parve che la separazione sarebbe stata amara, più amara ancora era la via del ritorno. Ma mentre erano tutti là riuniti, e gli Elfi stavano salendo sulla nave, e ogni cosa veniva preparata per la partenza, arrivarono al gran galoppo Pipino e Merry. E fra le lacrime Pipino rideva.
“Hai cercato di andartene di nascosto già una volta, Frodo, e non ci sei riuscito”, egli disse. “Oggi stavi quasi per farcela, eppure hai di nuovo fallito. Ma non è stato Sam a tradirti questa volta, ma Gandalf in persona!”.
“Sì”, disse Gandalf; “perché sarà meglio che torniate in tre piuttosto che Sam da solo. Ebbene, cari amici, qui sulle rive del Mare finisce la nostra compagnia nella Terra di Mezzo. Andate in pace! Non dirò: ‘Non piangete’, perché non tutte le lacrime sono un male”.
Allora Frodo baciò Merry e Pipino e per ultimo Sam, e salì a bordo; le vele furono issate, il vento soffiò, e lentamente la nave scivolò via lungo il grigio estuario; e la luce della fiala di Galadriel che Frodo teneva alta scintillò e svanì. La nave veleggiò nell’Alto Mare e passò ad ovest, e infine, in una notte di pioggia, Frodo sentì nell’aria una dolce fragranza, e udì dei canti giungere da oltre i flutti. Allora gli parve che, come quando sognava nella casa di Bombadil, la grigia cortina di pioggia si trasformasse in vetro argentato e venisse aperta, svelando candide rive e una terra verde al lume dell’alba.
Ma per Sam la sera diventò buia, mentre si teneva in piedi sulla riva dei Porti, e guardando il grigio mare vide soltanto un’ombra sulle acque che scomparve presto a occidente. Rimase a lungo lì immobile nella notte, udendo soltanto il sospiro e il mormorio delle onde sulle spiagge della Terra di Mezzo, e il rumore penetrò sino in fondo al suo cuore. Accanto a lui erano Merry e Pipino, immobili e silenziosi.
Infine i tre compagni si allontanarono e partirono, tornando lentamente verso casa senza mai voltarsi; e non dissero una parola finché non ritornarono nella Contea, ma ognuno traeva molto conforto dalla presenza degli amici sulla lunga strada grigia.
Passarono infine i poggi e presero la Via Orientale, e Pipino e Merry cavalcarono verso la Terra di Buck; e già ricominciavano a cantare. Ma Sam prese la via per Lungacque, e tornò al Colle e di nuovo il giorno stava finendo. Egli vide una luce gialla e del fuoco acceso: il pasto serale era pronto, e lo stavano aspettando. Rosa lo accolse e lo fece accomodare sulla sua sedia, e gli mise la piccola Elanor sulle ginocchia.
Egli trasse un profondo respiro. “Sono tornato”, disse.

E’ stato difficile scegliere dei brani da proporre, il libro è straordinario. Alla fine ho scelto questo perchè ogni volta che arrivo a questo punto, le stesse parole, <... "Egli trasse un profondo respiro. "Sono tornato", disse.> a me viene voglia già di ricominciare daccapo!

venerdì 25 marzo 2011

QUESITI E LETTERATURA

Periodicamente Leggere54 proporrà ai suoi amici un quesito letterario


Tra tutte le risposte esatte pervenute ne verrà estratta a sorte una alla quale verrà assegnato un buono acquisto libri di 15 euro gentilmente offerto dalla libreria La Bibliofila di San Benedetto del Tronto, sponsor dell’ iniziativa.

Questa settimana vi propongo la frase :

" che mattina – fresca come se fosse stata appena creata per dei bambini su una spiaggia ''

Qual è il titolo del libro e chi è l’ autore ?

“La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei. Quanto a Lucy aveva già il suo daffare. Si dovevano togliere le porte dai cardini; gli uomini di Rumplemayer sarebbero arrivati tra poco. E poi, pensò Clarissa Dalloway , che mattina – fresca come se fosse stata appena creata per dei bambini su una spiaggia. Che gioia! Che terrore! Sempre aveva avuto questa impressione, quando con un leggero cigolio dei cardini, lo stesso che sentì proprio ora, a Bourton spalancava le persiane e si tuffava nell’aria aperta.”


La soluzione dell’ ultimo quesito letterario e’ : 

" La signora Dalloway " di Virginia Wolf

La risposta vincitrice è stata inviata da :

Michela Ricci di Ancarano ( Te )

mercoledì 2 marzo 2011

Lettera ad un bambino mai nato di Oriana Fallaci

 Proposta di lettura di Cristian Ciarrocchi 

ATTO I – Quello che so.
Quello che so è poco. Non è una risposta molto socratica; mettiamola così.

RISPETTO A CIO’ CHE BISOGNA SAPERE, PER QUEL CHE NE SO IO, NON SO PROPRIO NIENTE.

Quello che so prima di iniziare a leggere questo libro è che è stato scritto da Oriana Fallaci e che in una maniera o in un'altra parla dell’aborto.

So anche che questo libro viene fatto leggere obbligatoriamente in varie scuole d’ispirazione cristiana. Nello stesso luogo durante le ore di filosofia non viene insegnato adeguatamente Karl Marx. Ma questa è un'altra storia.

Non ho mai letto niente di Oriana Fallaci.

Quello che so di lei lo ho appreso durante gli anni qua e là, tra televisione e amicizie varie. So che è morta vari anni fa; che ha minacciato di farsi saltare all’interno di una moschea; che era una grande giornalista; gran fumatrice. Praticamente niente.
Vedo la sua foto nel retro della copertina di color oro (il prezzo è di 9.000 lire: chi sa se chi lo ha comprato ha pagato con un pezzo blu da 10.000) e mi pare di scorgere una donna potente ed intrigante; mi piace il suo sguardo da donna cosciente che mai perderà il suo fascino. Mi piace il suo orologio classico e la sua sigaretta accesa.
Quello che so dell’aborto è nella mia testa e lì rimarrà.
Entro nel libro.

ATTO II – AD ORA.
Dopo le prime cinquanta pagine – il libro stesso non supera le cento – ho da fare delle riflessioni.
Se Oriana Fallaci sapesse che io, vertebrato essere vivente dai genitali verso l’esterno, appartenente alla specie del “maschio”, sto scrivendo giudizi su una sua opera avrebbe l’ennesimo sussulto, ma che poi si accenderebbe una sigaretta e continuerebbe il suo lavoro senza problemi.
Anche io vorrei accendermi una sigaretta: anzi lo faccio.
Nonostante la sua esile forma il libro è più duro da affrontare di quanto pensavo: ogni parola assume un valore profondo e la penna sottolinea frasi lunghe come pagine ( lo so pessima abitudine scrivere sul libro).
In questo libro non si parla di aborto, ma del valore delle scelte, della passione, di una storia raccontata senza sotterfugi, attraverso sentimenti e ragione, e la scintilla isterica di una mente brillante.
“E non ascoltare chi dice che soccombe il più buono. Soccombe il più debole, che non è necessariamente il più buono”.

ATTO III – FINE.
Finisco di leggere il libro. Lo poggio sul comodino. E scelgo una fine per questo resoconto. Una fine … empirica:

1 - Questo non è un libro adatto a persone stupide.

2 - Non è un libro che da risposte, ma che aiuta a farsi le giusta domande.

A prova della mia tesi allego una perla del libro:
“Anche il filo che divide l’intelligenza dalla stupidaggine è un filo talmente sottile, te ne accorgerai. Infatti, quando si rompe, le due cose si fondono insieme come l’amore e odio, la vita e la morte, che tu sia uomo o donna”.

martedì 15 febbraio 2011

Il manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki

Proposta di lettura di Enrico S. 


Nella letteratura mondiale ci sono dei piccoli tesori spesso sconosciuti o letti solo dagli appassionati del genere di appartenenza. Nel mio caso voglio parlare di un gioiellino del periodo a cavallo tra 1700 e 1800: un romanzo gotico tanto bello quanto strana e misteriosa è la sua storia. Il romanzo gotico è un genere narrativo che nasce e si sviluppa nella seconda metà del 1700, caratterizzato da ambientazioni cupe e misteriose, e costituisce la base "moderna" di quello che poi sarà il genere noir e più tardi horror. Popolati di fantasmi e castelli diroccati, i romanzi gotici costituiscono spesso dei capolavori ritenuti un tempo (a torto) di serie B, e che invece sono stati oggi riscoperti e si sono riappropriati dell'importantissimo ruolo che meritano. Tanto per fare un esempio, chi non conosce Dracula di Bram Stoker, ma chi invece sa che il primo vero moderno esempio di vampirismo in letteratura è il romanzo gotico Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu?

Il Conte Jan Potocki nasce in Polonia nel 1761, in una ricca e nobile famiglia e vive una vita non lunghissima ma estremamente avventurosa. Veste i panni di eccentrico ed erudito, giramondo e rivoluzionario. Partecipa ai grandi movimenti dell'epoca, vivendo in prima persona quello che poi inserirà nei suoi scritti.
Unico romanzo di Potocki, del Manoscritto trovato a Saragozza non ci è pervenuta la versione originale. Viene stampato inizialmente solo in parti, poi riunificate, e in francese. Tra le versioni per gli amici e quelle per il "pubblico", l'opera vive una vita da "perennemente incompleta" ed è oggetto di controversie e tentativi (più o meno riusciti) di plagio. Rimane praticamente sconosciuta fino al 1958, quando compare stampata in lingua polacca, e la letteratura mondiale si arricchisce di un'opera dallo stile impeccabile e dalla trama avvincente. In realtà il romanzo non ha mai "subito" una vera e propria revisione generale e questo ha alimentato e tuttora alimenta tutta una serie di dibattiti.
Secondo uno stile spesso usato all'epoca, il romanzo si dipana lungo un racconto principale, inframezzato da tante altre storie che irrompono nella narrazione e la arricchiscono. Le vicende avventurose e cavalleresche si sommano agli episodi spettrali. Demoni e banditi convivono con frati e gitani, in un susseguirsi incalzante di vicende che tengono il lettore avvinto fino al termine del libro (sempre che una fine realmente ci sia).
La voce narrante è quella di un ufficiale francese che rinviene un manoscritto durante l'assedio di Saragozza e viene successivamente catturato dagli spagnoli. Il capitano di questi ultimi scopre che tale manoscritto narra le vicende di un suo antenato e così traduce in francese lo scritto al nostro narratore.
Il protagonista, avo del capitano spagnolo, nel suo viaggio nei territori selvaggi della Sierra viene in contatto con demoni che vestono di volta in volta differenti sembianze, da sensuali cugine a orrendi mostri, ma anche con banditi, strani frati, inquisitori, gitani e bellissime dame. Ciascuno di questi personaggi ha una storia da raccontare e così il lettore si trova a varcare i confini spagnoli per approdare in Africa, a Napoli e in Sicilia, in Francia, e a vivere vicende picaresche dove l'amore e la morte vanno a braccetto e dove il fantastico e il reale si confondono fino a diventare tutt'uno. Gli stessi demoni sono talmente "concreti" che il lettore non avrà mai la certezza, neanche al termine del libro, di cosa o chi realmente fossero. Quasi tutti i personaggi sono soggetti degni di una canzone di De Andrè e appaiono come "vittime (o carnefici) di questo mondo" e premono sulla vita e la morale del protagonista nel tentativo di corromperlo... o istruirlo. Lo scrittore non prende una posizione netta, sotto questo punto di vista, e lascia al lettore il giudizio su cosa è giusto e cosa è sbagliato. Sempre citando De Andrè: "Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese".
Ecco i brani. Ho voluto attingere a tutti gli aspetti del libro, che sono davvero molti, cercando di dare un'idea, seppure sommaria, di quanto bene sia scritto e di quanto appassionante possa essere.


Era un manoscritto spagnolo. Conoscevo pochissimo quella lingua, ma ne sapevo abbastanza per capire che poteva trattarsi di un libro divertente: vi si parlava di briganti, di spettri, di cabalisti, e nulla più di un romanzo bizzarro era adatto a distrarmi dalle fatiche della campagna militare…….

Le ore passavano così in un profondo silenzio, quando il suono inatteso di una campana mi fece trasalire dalla sorpresa. Suonò dodici colpi e, come si sa, i fantasmi hanno il potere di agire solo dalla mezzanotte fino al primo canto del gallo. Dico che ne fui sorpreso, e avevo ragione di esserlo, perchè la campana non aveva affatto suonato le altre ore, e poi il suo rintocco mi sembrava avesse qualcosa di lugubre. Un momento dopo, la porta della camera si aprì, e vidi entrare una figura tutta nera, ma non terrificante, perchè era una bella negra seminuda, con un candeliere in ciascuna mano…….

Allora sentii che uno degli impiccati mi afferrava per la caviglia del piede sinistro. Volli svincolarmi, ma l'altro mi taglio la strada. Mi si parò davanti strabuzzando gli occhi e tirando fuori una lingua rossa come il ferro rovente. Chiesi grazia. Fu invano. Con una mano mi prese alla gola e con l'altra mi strappò l'occhio che mi manca. Poi entrò nell'orbita con la lingua rovente. Mi lambì il cervello, facendomi ruggire dal dolore. Allora l'altro impiccato, che mi aveva afferrato la gamba sinistra, volle anche lui giocar d'artigli. Prima cominciò a solleticarmi la pianta del piede che teneva stretta. Poi, quel mostro, ne strappò la pelle, ne separò tutti i nervi, li mise a nudo, e volle sonarvi come su uno strumento musicale; ma, poiché non davo un suono che potesse fargli piacere, affondò il suo sperone nel mio ginocchio, strinse i tendini e cominciò a torcerli, come si fa per accordare un'arpa. Infine si mise a sonare sulla mia gamba, di cui aveva fatto un salterio…….

Trascorsa mezz'ora vidi arrivare una giovinetta circa della mia età. Gli angeli non sono più belli, e l'impressione che mi fece fu così forte e improvvisa che sarei forse caduto dalla cima dell'albero se non fossi stato legato con la cinghia, cosa che facevo qualche volta per riposarmi con più tranquillità. La giovinetta aveva gli occhi bassi e l'aria della più pronfoda malinconia. Si sedette su una panca, si appoggiò sulla tavola di marmo e versò molte lacrime. [...] In quel momento vidi avanzare il principino con un mazzo di fiori in mano. [...] Quando la giovinetta lo vide, la sua fisionomia manifestò un disprezzo di cui le fui molto grato………..

Signor Cavaliere, ecco qui delle mercanzie d'Inghilterra e del Brasile, tante da fornire i quattro regni di Andalusia, di Granata, di Valenza e di Catalogna. Il re risente alquanto del nostro piccolo commercio, ma si rifà da un'altra parte, e un po' di contrabbando diverte e consola il popolo. D'altronte in Spagna non c'è uno che non lo faccia. Alcune di queste balle verranno deposte nelle caserme dei soldati, altre nelle celle dei monaci, e perfino nelle cripte dei morti. Le balle contrassegnate in rosso sono destinate a cadere in mano agli alguazil (sbirri, ndr) che se ne faranno un merito presso la dogana e saranno così più legati ai nostri interessi.


Ciò detto, lo zingaro fece nascondere le mercanzie in diversi anfratti delle rocce……..

martedì 1 febbraio 2011

Isola sotto il mare di Isabel Allende

 Proposta di lettura di Melisa C.
" Isola sotto il mare " di Isabel Allende

Dopo le prime pagine di lettura di “La isla bajo el mar” (L’isola sotto il mare) di Isabel Allende mi sembrava di ritornare alle ambientazioni di “ Wide Sagrasso Sea” di Jean Ryhs; sara’ per la presenza dell’eredita’ creola, per l’ambiente coloniale o solo per la forza del personaggio femminile. Ma non potrei mai parlare del testo dell’Allende associandolo al testo di Jean Rhys altrimenti dovrei anche parlare di Jane Eyre di Emilie Bronte e a questo punto farei ancora piu’ confusione e Filippo mi direbbe immediatamente “e’ la prima proposta di lettura che fai e guarda che pesantezza…”
Pero’ vi scrivo questo per darvi un’idea di come il personaggio principale del testo, la schiava Zarite’, sia uno di quei personaggi “duri, sofferenti e dolci” tipici dell’ Allende come poi prima lo erano quelli della Bronte o di Jane Austen. Con il passare delle pagine invece la mia mente ha associato il testo alla mia prima passione: la musica, in particolare il gospel e il raw blues. Le origini di questi generi musicali arrivano dall’Africa, dagli schiavi forzati a lavorare nelle piantagioni di cotone e di zucchero della Louisiana, del Missisipi, dell’Alabama. Il testo dell’Allende ci trasporta nella vita delle piantagioni di Saint Dominique, colonia prima spagnola, poi francese e poi Americana , quella che ora e’ Haiti. E insieme alla musica dei tamburi si associano i riti voodoo, la magia nera e “i dottori delle foglie”. E’ bellissimo il modo in cui l’Allende descrive il terrore dei ricchi proprietari bianchi di fronte alle conoscenze di questi riti incompresibili e allo stesso tempo temibili. Nel mezzo della mia lettura la tragedia del terremoto di Haiti apparve come una tragica coincidenza del fatto che stessi leggendo un testo ambientato a Port au Prince. Le immagini secondarie alla televisione di queste donne che cantano, ballano e invocano i loa in cerchio cercando di cacciare il male e alleviare il dolore non sembrano molto lontane dai personaggi del romanzo. La storia di Haiti e’ una storia tragica ma estremamente interessante per l’insieme di culture che offre. Pensate che nel testo si parla di diversi “colori di pelle nera” ed in base alla gradazione del nero si “ereditava” un certo livello nella classe sociale. Quindi vi lascio immaginare l’immensita’ di diversita’ culturali sull’isola. “La Isola sotto il mare” e’ un testo che affronta la durezza della schiavitu’ e del colonialismo ma anche un testo romantico e a volte frivolo. Per esempio molto colorito e’ il personaggio di Violette, la coquette mulatta che acquistava vestiti francesi di gran moda al mercato di contrabbando ma si abbelliva la pelle con le erbe di Tante Rose. Ammirate la contraddizione, donna mulatta perche’ figlia di una schiava nera abusata dal suo padrone bianco, che si veste con abiti di moda francesi ma usa creme preparate con le erbe dello “stregone” tante Rose. In quanti mondi diversi vi portera’ questo testo se lo leggerete….

Personalmente non amo raccontare e discutere delle trame dei libri che leggo, la mia memoria e’ pessima, dovrei rivedere ad ogni momento i nomi e i fatti per darvi un resoconto preciso ma l’ ho fatto perché ritengo interessante raccontare cosa un testo abbia scaturito nella mente del lettore e cosa gli/le ha regalato. Amo Isabel Allende, la sua storia e i suoi testi e credo fortemente che prima di leggere questo romanzo dovreste arricchirvi con la biografia immensamente particolare di questa scrittrice. Mentre leggete il testo approfondite la storia di Haiti , anche per meglio comprendere i fatti che viviamo oggi. Haiti e’ stata la prima colonia nera a ribellarsi e a diventare indipendente e credo che fin’ad oggi sia stata "punita" (o dimenticata di proposito) per questo’..ma qui si parlerebbe di politica....e allora meglio lasciare perdere...

Approfondite le vostre conoscenze sui riti voodoo magari ascoltando il gospel di Reverend Louis Overstreet. Conoscete meglio la cultura creola…e la sua cucina (il sig. Toulouse padrone di Zarite’ di origini francesi odiava rientrare in Francia e lasciare l'ottimo cibo della sua cuoca e ogni volta che rientrava in patria si ammalava per il pessimo cibo francese a confronto dei fantastici ingredienti offerti dall’isola).

Cosi' alla fine del romanzo potrete ammettere di avere fatto un giro del mondo passando per Francia, Spagna, Africa, Haiti, Lousiana e Cile, avere un bagaglio culturale piu’ pesante…essere ingrassati di qualche chilo dopo la scoperta di fantastiche ricette creole, ammettere che vi ho suggerito un gran disco, il gospel Reverend Louis Overstreet e spero avervi allietato con la lettura di quello che considero un ottimo romanzo.

Toulouse Valmorain arrivò a Saint-Domingue nel 1770, lo stesso anno in cui il Delfino di Francia sposò l'arciduchessa austriaca Maria Antonietta. Prima di partire per la colonia, quando ancora non sospettava che il destino si sarebbe beffato di lui facendolo finire sepolto tra i canneti nelle Antille, era stato invitato a Versailles a una delle feste in onore della nuova Delfina, una ragazzina bionda di quattordici anni che sbadigliava ostentatamente nonostante il rigido protocollo della corte francese. Tutto ciò riguardava il passato. Saint-Domingue era un altro mondo. Il giovane Valmorain aveva un'idea piuttosto vaga del luogo in cui suo padre impastava alla bell'e meglio il pane di famiglia con l'ambizione di trasformarlo in un tesoro. Aveva letto da qualche parte che gli abitanti originari dell'isola, gli arahuaco, la chiamavano Haiti prima che i conquistadores le cambiassero il nome in La Española e massacrassero tutti i nativi. In meno di cinquant'anni non era rimasta nemmeno l'ombra di un arahuaco: erano morti tutti, vittime della schiavitù, delle malattie portate dai bianchi e suicidi. Erano uomini dalla pelle rossastra, capelli spessi e neri, dall'imperturbabile dignità, così miti che uno spagnolo da solo poteva batterne dieci a mani nude. Vivevano in comunità poligame, coltivando con cura la terra per non esaurirla: patate dolci, mais, zucche, arachidi, peperoni, patate e manioca. La terra, come il ciclo e l'acqua, non ebbe padrone fino a quando gli stranieri non se ne impossessarono per coltivare piante mai viste grazie al lavoro forzato degli arahuaco. A quei tempi ebbe inizio l'usanza di aperrear, uccidere persone indifese aizzando contro di loro i perros, i cani. Quando ebbero sterminato gli indigeni, importarono gli schiavi rapiti in Africa e i bianchi dall'Europa, galeotti, orfani, prostitute e ribelli. Alla fine del 1600 la Spagna aveva ceduto la parte occidentale dell'isola alla Francia, che l'aveva chiamata Saint-Domingue e che sarebbe diventata la colonia più ricca del mondo. All'epoca in cui Tòulouse Valmorain arrivò lì, un terzo delle esportazioni della Francia, grazie a zucchero, caffè, tabacco, cotone, indaco e cacao, proveniva da quell'isola. Ormai non c'erano più schiavi bianchi, e quelli neri ammontavano a centinaia di migliaia. La canna da zucchero, l'oro dolce della colonia, era il prodotto più duro da coltivare; tagliare la canna, triturarla e ridurla a sciroppo non era lavoro da esseri umani ma da bestie, come sostenevano i piantatori.
……………………
……………………

“Aspetta, Tété. Vediamo se ci aiuti a risolvere un dubbio. Il dottor Parmentier sostiene che i neri siano umani quanto i bianchi e io dico il contrario. Tu che ne pensi?” le domandò Valmorain, in un tono che al dottore sembrò più paterno che sarcastico. Lei rimase muta, con gli occhi rivolti a terra e le mani giunte. “Forza, Teté, rispondi senza timore. Sto aspettando…”


“Il padrone ha sempre ragione” mormorò lei in conclusione.
“In altre parole, pensi che i neri non siano completamente umani…”
“Un essere che non è umano non ha opinioni, padrone.”


Melisa C.

sabato 13 novembre 2010

Joseph Conrad


Proposta di lettura di Cristina P.
“ Linea d’ ombra “ di J. Conrad -


Ho ripescato “ La Linea d’Ombra “ dalla mia libreria. Edizione Economica Tascabili Newton, di quelli che costavano 1000 lire, non ne fan più purtroppo, non saranno stati belli ma si poteva uscire dalla libreria con un bel po’ di classici spendendo poco. Dentro al libro è riportata la data Febbraio 1999 ed è ingiallito ( mi fa un pò impressione avere già dei libri ingialliti ma mi dico che deve essere per il fatto della scarsa qualità della carta vista l’edizione economica) . Soprattutto è pieno di sottolineature e orecchie sulle pagine,segno che mi era molto piaciuto. Mi ha sorpreso il fatto che le frasi riportate nella mail di leggere54 son le stesse che anch’io avevo sottolineato insieme a molte altre. Ho l’abitudine di sottolineare i libri e, curiosa, a distanza di anni, mi piace riprenderli in mano, scorrendo le pagine voglio verificare se, passato del tempo dalla prima lettura, mi colpiscono e trovo belle le stesse cose che avevo sottolineato allora, è una specie di metodo per testare i mutamenti della mia sensibilità.

Ho letto dello stesso autore anche “ Tifone “ e “ Cuore di tenebra “, quest’ultimo dopo aver visto Apocalypse Now ma certamente, dei tre, quello che più ho amato è La Linea d’0mbra prima di tutto perché ha un incipit tra i più belli della letteratura, mi correggo, della letteratura che ho letto fino a questo momento.

E’ la storia di un uomo e del suo primo importante incarico: la guida di un veliero, essere un capitano, ma questa opportunità si trasformerà presto in una sfida con il mare, con le sue oscurità, con la sua calma inquietante, con la sua pericolosità e forza devastante come in Tifone .

Alla fine della lettura, dopo aver attraversato i mari d’Oriente con il protagonista e aver condiviso i suoi pensieri e stati d’animo ( la descrizione della psicologia del personaggio è straordinariamente puntuale e dettagliata) ci accorgiamo che la sua esperienza non è che una grande metafora il cui senso è interamente annunciato all’inizio del libro in quel “ Solo i giovani hanno momenti simili. Non penso ai giovanissimi.

[ ..]etc.

Io credo che il primo incarico da capitano sia l’inizio della vita cosiddetta adulta superata quella linea d’ombra diventata proverbiale, il comando della nave è il comando della nostra vita in cui si può scegliere se restare immobili in coperta, come in alcuni momenti fa il protagonista, oppure salire sul ponte e prendere in mano il timone per cercare di affrontare il mare, quell’oscurità impenetrabile che ci assedia, che altro non è che la parte ignota della nostra esistenza ma anche la parte ignota di noi stessi che ancora non conosciamo perché non ci siamo messi alla prova con le cose della vita. Quell’oscurità altro non è che la nuova percezione di quello che, prima di oltrepassare la linea, chiamavamo giardino incantato e sentiero pieno di seduzioni.



Ho letto questo libro la prima volta a 20 anni e ricordo con chiarezza le sensazioni che mi lasciò, avevo iniziato da poco l’università e tutto, davvero tutto, era quello che Conrad chiama una bella continuità di speranze , il sentiero pieno di seduzioni e il giardino incantato e come tutti i giovani ero certa che sarebbero arrivate delle possibilità per merito o per fortuna come lui stesso scrive, non avevo dubbio alcuno.

Scorro quelle stesse pagine oggi e, ugualmente, mi emozionano ma in modo diverso; guardo a quel periodo, in fondo non troppo lontano nel tempo, con un pizzico di nostalgia come fossero passati molti anni.

Guardo al futuro con speranza e cerco di sospingere più in là la mia nave con tutte le forze e l’ottimismo di cui sono capace, ma non posso far finta che per molti, come me, che han superato la linea d’ombra siano tempi duri, diceva bene Conrad, che di crisi economica e dei problemi dei giovani di oggi non ne sapeva molto, forse, ma conosceva l’animo umano, anche se, certamente, le reazioni che noi possiamo avere oggi non possono essere le stesse che lui descrisse: “ I momenti della sconsideratezza. Voglio dire i momenti in cui i giovani finiscono per commettere le azioni temerarie come sposarsi all’improvviso o lasciare il lavoro senza un motivo.” Con un po’ d’ironia e amarezza mi viene da pensare che pochi giovani oggi potrebbero agire con sconsideratezza e certamente ancor meno sposarsi all’improvviso coi tempi che corrono o, addirittura, qualora ne abbiano uno, lasciare il lavoro senza motivo.

Ecco, nell’aver affrontato questo libro in due momenti diversi della mia vita mi è venuto da pensare, mi pare, che i libri, pur restando identici, possano crescere e mutare con noi.

Dimenticavo, c’è una frase del libro che mi piace molto, il capitano studia le carte marittime che da Bangkok portano all’Oceano Indian e dice: “ La strada sarebbe stata lunga. Tutte le strade che portano dove il cuore desidera sono lunghe.” Ecco, mi pare una considerazione piuttosto sensata.



(Ora rimetto via il libro, torna al suo posto sullo scaffale e conto di tiralo fuori fra parecchi anni!)

Cristina

domenica 3 ottobre 2010

Patrick Suskind


Proposta di lettura di Massimiliano A.
“ Il contrabbasso ” di Patrick Suskind

“Il contrabbasso” è un monologo teatrale dello scrittore e drammaturgo tedesco Patrick Süskind1 (più conosciuto come autore del celebre romanzo “Il profumo”).
Un anonimo contrabbassista classico (dell’orchestra di stato) parla ininterrottamente al pubblico dalle “mura” di una stanza insonorizzata dell’appartamento nel quale vive (solo con il suo contrabbasso), interrotto soltanto dalla necessità di bere qualche sorso di birra di tanto in tanto.
Süskind, con rara maestria riesce a farci percepire il malessere del musicista (e dell’uomo) attraverso un monologo che è al contempo pieno d’ironia, sarcasmo, tristezza e amarezza con l’effetto di una comicità tragica in cui domina una solitudine fisica e soprattutto psicologica.
Il soliloquio parte da una dissertazione autoincensatoria sul ruolo del contrabbassista nell’orchestra classica:

”Qualsiasi musicista le confermerà che un’orchestra può sempre fare a meno del direttore, ma non del contrabbasso. Per secoli le orchestre se la sono cavata senza un direttore. D’altronde nella storia della musica il direttore d’orchestra è un’invenzione più che recente. Diciannovesimo secolo. E anch’io le posso confermare che persino noi, nell’orchestra di stato, qualche volta rispetto al direttore facciamo di testa nostra. Oppure lo ignoriamo. A volte ignoriamo persino il direttore senza che lui se ne accorga. Lo lasciamo sbacchettare lì davanti quanto vuole e strimpelliamo come al solito. Non con il direttore stabile. Ma con un direttore straordinario, sempre. Sono le gioie più segrete. Da non dirsi. Ma questo a parte.
D’altra parte, se c’è una cosa inconcepibile è un’orchestra senza contrabbasso. Si può quasi dire che l’orchestra – siamo alla definizione – comincia a esistere soltanto quando c’è un contrabbasso. Ci sono orchestre senza primo violino, senza fiati, senza timpani e trombe, senza tutto. Ma non senza contrabbasso. Quello che voglio stabilire, è che il contrabbasso è di gran lunga lo strumento più importante dell’orchestra. Anche se non sembra.”.

Poi, lentamente e abilmente vira verso gli aspetti problematici del contrabbasso, uno strumento per cui occorre notevole forza fisica per essere suonato, e cura ed attenzione per ottenerne, in definitiva, solo delusioni:

“Il contrabbasso è, come dire, più un ostacolo che uno strumento. Non lo si può sollevare, bisogna trascinarlo, e se cade a terra si rompe. In macchina entra soltanto se si toglie il sedile anteriore. E in questo caso la macchina è già piena. In casa bisogna sempre evitarlo. Se ne sta lì in modo così…così idiota, capisce, ma non come un pianoforte. Perché un pianoforte è un mobile. Un pianoforte si può chiuderlo e lasciarlo dov’è. Un contrabbasso no. E’ sempre tra i piedi come…Una volta avevo uno zio che era sempre malato e si lamentava sempre che nessuno si curasse di lui. Così è il contrabbasso. Se Lei ha ospiti, si mette subito in primo piano. Tutti parlano solo di lui. Se vuole stare da solo con una donna, lui è lì e sorveglia la situazione. Se la cosa diventa intima - se ne sta lì a guardare. Si ha sempre l’impressione che voglia prendere in giro, rende ridicolo l’atto sessuale. E ovviamente quest’impressione si trasmette alla partner, e poi – lo sa anche Lei, come sono connessi l’amore fisico e il ridicolo, e come mal si tollerano! Che miseria! Non è decoroso, ecco tutto.”

Emerge sempre più l’’amore-odio per lo strumento antropomorfizzato (“Sembra una vecchia grassa. Il fianco è troppo basso, la vita un disastro totale, troppo alta e non abbastanza stretta, e poi la parte delle spalle, esile,cascante e rachitica”) al quale dare le colpe dei fallimenti passati, presenti e certamente anche futuri. E mentre il musicista parla si ha l’impressione che tutte le sue considerazioni, recriminazioni e i suoi atti d’accusa travalichino la musica ed il musicista per estendersi alla società e all’uomo:

“Quando subentra il timpano, si sente fin nell’ultima fila e tutti dicono, ecco il timpano. Nel mio caso nessuno dice: ecco il contrabbasso, perché io mi perdo nella massa. Quindi in preatica il timpano è superiore al contrabbasso. Sebbene il timpano non sia no strumento in senso stretto, con le sue quattro note. Però esistono a soli di timpano, ad esempio nel quinto concerto per piano di Beethoven, ultimo tempo, nel finale. Lì tutti quelli che non guardano il pianista notano il timpano, e in un grande teatro sono almeno milleduecento, millecinquecento persone. Tante persone così non mi notano in tutta una stagione. Non deve pensare che io sia invidioso. L’invidia è un sentimento che mi è estraneo, perché so quello che valgo. Ma ho il senso della giustizia, e nell’attività musicale ci sono molte grosse ingiustizie. Il solista è travolto dagli applausi, oggi gli spettatori pensano che se non potessero più applaudire sarebbe una punizione personale; vere e proprie ovazioni sono rivolte al direttore d’orchestra; il direttore stringe la mano almeno due volte al primo violino; talvolta tutta l’orchestra si alza in piedi… - Un contrabbassista non può neppure alzarsi come si deve. Il contrabbassista – perdoni l’espressione – è a tutti gli effetti l’ultima delle pezze da piedi!

Esilarante infine il tentativo di autopsicanalizzarsi (salvo, subito dopo, decretare la fine della psicanalisi), quasi a giustificare, o almeno a dare un senso alla sua vita sino a quel momento:

Posso affermare che da noi, nell’orchestra di stato, su otto contrabbassisti non ce n’è uno che non sia stato maltrattato dalla vita, e al quale non si leggano in faccia ancora oggi i colpi ricevuti. Un tipico destino del contrabbassista è il mio: padre dominante, statale, non amante dell’arte; madre debole, flautista, persa nell’arte; io da bambino idolatro la madre; la madre ama il padre; il padre ama la mia sorellina; nessuno ama me – e ora veniamo al soggettivo. Per odio nei confronti del padre decido di diventare non un impiegato statale, bensì un artista; ma per vendetta nei confronti della madre mi dedico allo strumento più grosso, meno maneggevole, meno da solista che ci sia; e infine per offendere quasi a morte mia madre e nel contempo appioppare a mio padre ancora una pedata nell’al di là, divento proprio un impiegato: contrabbassista nell’orchestra di stato, terzo leggìo. In quanto tale, ogni giorno nel corpo del contrabbasso, il più grosso degli strumenti femminili – siamo alla forma – violento la mia propria madre. E questi continui simbolici rapporti sessuali incestuosi, com’è ovvio generano ogni volta una catastrofe morale, e questa catastrofe morale è scritta in faccia ad ognuno di noi bassisti.

1 Dalla quarta di copertina: Patrick Süskind è nato nel 1949 ad Ambach, in Baviera. Ha vissuto a Monaco e a Parigi, prima di rifugiarsi in un paesino della Francia sud-occidentale. Dopo aver esordito con il testo teatrale Il contrabbasso (scritto nel 1981 e pubblicato nel 1984), si è imposto all’attenzione della critica e del pubblico internazionali con il suo primo romanzo, Il profumo (1985), fenomeno letterario e caso editoriale tra i più rilevanti degli ultimi anni. In seguito ha pubblicato Il piccione (1987), Storia del signor Sommer (1991) e Ossessioni (che raccoglie «tre racconti e una riflessione» composti tra il 1975 e il 1985) e Sull'amore sulla morte (2007).

Buone letture,

Massimiliano

martedì 17 agosto 2010

Guy De Maupassant


Proposta di lettura di Gabriella T.
“ Bel Ami ” di Guy de Maupassant

BEL AMI È un romanzo di Guy de Maupassant, pubblicato nel 1885.

Questo romanzo descrive, con grande realismo e distaccata ironia , la società parigina di fine 800 e ci fa vedere come non fosse tanto distante da quella odierna, ne mette in luce la corruzione, la ricerca dell’apparenza e non della sostanza, la superficialità e la pochezza morale.
Non risparmia alcun livello sociale, in special modo il mondo politico e del giornalismo.
Descrive, la vorticosa scalata sociale di Georges , ex-militare squattrinato di modeste origini e bell’uomo senza scrupoli, che grazie al suo aspetto e alla sua astuzia raggiunge il potere saltando da un letto all’altro.
Il protagonista, Georges, rappresenta il prototipo dell’arrampicatore sociale di ogni tempo, essendo un bel giovane sfrutta questa sua qualità affascinando la maggior parte delle donne che conosce; egli però considera la compagnia femminile come un mero divertimento, un vero e proprio gioco, con le sue regole e le sue strategie e tattiche, quasi sempre in vista di uno scopo, a suo esclusivo vantaggio. Ha relazioni con donne altolocate e dalla vita mondana molto attiva, dalle quali riceve anche parecchie informazioni utili per il suo lavoro.
Senza scrupoli né remore, afferra così tutte le occasioni che gli si presentano davanti senza curarsi minimamente delle ripercussioni che queste potrebbero avere su se stesso o sul mondo che lo circonda.
C’è una percezione incosciente della vita che aleggia nei giochi di potere in cui sono invischiati i protagonisti di questo romanzo,( praticamente ATTUALE!), che però svanisce in un’orrenda paralisi di fronte alla visone della morte.
Ed a proposito della morte, c’è un momento nel romanzo nel quale Georges, potrebbe prendere coscienza della dannazione nascosta nella sua ascesa nella Parigi della Terza Repubblica: è Norbert, il poeta collaboratore de La Vie Française, ad ammonirlo. I due sono usciti da una cena in casa di ricchi. Georges è abbagliato dal lusso, dalle donne che vi ha incontrato, e da tutto ciò che non ha. Il poeta sembra intuirlo e ne segue un monologo:
“Norbert De Varenne parlava con voce chiara, ma repressa, che altrimenti avrebbe risuonato forte nel silenzio della notte. Appariva sovreccitato e triste, preso da una di quelle melanconie che piombano a volte sulle anime e le fanno vibrare come la terra sotto il gelo. Riprese: -Che importa, del resto, un po’ più di genio, o un po’ meno, se tutto deve finire? Tacque. Duroy, che quella sera si sentiva il cuore allegro, disse sorridendo: -Siete d’umor nero, stasera, caro maestro. Il poeta rispose: -Sono sempre d’umor nero, ragazzo mio, e fra qualche anno lo sarete anche voi. La vita è un’altura. Finche si sale si guarda in alto, e ci si sente felici; ma quando si arriva in alto, si scorge di colpo la discesa, e la fine che è la morte. Si mette tanto a salire, ma si fa presto a scendere. Alla vostra età, si è allegri. Si sperano tante cose, che d’altronde non avverranno mai. Alla mia, non si aspetta altro che…la morte. Duroy si mise a ridere: -Diavolo, mi spaventate! Norbert De Varenne riprese: -No, voi non mi capite, oggi, ma ricorderete più tardi quello che vi dico in questo momento Capita un giorno, vedete,e per molti capita presto, in cui si smette di ridere, come si suol dire, perché dietro a tutto ciò che si guarda, si vede la morte…Oh! Voi non comprendete neanche questa parola:la morte. Alla vostra età non significa nulla. Alla mia età è terribile. Si comprende di colpo, e non si sa perché, né per quale motivo, e allora tutto muta aspetto, nella vita. Io, da quindici anni, la sento che mi rode; come se portassi in me una bestia. L’ho sentita a poco a poco, mese per mese, ora per ora, devastarmi come una casa che sta per crollare. Mi ha talmente trasformato che non mi riconosco più. Non vè più nulla in me dell’uomo raggiante, fresco e forte che ero a trent’anni. L’ho vista tingere di bianco i miei capelli neri, e con quale lentezza sapiente e cattiva! Mi ha preso la pelle soda, i muscoli, i denti, tutto il mio corpo di un tempo, per lasciarmi soltanto un’anima disperata, e ruberà tra breve anche quella…Sì, mi ha messo a pezzi, la sgualdrina, lentamente, terribilmente ha compiuto la lunga distruzione del mio essere, momento per momento. E adesso mi accorgo di morire in ogni cosa che faccio. Ogni passo mi avvicina a lei, ogni momento, ogni respiro, affretta il suo odioso lavoro. Respirare, dormire, mangiare, bere, lavorare, sognare, tutto quello che facciamo, è morire. Vivere, insomma è morire! Oh! Se sapeste ciò! Se rifletteste solo per un quarto d’ora, la vedreste…Che cosa aspettate? Ancora qualche bacio, e sarete impotente. E dopo? Il denaro?per che farne?per pagare le donne? Bella felicità! Per mangiare molto, diventare obeso e gridare per notti intere sotto i morsi della gotta? E poi ancora la gloria? A che cosa serve quando non la si può cogliere sotto la forma dell’amore? E dopo? Sempre, la morte, per finire…Adesso la vedo tanto da vicino, che spesso ho voglia di allungare le braccia per respingerla. Come la terra, empie lo spazio .La riconosco dappertutto. Le bestioline schiacciate per la strada, le foglie che cadono, i peli bianchi nella barba di un amico, mi straziano il cuore e mi gridano: Eccola! Mi rovina tutto quello che faccio, tutto quello che vedo, che mangio, che bevo, che amo, il chiaro di luna, il sorgere del sole, il mare aperto, i bei fiumi e l’aria delle sere d’estate, così dolce a respirare! Camminava piano, affannando un poco,sognando ad alta voce, quasi senza ricordarsi di essere ascoltato. Riprese: -Mai un essere che si ripeta, mai…Si serbano i calchi delle statue, i modelli degli oggetti per rifarli sempre eguali; ma il mio corpo, il mio viso, i miei pensieri, i miei desideri non riappariranno mai. E tuttavia nasceranno milioni, miliardi di esseri che avranno in pochi centimetri quadrati un naso, due occhi, una fronte, le gote, la bocca come me, e un’anima come la mia, riconoscibile, riappaia fra queste creature innumerevoli e diverse, diverse all’infinito, sebbene approssimativamente eguali…A che cosa tendere? Verso chi gettare un grido di disperazione? In chi possiamo credere?Tutte le religioni sono stupide, con la loro morale puerile, le promesse egoistiche, mostruosamente cretine. Soltanto la morte è certa.”
E questo non può che farci riflettere!!!

Georges è furbo e seducente, e sa farsi avanti con ogni mezzo, egli è spinto dal desiderio di conquistare potere e denaro, non conosce onestà, rispetto e fedeltà.
L’unica cosa di cui ha paura è di perdere se stesso, ciò che ha di più caro al mondo.
Dietro la sua cinica vitalità però si cela un tentativo di negazione della morte attraverso l’esaltazione dei suoi più vistosi contrari come la salute , la forza fisica , la bellezza, la virilità, la scatenata sensualità, il fervore dei progetti, il denaro, l’irreligione. Tutto questo mi fa tornare ai nostri giorni dove si esaltano tutte quelle cose che servono per apparire e non per ESSERE! Quindi senza più valori né civili e né religiosi. Solo il potere ed il dio denaro conta in quella e nell’attuale società. Purtroppo il tempo passa ….ma le debolezze umane sono sempre in agguato!!!!

Direi che questo è un libro senza tempo, un libro molto bello, attuale, scritto in modo scorrevole.
Sebbene non mi avesse molto coinvolta all’inizio, poi con il passare degli eventi , l’interesse per le sorti del protagonista cresceva e sono così entrata nel romanzo vero e proprio, con tutte le sue emozioni .

Ciao e buona lettura.
Gabriella

giovedì 8 luglio 2010

Antoine de Saint-Exupéry


Proposta di lettura di Benedetta D.B.
“Il piccolo principe ” di Antoine de Saint-Exupery

La lettura che vorrei suggerire è : il "Piccolo Principe" di Antoine de Saint-Exupéry
Un libro che in fondo, grandi e piccini dovrebbero leggere; io l'ho letto solo pochi mesi fa (ahimè sono un po’ pigra con i libri) e sono rimasta davvero colpita dal mix di temi come il senso della vita, l'amore e soprattutto l'amicizia.
La parte che mi ha entusiasmata di più riguarda l'incontro del piccolo principe con la volpe: e' uno dei momenti più forti del suo viaggio.
Infatti la volpe gli insegnerà l'arte o necessità, di creare "legami", il rito fa si che una persona diventi (Per Te ) unica al mondo; la volpe gli insegnerà a non fermarsi sulle apparenze, ma scoprire che sotto la scorza di ognuno, c'e' qualcosa di invisibile che e' più importante .
E poi nel valore di un legame, e' insito la responsabilità, che esso racchiude, verso l'altro.
Nel caso del Piccolo Principe , era la sua Rosa, lui l'aveva addomesticata, e il suo richiamo cominciava a farsi sentire.
Riporto di seguito la mia parte del libro preferita:

In quel momento apparve la volpe. "Buon giorno", disse la volpe. "Buon giorno" rispose gentilmente il Piccolo Principe, Voltandosi: ma non vide nessuno. "Sono qui" disse la voce, "Sotto al melo..."
"Chi sei?" domando' il Piccolo Principe, "sei molto carino..." "Sono una volpe", "Vieni a giocare con me ", le propose il Piccolo Principe, "Sono cosi' triste..." "non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomesticata" "Chi sei?" domando' il Piccolo Principe, "sei molto carino..." "Sono una volpe", "Vieni a giocare con me ", le propose il Piccolo Principe, "Sono cosi' triste..." "non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomesticata"
"Ah!Scusa", fece il Piccolo Principe. Ma dopo un momento di riflessione soggiunse: "Che cosa vuol dire addomesticare?"
"non sei di queste parti tu?",disse la volpe, "che cosa cerchi?" "cerco gli uomini",disse il Piccolo Principe.

"Che cosa vuol dire addomesticare?" "Gli uomini" disse la volpe "Hanno dei fucili e cacciano. E' molto noioso! Allevano anche delle galline . E' il loro solo interesse. Tu cerchi galline?" "No", disse il Piccolo Principe.
Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?" "E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami..."Creare dei legami?" "Certo", disse la volpe. "tu finora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io saro' per te unica al mondo".
"Comincio a capire ", Disse il Piccolo Principe. "C'e' un fiore...credo che mi abbia addomesticato..."e' possibile", disse la volpe. "capita di tutto sulla terra..." "Oh! Non e' sulla terra", Disse il Piccolo Principe La volpe sembro' perplessa: "Su un altro pianeta?" "Si".
[...] tutti gli uomini si assomigliano. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sara' come illuminata. Conoscero' un rumore di passi che sara' diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto la terra. Il tuo, mi fara' uscire dalla tana, come una musica.E poi, guarda!
Vedi laggiu' dei campi di grano? Io non mangio io grano, per me e' inutile . I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo e' triste! Ma tu hai dei capelli color dell' oro. Allora sara' meraviglioso quando mi avrai addomestiato.
Il grano, che e' dorato, mi fara' pensare a te. E amero' il rumore del vento nel grano..."
La volpe tacque e guardo' a lungo il piccolo principe:
"Per favore... addomesticami", disse.
"Volentieri", disse il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, pero'. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose".
"Non si conoscono che le cose che si addomesticano" disse la volpe. "Gli uomini non hanno piu' tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose gia' fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno piu' amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"

"Che cosa bisogna fare?" domando' il piccolo principe. "Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti sederai un po' lontano da me, cosi', nell'erba. Io ti guardero' con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi.
Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' piu' vicino..."
Il piccolo principe ritorno' l'indomani. Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe. "Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincero' ad essere felice. Col passare dell'ora aumentera' la mia felicita'. Quando saranno le quattro, incomincero' ad agitarmi e ad inquietarmi; scopriro' il prezzo della felicita'! Ma se tu vieni non si sa quando, io non sapro' mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".
Che cos'e' un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche questa e' una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'e' un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedi ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedi e' un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".
Cosi' il piccolo principe addomestico' la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangero'".
"La colpa e' tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."
"E' vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"E' certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
Poi soggiunse: "Va' a rivedere le rose. Capirai che la tua e' unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalero' un segreto". Il piccolo principe se ne ando' a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse.
Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, e' piu' importante di tutte voi, perche' e' lei che ho innaffiata. Perche' e' lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perche' e' lei che ho riparata col paravento. Perche' su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perche' e' lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perche' e' la mia rosa".
E ritorno' dalla volpe. "Addio", disse. "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale e' invisibile agli occhi".
"L'essenziale e' invisibile agli occhi", ripete' il piccolo principe, per ricordarselo. "E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa cosi' importante".
"E' il tempo che ho perduto per la mia rosa..." sussurro' il piccolo principe per ricordarselo. "Gli uomini hanno dimenticato questa verita'. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa..."
"Io sono responsabile della mia rosa..." ripete' il piccolo principe per ricordarselo.

Parole d'amore, parole d'affetto e parole d'amicizia....... le rileggerei all'infinito!
Buona giornata!
Benedetta