......... Una volta ho detto ad una
platea di ragazze che avevano in mente di fare da grandi le giornaliste che per
farlo decentemente avrebbero dovuto accettare di essere orfane, vedove e figlie
di puttana. Hanno sbarrato gli occhi. Ammazzare il padre, se necessario: uscire
di casa, abbandonare le certezze, liberarsi dalle dipendenze, ricreare il mondo
daccapo. E poi nessun paracadute, nessuna protezione mafiosa o occulta, niente
padrini. E nessuna dipendenza diversa: solo chi ci legge o ci guarda è il
nostro padrone......... SEGUE
"Quel che abbiamo letto di più bello lo dobbiamo quasi sempre ad una persona cara. Forse proprio perche' la peculiarita' del sentimento, come del desiderio di leggere, e' il fatto di preferire. Amare vuol dire, in ultima analisi, far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo. E queste preferenze condivise popolano l'invisibile cittadella della nostra liberta'. Noi siamo abitati da libri e da amici." D.Pennac "Come un romanzo"
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sabato 8 marzo 2014
mercoledì 26 febbraio 2014
Victor Hugo
Victor-Marie Hugo Besançon, 26 febbraio 1802 – Parigi, 22 maggio 1885) è stato un poeta,
drammaturgo, saggista, scrittore, aforista, artista visivo, statista, politico
e attivista per i diritti umani francese, considerato il padre del Romanticismo
in Francia.
“Ma perché il popolo è ignorante? Perché deve
esserlo. L’ignoranza è custode delle virtù. Dove non ci sono
prospettive, non ci sono ambizioni; l’ignorante è in una botte benefica che,
sopprimendo lo sguardo, sopprime le brame. Di qui l’innocenza. Chi legge pensa,
chi pensa ragiona. Non ragionare è un dovere; è anche una fortuna. Queste sono
verità incontestabili. Su cui si regge la società.”
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martedì 21 gennaio 2014
Carlo Bo di Giorgio Tabanelli
Carlo Bo
(Sestri Levante, 25 gennaio 1911) nei primi anni Trenta, nel clima incipiente
della dittatura fascista, giunto a Firenze per conoscere Giovanni Papini (il
maggiore scrittore del tempo), iscrittosi alla Facoltà di Lettere di Piazza San
Marco, conosce Piero Bargellini il quale comprende subito le sue qualità umane e
letterarie e lo indirizza verso la critica letteraria ...... >>>>>>>>SEGUE
di Giorgio Tabanelli
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mercoledì 25 dicembre 2013
martedì 24 dicembre 2013
Stefano Tassinari
Stefano Tassinari (Ferrara,
24 dicembre 1955 – Bentivoglio, 8 maggio 2012) è stato uno scrittore, drammaturgo
e sceneggiatore italiano.
È difficile
capire per quale ragione, in Italia e solo
in Italia, la forma letteraria del
racconto susciti un'immediata reazione di diffidenza e di freddezza da parte
dei lettori e, di conseguenza, spinga gran
parte degli editori,
specie quelli medio-grandi, a tentare
in tutti i modi di dissuadere gli autori dall'insana
idea di scriverne e,
peggio ancora, di pubblicarne......( dalla
prefazione di D’ Altri tempi )
1969 Like a Rolling Stone (lo specchio di Brian Jones)
Il mio nome è Jones. Brian Jones, come avrebbe detto il
vecchio Connery in uno dei suoi film. Anzi, lo era, visto che ho salutato il
mondo proprio sul più bello, un bel po' di tempo fa. E voi direte: be', che
importanza può avere il morire giovane per uno come te? Sei stato il
chitarrista geniale e sregolato dei Rolling Stones, mica di "Mike Berry
and the Innocents", o di "Goldie and the Gingerbreads"! E poi,
quei ventisette anni di vita te li sei goduti, su e giù per i palcoscenici e
per i corpi delle ragazze, che per accarezzare la tua frangetta bionda facevano
pazzie .... E l'immortalità del successo, dove la metti? Adesso sei là, nel
cielo delle rockstar, assieme a Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, John
Lennon e pochi altri ........ ( dalla
raccolta di racconti D’ Altri tempi )
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Tassinari S.
domenica 24 novembre 2013
Carlo Collodi
Carlo Collodi, all'anagrafe Carlo Lorenzini
(Firenze, 24 novembre 1826 – Firenze, 26 ottobre 1890 )
Mentre
Pinocchio nuotava alla svelta per raggiungere la spiaggia, si accorse che il
suo babbo, il quale gli stava a cavalluccio sulle spalle e aveva le gambe mezze
nell'acqua, tremava fitto fitto, come se al pover'uomo gli battesse la febbre
terzana.
Tremava
di freddo o di paura? Chi lo sa? Forse un po' dell'uno e un po' dell'altro. Ma
Pinocchio, credendo che quel tremito fosse di paura, gli disse per confortarlo:
-
Coraggio babbo! Fra pochi minuti arriveremo a terra e saremo salvi.
-
Ma dov'è questa spiaggia benedetta? - domandò il vecchietto diventando sempre
più inquieto, e appuntando gli occhi, come fanno i sarti quando infilano l'ago.
- Eccomi qui, che guardo da tutte le parti, e non vedo altro che cielo e mare.
-
Ma io vedo anche la spiaggia, - disse il burattino. - Per vostra regola io sono
come i gatti: ci vedo meglio di notte che di giorno.
Il
povero Pinocchio faceva finta di essere di buonumore: ma invece... Invece
cominciava a scoraggiarsi: le forze gli scemavano, il suo respiro diventava
grosso e affannoso... insomma non ne poteva più, la spiaggia era sempre
lontana.
Nuotò
finché ebbe fiato: poi si voltò col capo verso Geppetto, e disse con parole
interrotte:
-
Babbo mio, aiutatemi... perché io muoio! E il padre e il figliuolo erano oramai
sul punto di affogare, quando udirono una voce di chitarra scordata che disse:
-
Chi è che muore?
-
Sono io e il mio povero babbo!...
-
Questa voce la riconosco! Tu sei Pinocchio!...
-
Preciso: e tu?
-
Io sono il Tonno, il tuo compagno di prigionia in corpo al Pesce-cane.
-
E come hai fatto a scappare?
-
Ho imitato il tuo esempio. Tu sei quello che mi hai insegnato la strada, e dopo
te, sono fuggito anch'io.
-
Tonno mio, tu capiti proprio a tempo! Ti prego per l'amor che porti ai Tonnini
tuoi figliuoli: aiutaci, o siamo perduti.
-
Volentieri e con tutto il cuore. Attaccatevi tutt'e due alla mia coda, e
lasciatevi guidare. In quattro minuti vi condurrò alla riva.
Geppetto
e Pinocchio, come potete immaginarvelo accettarono subito l'invito: ma invece
di attaccarsi alla coda, giudicarono più comodo di mettersi addirittura a
sedere sulla groppa del Tonno.
-
Siamo troppo pesi?... - gli domandò Pinocchio.
-
Pesi? Neanche per ombra; mi par di avere addosso due gusci di conchiglia, -
rispose il Tonno, il quale era di una corporatura così grossa e robusta, da
parere un vitello di due anni.
Giunti
alla riva, Pinocchio saltò a terra il primo, per aiutare il suo babbo a fare
altrettanto; poi si voltò al Tonno, e con voce commossa gli disse:
-
Amico mio, tu hai salvato il mio babbo! Dunque non ho parole per ringraziarti
abbastanza! Permetti almeno che ti dia un bacio in segno di riconoscenza
eterna!...
Il
Tonno cacciò il muso fuori dall'acqua, e Pinocchio, piegandosi coi ginocchi a
terra, gli posò un affettuosissimo bacio sulla bocca. A questo tratto di
spontanea e vivissima tenerezza, il povero Tonno, che non c'era avvezzo, si
sentì talmente commosso, che vergognandosi a farsi veder piangere come un
bambino, ricacciò il capo sott'acqua e sparì.
sabato 12 ottobre 2013
Eugenio Montale
Eugenio Montale Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981 è stato un poeta, giornalista, scrittore e critico musicale italiano, premio Nobel per la letteratura nel 1975
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
m entre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
m entre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Spesso il male di vivere ho
incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
Tu non ricordi la casa dei
doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende…)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende…)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
lunedì 11 febbraio 2013
Sylvia Plath
“Non pensavo di poter essere ferita,
pensavo di essere impenetrabile al male,
immune al dolore della mente
o dell’angoscia”
Sembra davvero tuo questo sorriso, questo lindo, definito apparire privo di increspature.
Si può, del resto, intuire la morte prima della sua epifania?
Lo sguardo sembra autentico: se occultare l’inferno è quanto hai richiesto a te stessa, ci sei riuscita per gran parte del tempo.
Le immagini lo dimostrano.
A quale specchio le hai rubate, nel tempo imparando a ridisegnarne i contorni, a cancellare segni e cicatrici, cesellando ogni particolare, piegando il desiderio con la volontà, misurando la distanza incoerente tra te e le parole cui affidavi il senso della tua realizzazione?
Non fidarti mai delle parole. Hanno trovato la strada per raggiungerti, per rivelarti il tuo inferno, per tracciare con precisione chirurgica i confini esatti della tua orribile imperfezione. La visione da cui nessun sorriso poteva riemergere era lì, compimento di un percorso rischioso che il caso ti ha aiutato a consumare in troppa solitudine. Nessun patto, niente contratti, clausole e postille non ti erano consentite. Hai avuto il dono di sapere troppo presto che la vita può diventare un vuoto simulacro se in una sola mano di carte investi tutta l’energia della tua fiducia.
E tu avevi giocato e perso la tua occasione già molto tempo prima di quella gelida mattina di febbraio.
Per Sylvia 11 febbraio 1963 - 11 febbraio 2013
Maria Teresa
Specchio
Sono esatto e d’argento, privo di preconcetti.
qualunque cosa io veda subito l’inghiottisco
tale e quale senza ombre di amore o disgusto.
Io non sono crudele, ma soltanto veritiero
quadrangolare occhio di un piccolo iddio.
Il più del tempo rifletto
sulla parete di fronte.
E’ rosa, macchiettata. Ormai da tanto tempo la guardo che la sento
un pezzo del mio cuore. Ma lei c’è e non c’è.
Visi e oscurità continuamente si separano.
Adesso io sono un lago. Su me si china una donna
cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.
Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.
Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Anche lei viene e va.
Ogni mattina il suo viso si alterna all’oscurità.
In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro
giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.
Sylvia Plath
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Ricorrenze
domenica 10 febbraio 2013
Bertolt Brecht
Bertolt Brecht ( Augusta 10 febbraio 1898 – Berlino, 14 agosto 1956), è stato un drammaturgo poeta e regista teatrale tedesco )
FULGENZIO Signor Galilei, non ho chiuso occhio da tre notti per tentar di conciliare il decreto, che ho letto, con le lune di Giove, che ho viste. Stamattina ho deciso di dire la messa e poi di venirvi a trovare.
GALILEO Per dirmi che le lune di Giove non esistono?
FULGENZIO No. Sono riuscito a convincermi che il decreto del Sant'Uffizio è stato saggio. È servito a rivelarmi quanto possa essere rischiosa per l'umanità un'indagine libera da ogni freno: tanto, che ho preso la decisione di abbandonare l'astronomia. Ma ho pure sentito il bisogno di esporvi alcuni motivi che possono spingere anche un astronomo, quale ero io, a interrompere lo studio delle scienze esatte.
GALILEO So benissimo quali sono questi motivi.
………………………………………………………………………………….
………………………………………….……………………………………….
FULGENZIO Ma non si tratta solo di questo. Permettete che vi parli di me? Sono cresciuto in campagna, figlio di genitori contadini: gente semplice, che sa tutto della coltivazione dell'ulivo, ma del resto ben poco istruita. Quando osservo le fasi di Venere, ho sempre loro dinanzi agli occhi. Li vedo seduti, insieme a mia sorella, sulla pietra del focolare, mentre consumano il loro magro pasto. Sopra le loro teste stanno le travi del soffitto, annerite dal fumo dei secoli, e le loro mani spossate dal lavoro reggono un coltelluccio. Certo, non vivono bene; ma nella loro miseria esiste una sorta di ordine riposto, una serie di scadenze: il pavimento della casa da lavare, le stagioni che variano nell'uliveto, le decime da pagare... Le sventure piovono loro addosso con regolarità, quasi seguendo un ciclo. La schiena di mio padre non s'è incurvata tutta in una volta, ma un poco più ogni primavera, lavorando nell'uliveto: allo stesso modo che i parti, succedendosi a intervalli sempre uguali, sempre più facevano di mia madre una creatura senza sesso. Donde traggono la forza necessaria per la loro faticosa esistenza? per salire i sentieri petrosi con le gerle colme sul dorso, per far figli, per mangiare perfino? Dal senso di continuità, di necessità, che infonde in loro lo spettacolo degli alberi che rinverdiscono ogni anno, la vista del campicello e della chiesetta, la spiegazione del Vangelo che ascoltano la domenica. Si son sentiti dire e ripetere che l'occhio di Dio è su di loro, indagatore e quasi ansioso; che intorno a loro è stato costruito il grande teatro del mondo perché vi facciano buona prova recitando ciascuno la grande o piccola parte che gli è assegnata... Come la prenderebbero ora, se andassi a dirgli che vivono su un frammento di roccia che rotola ininterrottamente attraverso lo spazio vuoto e gira intorno a un astro, uno fra tanti, e neppure molto importante? Che scopo avrebbe tutta la loro pazienza, la loro sopportazione di tanta infelicità?
…………………………………………
…………………………………………
FULGENZIO Ma non credete che la verità - se verità è – si farà strada anche senza di noi?
GALILEO No, no, no! La verità riesce ad imporsi solo nella misura in cui noi la imponiamo; la vittoria della ragione non può essere che la vittoria di coloro che ragionano. Tu parli dei contadini dell'Agro come se fossero il muschio che alligna sulle loro capanne! A chi mai può passare per la mente che ciò che a loro interessa, non vada d'accordo con la somma degli angoli di un triangolo? Certo che, se non si agitano, se non imparano a pensare, poco può aiutarli anche il più efficace sistema d'irrigazione.
….……………………………………………
………………………………………………
..…………………………………………….
FULGENZIO Dio ha creato il mondo fisico, Ludovico; Dio ha creato il cervello umano; Dio
permetterà il progresso delle scienze.
brani tratti da : Vita di Galileo di Bertolt Brecht
FULGENZIO Signor Galilei, non ho chiuso occhio da tre notti per tentar di conciliare il decreto, che ho letto, con le lune di Giove, che ho viste. Stamattina ho deciso di dire la messa e poi di venirvi a trovare.
GALILEO Per dirmi che le lune di Giove non esistono?
FULGENZIO No. Sono riuscito a convincermi che il decreto del Sant'Uffizio è stato saggio. È servito a rivelarmi quanto possa essere rischiosa per l'umanità un'indagine libera da ogni freno: tanto, che ho preso la decisione di abbandonare l'astronomia. Ma ho pure sentito il bisogno di esporvi alcuni motivi che possono spingere anche un astronomo, quale ero io, a interrompere lo studio delle scienze esatte.
GALILEO So benissimo quali sono questi motivi.
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FULGENZIO Ma non si tratta solo di questo. Permettete che vi parli di me? Sono cresciuto in campagna, figlio di genitori contadini: gente semplice, che sa tutto della coltivazione dell'ulivo, ma del resto ben poco istruita. Quando osservo le fasi di Venere, ho sempre loro dinanzi agli occhi. Li vedo seduti, insieme a mia sorella, sulla pietra del focolare, mentre consumano il loro magro pasto. Sopra le loro teste stanno le travi del soffitto, annerite dal fumo dei secoli, e le loro mani spossate dal lavoro reggono un coltelluccio. Certo, non vivono bene; ma nella loro miseria esiste una sorta di ordine riposto, una serie di scadenze: il pavimento della casa da lavare, le stagioni che variano nell'uliveto, le decime da pagare... Le sventure piovono loro addosso con regolarità, quasi seguendo un ciclo. La schiena di mio padre non s'è incurvata tutta in una volta, ma un poco più ogni primavera, lavorando nell'uliveto: allo stesso modo che i parti, succedendosi a intervalli sempre uguali, sempre più facevano di mia madre una creatura senza sesso. Donde traggono la forza necessaria per la loro faticosa esistenza? per salire i sentieri petrosi con le gerle colme sul dorso, per far figli, per mangiare perfino? Dal senso di continuità, di necessità, che infonde in loro lo spettacolo degli alberi che rinverdiscono ogni anno, la vista del campicello e della chiesetta, la spiegazione del Vangelo che ascoltano la domenica. Si son sentiti dire e ripetere che l'occhio di Dio è su di loro, indagatore e quasi ansioso; che intorno a loro è stato costruito il grande teatro del mondo perché vi facciano buona prova recitando ciascuno la grande o piccola parte che gli è assegnata... Come la prenderebbero ora, se andassi a dirgli che vivono su un frammento di roccia che rotola ininterrottamente attraverso lo spazio vuoto e gira intorno a un astro, uno fra tanti, e neppure molto importante? Che scopo avrebbe tutta la loro pazienza, la loro sopportazione di tanta infelicità?
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FULGENZIO Ma non credete che la verità - se verità è – si farà strada anche senza di noi?
GALILEO No, no, no! La verità riesce ad imporsi solo nella misura in cui noi la imponiamo; la vittoria della ragione non può essere che la vittoria di coloro che ragionano. Tu parli dei contadini dell'Agro come se fossero il muschio che alligna sulle loro capanne! A chi mai può passare per la mente che ciò che a loro interessa, non vada d'accordo con la somma degli angoli di un triangolo? Certo che, se non si agitano, se non imparano a pensare, poco può aiutarli anche il più efficace sistema d'irrigazione.
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FULGENZIO Dio ha creato il mondo fisico, Ludovico; Dio ha creato il cervello umano; Dio
permetterà il progresso delle scienze.
brani tratti da : Vita di Galileo di Bertolt Brecht
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Vita di Galileo
domenica 27 gennaio 2013
La giornata della memoria
“Il mio tatuaggio è diventato parte del mio corpo. Non me ne glorio né me ne vergogno, non lo esibisco e non lo nascondo. Lo mostro malvolentieri a chi me ne fa richiesta per pura curiosità; prontamente e con ira a chi si dichiara incredulo. Spesso i giovani mi chiedono perché non me lo faccio cancellare, e questo mi stupisce: perché dovrei?”
Primo Levi, ‘I sommersi e i salvati’.
"Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga."
Primo Levi, "Se questo è un uomo"
lunedì 24 settembre 2012
Antonio Tabucchi
La filosofia sembra che si occupi solo
della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si
occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità.
.......................................................................................
credere di essere " uno
" che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri
io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione
cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una
confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi,
nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il
dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata
la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una
premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto nella
confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e
più potente, codesto io spodesta l'io egemone e ne prende il posto, passando a
dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si
mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone,
per un attacco diretto o per una paziente erosione.
.....................................................................................
l'evento è un avvenimento concreto
che si verifica nella nostra vita e che sconvolge o che turba le nostre
convinzioni e il nostro equilibrio, insomma l'evento è un fatto che si produce
nella vita reale e che influisce sulla vita psichica, lei dovrebbe riflettere
se nella sua vita c'è stato un evento.
......................................................................................
le ragioni del cuore sono le più
importanti, bisogna sempre seguire le ragioni del cuore, questo i dieci
comandamenti non lo dicono, ma glielo dico io, comunque bisogna stare con gli
occhi aperti, nonostante tutto, cuore, sì, sono d'accordo, ma anche occhi bene
aperti ....................................
brani tratti da : Sostiene Pereira
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Sostiene Pereira,
Tabucchi A.
domenica 27 maggio 2012
Don Lorenzo Milani
Don Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti (Firenze, 27 maggio 1923 – Firenze, 26 giugno 1967) è stato uno scrittore, insegnante, sacerdote ed educatore italiano.
Cara signora,
lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti.
Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che “respingete”. Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate. Due anni fa, in prima magistrale, lei mi intimidiva.
Del resto la timidezza ha accompagnato tutta la mia vita. Da ragazzo non alzavo gli occhi da terra. Strisciavo alle pareti per non esser visto.
Sul principio pensavo che fosse una malattia mia o al massimo della mia famiglia. La mamma è di quelle che si intimidiscono davanti a un modulo di telegramma. Il babbo osserva e ascolta, ma non parla.
Più tardi ho creduto che la timidezza fosse il male dei montanari. I contadini del piano mi parevano sicuri di sè. Gli operai poi non se ne parla.
Ora ho visto che gli operai lasciano ai figli di papà tutti i posti di responsabilità nei partiti e tutti i seggi in parlamento.
Dunque son come noi. E la timidezza dei poveri è un mistero più antico. Non glielo so spiegare io che ci son dentro. Forse non è nè viltà nè eroismo. È solo mancanza di prepotenza.
Incipit tratto da : Scuola di Barbiana , Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina 1967
domenica 13 maggio 2012
La madre di Giuseppe Ungaretti
E il cuore quando d'un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d'ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all'Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia.
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m'avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d'avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.
La madre di Giuseppe Ungaretti
giovedì 12 aprile 2012
Dolores Prato
Dolores Prato ( Roma 12 aprile 1892 – Anzio, 13 luglio 1983 )
Sono nata sotto un tavolino. Mi ci ero nascosta perché il portone aveva sbattuto, dunque lo zio rientrava. Lo zio aveva detto:
«Rimandala a sua madre, non vedi che ci muore in casa?».
Ambiente non c’era intorno, visi neppure, solo quella voce. Madre, muore, nessun significato, ma rimandala sì, rimandala voleva dire mettila fuori della porta. Rimandala voleva dire mettermi fuori del portone e richiuderlo. Pur protetta dal tappeto che con le frange sfiorava il pavimento, ascoltavo fitto fitto: tante volte venissero a cercarmi per mettermi fuori!
Sedevo sui mattoni. Molliche indurite mi si conficcavano nella pelle come sassolini. Quel primo pezzetto di mondo immagazzinato dalla mia memoria lo vedo come adesso vedo la mia mano che scrive. Mattoni rettangolari color crosta di pane, uno coricato, uno dritto, facevano un tessuto a spina. Come soffitto il rovescio della tavola attraversato da stanghe di legno; le quattro
gambe unite da assicelle su cui la gente metteva i piedi, più consumata nel mezzo; l’intera impalcatura ammantata dal pesante tappeto: tutti colori notturni intramezzati da fili d’oro; foglie nere, fiori con parvenza di colori morti, case appuntite trapunte d’oro, nello scuro meno fondo apparivano facce di mori e luccichio d’occhi. Il primo fatto storico della mia vita,
intreccio di paura e meraviglia, fu sotto quel tavolino.
brano tratto da : Giù la piazza non c' è nessuno
Sono nata sotto un tavolino. Mi ci ero nascosta perché il portone aveva sbattuto, dunque lo zio rientrava. Lo zio aveva detto:
«Rimandala a sua madre, non vedi che ci muore in casa?».
Ambiente non c’era intorno, visi neppure, solo quella voce. Madre, muore, nessun significato, ma rimandala sì, rimandala voleva dire mettila fuori della porta. Rimandala voleva dire mettermi fuori del portone e richiuderlo. Pur protetta dal tappeto che con le frange sfiorava il pavimento, ascoltavo fitto fitto: tante volte venissero a cercarmi per mettermi fuori!
Sedevo sui mattoni. Molliche indurite mi si conficcavano nella pelle come sassolini. Quel primo pezzetto di mondo immagazzinato dalla mia memoria lo vedo come adesso vedo la mia mano che scrive. Mattoni rettangolari color crosta di pane, uno coricato, uno dritto, facevano un tessuto a spina. Come soffitto il rovescio della tavola attraversato da stanghe di legno; le quattro
gambe unite da assicelle su cui la gente metteva i piedi, più consumata nel mezzo; l’intera impalcatura ammantata dal pesante tappeto: tutti colori notturni intramezzati da fili d’oro; foglie nere, fiori con parvenza di colori morti, case appuntite trapunte d’oro, nello scuro meno fondo apparivano facce di mori e luccichio d’occhi. Il primo fatto storico della mia vita,
intreccio di paura e meraviglia, fu sotto quel tavolino.
brano tratto da : Giù la piazza non c' è nessuno
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martedì 14 febbraio 2012
Questo amore di Jacques Prevert
Questo amore
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo amore
Bello come il giorno
E cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo amore così vero
Questo amore cosí bello
Così felice
Così gaio
E così beffardo
Tremante di paura come un bambino al buio
E così sicuro di séCome un uomo tranquillo nel cuore della notte
Questo amore che impauriva gli altri
Che li faceva parlare
Che li faceva impallidire
Questo amore spiato
Perché noi lo spiavamo
Perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Perché noi l'abbiamo perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Questo amore tutto intero
Ancora così vivo
E' tuo
E' mioE' stato quel che è stato
Questa cosa sempre nuova
E che non è mai cambiata
Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda e viva come l'estate
Noi possiamo tutti e due
Andare e ritornare
Noi possiamo dimenticare
E quindi riaddormentarci
Risvegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancoraSognare la morte
Svegliarci sorridere e ridere
E ringiovanire
il nostro amore è là
Vivo come il desiderio
Crudele come la memoriaSciocco come i rimpianti
Tenero come il ricordo
Freddo come il marmo
Bello come il giorno
Fragile come un bambino
Ci guarda sorridendo
E ci parla senza dir nulla
E io tremante l'ascolto
E grido
Grido per te
Grido per me
Ti supplico
Per te per me per tutti coloro che si amano
E che si sono amatiSì io gli grido
Per te per me e per tutti gli altri
Che non conosco
Fermati là
Là dove sei
Là dove sei stato altre volte
Fermati
Non muoverti
Non andartene
Noi che siamo amati
Tu non dimenticarci
Non avevamo che te sulla terra
Non lasciarci diventare gelidi
Anche se molto lontano sempre
E non importa dove
Dacci un segno di vita
Molto più tardi ai margini di un bosco
Nella foresta della memoria
Alzati subito
Tendici la mano
E salvaci.
Questo amore di Jacques Prévert
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San Valentino
giovedì 2 febbraio 2012
James Joyce
James Joyce (Dublino, 2 febbraio 1882 – Zurigo, 13 gennaio 1941)
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Si era profondamente addormentata.
Appoggiato sui gomiti Gabriel le guardò per alcuni
istanti, senza rancore, i capelli scomposti, la bocca semichiusa e ne ascoltò il respiro profondo. Dunque c'era un romanzo nella sua vita: un uomo era morto per lei. ...............................................
Lacrime generose gli gonfiarono gli occhi. Non aveva mai provato nulla di simile per nessuna donna, ma sapeva che quello doveva essere veramente amore. ............................................. Un battere leggero sui vetri lo fece voltare verso la finestra. Aveva ripreso a nevicare. Assonnato guardava i fiocchi neri e argentei cadere di sbieco contro il lampione. Era venuto il momento di mettersi in viaggio verso l'ovest. I giornali dicevano il vero: c'era neve dappertutto in Irlanda. Neve cadeva su ogni punto dell'oscura pianura centrale, sulle colline senz'alberi; cadeva lieve sulle paludi di Allen e più a occidente cadeva lieve sulle fosche onde rabbiose dello Shannon E anche là, su ogni angolo del cimitero deserto in cima alla collina dov'era sepolto Michael Furey. S'ammucchiava alta sulle croci contorte, sulle tombe, sulle punte del cancello e sui roveti spogli. E l'anima gli svanì lenta mentre udiva la neve cadere stancamente su tutto l'universo, stancamente cadere come scendesse la loro ultima ora, su tutti i vivi e i morti.
Gente di Dublino - brano tratto dal racconto "I morti"
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Si era profondamente addormentata.
Appoggiato sui gomiti Gabriel le guardò per alcuni
istanti, senza rancore, i capelli scomposti, la bocca semichiusa e ne ascoltò il respiro profondo. Dunque c'era un romanzo nella sua vita: un uomo era morto per lei. ...............................................
Lacrime generose gli gonfiarono gli occhi. Non aveva mai provato nulla di simile per nessuna donna, ma sapeva che quello doveva essere veramente amore. ............................................. Un battere leggero sui vetri lo fece voltare verso la finestra. Aveva ripreso a nevicare. Assonnato guardava i fiocchi neri e argentei cadere di sbieco contro il lampione. Era venuto il momento di mettersi in viaggio verso l'ovest. I giornali dicevano il vero: c'era neve dappertutto in Irlanda. Neve cadeva su ogni punto dell'oscura pianura centrale, sulle colline senz'alberi; cadeva lieve sulle paludi di Allen e più a occidente cadeva lieve sulle fosche onde rabbiose dello Shannon E anche là, su ogni angolo del cimitero deserto in cima alla collina dov'era sepolto Michael Furey. S'ammucchiava alta sulle croci contorte, sulle tombe, sulle punte del cancello e sui roveti spogli. E l'anima gli svanì lenta mentre udiva la neve cadere stancamente su tutto l'universo, stancamente cadere come scendesse la loro ultima ora, su tutti i vivi e i morti.
Gente di Dublino - brano tratto dal racconto "I morti"
venerdì 21 ottobre 2011
Edmondo De Amicis
Edmondo De Amicis (Oneglia, 21 ottobre 1846 – Bordighera, 11 marzo 1908)
Cuore di Edmondo De Amicis
Questo libro è particolarmente dedicato ai ragazzi delle scuole elementari, i quali sono tra i nove e i tredici anni, e si potrebbe intitolare: Storia d'un anno scolastico, scritta da un alunno di terza d'una scuola municipale d'Italia. - Dicendo scritta da un alunno di terza, non voglio dire che l'abbia scritta propriamente lui, tal qual è stampata. Egli notava man mano in un quaderno, come sapeva, quello che aveva visto, sentito, pensato, nella scuola e fuori; e
suo padre, in fin d'anno, scrisse queste pagine su quelle note, studiandosi di non alterare il pensiero, e di conservare, quanto fosse possibile, le parole del figliuolo. Il quale poi, quattro anni dopo, essendo già nel Ginnasio, rilesse il manoscritto e v'aggiunse qualcosa di suo, valendosi della memoria ancor fresca delle persone e delle cose. Ora leggete questo libro, ragazzi: io spero
che ne sarete contenti e che vi farà del bene.
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mercoledì 5 ottobre 2011
Acruto Vitali
Acruto Vitali (Porto San Giorgio, 5 ottobre 1903 - 7 aprile 1990)
A Sandro Penna
Mi rivedrai seduto sulla pietra
della casa in rovina; sulla porta
s'è fermato un presagio che non scocca
sotto il lupo d'agosto che declina.
Da trenta lune gira tra le ortiche
la cagna cieca e latra alla marea
in quest'attesa d'anima sepolta
entro questi orizzonti di grondaie;
ma il tempo scorre altrove e qui non pesa
che la furia del sole che calcina
questi ciuffi di cardi alle sassaie.
(1944)
A Osvaldo Licini
Oceani d'insonnia
battono alle tue porte;
ma tu, fionda di luce,
ti sei librato sull'ultima luna.
Oh angelo, svenuto
lungo i valichi azzurri dei fragori,
t'ha preso il tempo per le mani,
t'ha messo l'ali verso gli alti abissi,
tu, sovra i ponti del dolore:
un fiore.
(1958)
A Sandro Penna
Mi rivedrai seduto sulla pietra
della casa in rovina; sulla porta
s'è fermato un presagio che non scocca
sotto il lupo d'agosto che declina.
Da trenta lune gira tra le ortiche
la cagna cieca e latra alla marea
in quest'attesa d'anima sepolta
entro questi orizzonti di grondaie;
ma il tempo scorre altrove e qui non pesa
che la furia del sole che calcina
questi ciuffi di cardi alle sassaie.
(1944)
A Osvaldo Licini
Oceani d'insonnia
battono alle tue porte;
ma tu, fionda di luce,
ti sei librato sull'ultima luna.
Oh angelo, svenuto
lungo i valichi azzurri dei fragori,
t'ha preso il tempo per le mani,
t'ha messo l'ali verso gli alti abissi,
tu, sovra i ponti del dolore:
un fiore.
(1958)
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