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domenica 3 febbraio 2013

D' amore e di libri


C'era una volta, tanto tempo fa, una ragazza di nome Anastasia, che viveva nella cittadina di San Benedetto del Tronto. Anastasia fin da piccola aveva la passione per la lettura ed amava immergersi nel magico mondo della Biblioteca del suo paese, che lei considerava il luogo in cui ogni desiderio poteva divenire realtà. Attraverso i libri ella poteva visitare mondi lontani, risolvere misteriosi crimini, conoscere personaggi illustri. Ma soprattutto era grazie alla Biblioteca che poteva continuare a sperare.
Quasi un anno addietro, infatti, una strega cattiva, gelosa della sua bellezza, le aveva inflitto un tremendo sortilegio: il giorno di Natale si sarebbe trasformata in un fantasma, abbandonando così la sua esistenza terrena. La maga le aveva lasciato solo una sottile speranza: se un ragazzo davvero innamorato di lei le avesse donato il suo libro prediletto, solo allora avrebbe avuto salva la vita. Ma se solo Anastasia avesse accennato a qualcuno della magia o del libro, il sortilegio l'avrebbe immediatamente condotta nel regno degli spiriti.
Mancavano 3 mesi al Natale; Anastasia si sentiva condannata senza colpa alcuna, ma una flebile speranza, ancora viva in lei, la portava a riflettere per trovare una soluzione. Dopo giorni e giorni rinchiusa in casa, capì che il solo tentativo possibile per evitare il fatale destino poteva essere quello di tornare nel suo luogo speciale e cercare l'aiuto degli amici di sempre, che non l'avrebbero mai tradita: i suoi amati libri. E così iniziò, ogni pomeriggio, a frequentare la Biblioteca: si sedeva sempre nello stesso posto, al piano superiore, vicino ad uno dei grandi finestroni; si sentiva protetta e al sicuro, libera da ogni schiavitù.
La Biblioteca di San Benedetto era molto frequentata; era capitato spesso che qualche ragazzo si fosse avvicinato ad Anastasia per conoscerla, ma nessuno era riuscito a varcare il suo mondo, a capire ciò che si celava oltre a quella fredda timidezza che la rendeva affascinante ma inarrivabile. Era veramente bella Anastasia, con i suoi lunghi capelli corvini, con quel viso austero, addolcito da grandi occhi cerulei così vivi che, come fari, avrebbero illuminato il cammino di ogni uomo anche nella notte più buia. Ma il cuore della fanciulla si era inaridito; sembrava non riuscisse più a provare un sentimento profondo come l'amore. A volte lei stessa si chiedeva se lo avesse mai sentito veramente.
Mancava poco meno di un mese al Natale quando, durante una fredda serata, accadde qualcosa di inatteso: Anastasia stava riponendo nello scaffale della Biblioteca un romanzo quando si girò e vide Tommaso. Fu un lampo improvviso. Mille ricordi riaffiorarono nella mente della fanciulla: Tommaso era l’amico d'infanzia col quale aveva trascorso anni felici, forse i più belli della sua vita. Erano tanto diversi loro due, ma allo stesso tempo complementari: lei così affabile, socievole e allegra, lui sfuggente, ermetico, solitario. Passavano ore ed ore insieme, a confidarsi segreti, ad imparare l'uno dal mondo dell'altro. Ma un giorno, senza molte spiegazioni, Tommaso disse ad Anastasia che avrebbe continuato i suoi studi all'Estero e partì per l'Olanda, sparendo dalla sua vita. Non più una lettera, né una telefonata; Anastasia provò in ogni modo a mantenere i contatti, ma lo sentiva lontano e freddo, preso da mille interessi e da mille donne, finché decise di mettere da parte la sua sofferenza e non lo cercò più. Erano passati anni e non avrebbe mai immaginato una reazione così forte: le sue gote erano avvampate, il cuore batteva veloce, le gambe sembravano cedere alla vista di Tommaso. Anche il ragazzo era turbato; il suo sguardo, come una lama tagliente, si era posato su di lei penetrante e profondo, a tal punto da farle provare quasi dolore.
Ma Anastasia non poteva fermarsi, non poteva rivangare il passato con l'angoscia dell'imminente futuro che l'attendeva; aveva tante domande da fargli, ma corse verso l'uscita e non si girò neanche un istante.
Passò qualche giorno dal loro incontro. Un pomeriggio, mentre Anastasia era seduta al solito posto nella sala della Biblioteca per scrivere degli appunti, Tommaso si sedette vicino a lei. "Bene, eccoci qui" disse con voce morbida ma seriosa. "Non sono degno neanche di un tuo saluto dopo tanto tempo?" aggiunse. Anastasia non sapeva cosa dire; avrebbe voluto pregarlo di salvarla dalla sua sorte, o arrabbiarsi con lui per averla abbandonata, ma non rispose altro che: "Ciao, sono contenta di vedere che stai bene". Tommaso rimase stupito dalle sue poche parole ma non indagò. "Sì, abbastanza. Amsterdam è una città meravigliosa". E continuò: "Tu invece cosa mi racconti? Vivi ancora qui a San Benedetto o ti sei trasferita per seguire tuo marito?". Anastasia rispose seccamente "Non penso che conoscendomi mi avresti creduta moglie, madre e casalinga". "Invece le tue compagnie come procedono?" continuò in tono sarcastico. Aveva quasi paura di ascoltare la risposta del ragazzo perché si stava rendendo conto del sentimento che provava per lui.
"La compagnia non mi manca mai, ma tu sai anche che sono uno spirito libero e il mondo femminile a volte mi annoia" disse Tommaso. Anastasia per qualche istante dimenticò la sua condizione, credette di poter recuperare il rapporto con Tommaso, ma poi si rese conto di quello che da lì a poco sarebbe successo e troncò il discorso dicendo: "Vivi appieno la tua vita Tommaso. Non scoraggiarti, hai tanto da provare e da conoscere e prima o poi troverai la persona giusta. Te lo meriti". Trattenne a stento le lacrime e cercò di volgere altrove il suo sguardo per non incontrare quello del ragazzo. Lui si alzò in piedi di scatto e disse:"Noto che non hai voglia di conversare e non ti trattengo. Ripartirò il giorno di Natale. Se non dovessimo rivederci ti faccio i miei auguri". Anastasia quasi sorrise; era il sorriso triste di chi sapeva la verità delle parole che stava per pronunciare e disse: "Sì grazie, auguri anche a te. Anche se non ci vedremo per parecchio tempo ricordati ogni tanto di noi e del periodo trascorso insieme". Tommaso la guardò e le disse inaspettatamente: “Non credere sai, ricordo tutto; la tua risata, le nostre litigate. Anche se a volte ti avrei voluta lontana, non riuscivo mai a passare una giornata senza di te". E detto ciò poggiò la sua mano su quella della ragazza. Anastasia pensò che forse sarebbe stato l'ultimo contatto umano prima di trasformarsi in un fantasma. Tommaso prese la sua cartellina e si avviò verso le scale; Anastasia lo seguì pensando tra sé e sé: "Lui sicuramente potrebbe ricordarsi del mio libro, ne abbiamo discusso tante volte. Purtroppo la maga ha detto che il ragazzo deve essere innamorato di me, non basta che io abbia capito di esserlo di lui". Ormai, pensò, non c'era più niente da fare se non arrendersi ed accettare il crudele destino. I due ragazzi si salutarono, quasi intimoriti l'uno dall'altro, e si allontanarono prendendo strade diverse.
24 dicembre, vigilia di Natale: Anastasia si recò nella libreria vicino casa e comprò Il Piccolo Principe: aveva deciso di sfidare la maga facendo recapitare a casa di Tommaso il 25 dicembre, quello stesso dono che, se ricevuto, le avrebbe salvato la vita. Era quasi notte quando la fanciulla arrivò davanti alla Biblioteca per ammirarla per l'ultima volta. Mentre era assorta nei suoi pensieri vide un'ombra dietro di sé e pensò che la maga avesse deciso di trasformarla prima del previsto, forse a causa del suo affronto; quasi lo sperava. Invece si girò e vide Tommaso; era tutto infreddolito e, stringendo a sé un pacchetto, disse: "Ciao, sapevo di trovarti qui; sono stato a casa influenzato e ancora non sto bene ma volevo, dovevo rivederti". "Torna a casa, non preoccuparti, riposati e domani sarà tutto passato" disse Anastasia con il cuore pieno di amore. Ma Tommaso non andò via, anzi, avanzò verso di lei e le disse: “Prima devo parlarti. Sono partito Anastasia; tu non mi hai detto niente quando ci siamo rivisti ma i tuoi occhi erano pieni di rabbia e tristezza. Non c'è molto da dire sul mio comportamento se non la verità. Io ti amo e ti amo da sempre, fin da quando tu uscivi con gli altri ragazzi che ti facevano la corte e io invece mi circondavo di ragazze alle quali non ero interessato. Lo facevo solo per ripicca perché volevo te, solo te, ma non avevo il coraggio di dirtelo, di impegnarmi in una storia vera. Ho provato ad allontanarmi, a farmi odiare, a distrarmi, ma non ti ho mai dimenticata. Poi ho detto basta, ho capito che era ora di lottare per ciò in cui credevo, con tutte le mie forze. Forse è passato troppo tempo, tu hai sofferto per colpa mia, ma io vorrei provarci. Vorrei stare insieme a te, una persona che stimo e che ha carattere. Spero tanto che tu provi qualcosa per me Anastasia. Ti ho portato questo; me lo ripetevi spesso ma io non capivo: “L'essenziale è invisibile agli occhi”. E per me l'essenziale, la mia vita, sei tu.
Anastasia si sentì quasi mancare; avrebbe voluto abbracciare Tommaso ma si rese conto che la sua esistenza dipendeva da quel regalo, da quella frase. Scartò con avidità il pacchetto e prese in mano il libro: era proprio il Piccolo Principe! Ad un tratto si sentirono da lontano dei tuoni fortissimi, poi una pioggia scrosciante iniziò ad abbattersi sulla città. Gong gong, mezzanotte.
25 dicembre, Natale. Anastasia chiuse gli occhi e si nascose tra le braccia del giovane. Tommaso la vide piangere e la strinse forte a sé. Il pericolo era passato. L'amore ritrovato aveva sconfitto la strega malvagia e la vita di Anastasia era salva! I due ragazzi si guardarono a lungo: Tommaso capì che non era il momento delle parole, per quelle avrebbero avuto tutta la vita davanti. Le prese dolcemente il viso fra le mani e le diede un lungo e indimenticabile bacio. E vissero felici e contenti.

“D’AMORE E DI LIBRI”   di Elisa Marucci

lunedì 9 aprile 2012

Riflessi di scrittura 2012 - A me piace prendere il sole senza niente addosso

A me piace prendere il sole senza niente addosso. Non ci trovo niente di male. Il giardino è casa mia, in fondo. Quella mattina era molto ventilata, ma non m'importava. La carezza dello scirocco sulla pelle nuda è eccitante. Ero nella mia posizione preferita, a pancia in giù, con un cuscino sotto la testa e una musica dolce nelle orecchie. Sonnecchiavo, e in un primo momento mi parve fosse un'immagine creata dal dormiveglia. Quando ho percepito che la sua presenza era reale, lui era già molto vicino. Avrà avuto vent'anni, ma con quell'aria imbarazzata sembrava più giovane. Il suo aquilone, di cui stava riavvolgendo il filo, era atterrato proprio sul mio fondoschiena, e lui non aveva il coraggio di riprenderselo. Alla fine lo trovò.

Aprii gli occhi: "Cosa stai facendo?"
Si irrigidì. Rabbrividiva.
"Mi scusi… volevo soltanto…"
"Questa è proprietà privata!"
"Lo so, ma…"
Mi voltai verso di lui, di scatto.
"Vattene o chiamo i cani!"
Non si mosse. Restava lì a guardarmi, muto, con l'aquilone in mano.

A un tratto abbassò il capo, l’espressione colpevole sul viso, prese una grossa boccata d’aria come se volesse dirmi qualcosa e poi la buttò fuori senza emettere un suono.

Lo studiai attentamente, sollevandomi su un gomito senza curarmi della mia nudità.
“Allora, mi hai sentita? Hai intenzione di rimanere qui ancora per molto?” gli chiesi, cercando di scuoterlo da quel torpore.
Lui sollevò gli occhi su di me, arrossendo maggiormente, e provò a balbettare qualche parola.
“Chi sei? Come sei entrato?”
“Io…veramente…”
Aveva le gote arrossate, i capelli scompigliati dal vento e l’intenzione di rimanere lì, immobile.
Stanca di quella situazione, mi portai due dita alla bocca e feci per fischiare, quando il ragazzo si voltò e, senza dire una parola, cominciò a correre.
Scomparve dietro una siepe prima che potessi davvero chiamare i due cani.
Tornai a poggiare la testa sul cuscino, sperando di potermi riaddormentare, ma continuava a tornarmi in mente il volto di quel ragazzo e il cicaleccio proveniente dagli alberi iniziava a infastidirmi.
Mi alzai dalla sdraio, raccolsi le mie cose e tamponai alcune gocce di sudore che si erano formate nell’incavo dei seni.
Quando entrai in casa mi stropicciai gli occhi, aspettando che si abituassero alla differenza di luce.
Andai in cucina e guardai l’orologio appeso sopra il frigorifero.
Erano le dieci e mezza.
Con un gesto ormai automatico, presi il flaconcino bianco che era appoggiato sul tavolo, mi rovesciai un paio di pillole sul palmo della mano e le misi in bocca, sforzandomi di deglutire.
Il mio medico diceva sempre che se le avessi prese, quasi mi sarei dimenticata di essere malata.
E invece dimenticavo tutto, anche giornate intere della mia vita, a volte anni, ma continuavo a ricordare quella malattia che si mangiava i miei ricordi.
Guardai verso il frutteto attraverso una vetrata: le prugne dovevano ancora maturare, ma le albicocche avevano già assunto una tonalità intensa di arancione. Decisi che le avrei raccolte nel pomeriggio.
Notai, poi, una macchia scura in mezzo al verde degli alberi e aguzzai la vista per cercare di capire cosa fosse.
Un aquilone si stava sollevando in aria, non avevo più dubbi.
Emisi un fischio debole e dopo pochi secondi uno dei cani apparve tra le siepi.
“Perché sei ancora qui?” chiesi, una volta arrivata di fronte a lui.
Il cane ringhiava, i denti bianchissimi in mostra che quasi si confondevano con il pelo chiaro.
Il ragazzo non si aspettava di vedermi e, forse, era spaventato dalla mole dell’animale, in posizione d’attacco di fronte a me.
“Mi sono perso.” disse a un tratto, con un filo di voce che feci fatica a percepire.
“Non è vero, se sei entrato saprai anche da dove uscire.”
Non rispose, rimase lì, come poco prima, a fissarmi.
“Cosa vuoi da me?” gli chiesi, conscia che probabilmente non avrei ottenuto alcuna risposta.
“Voglio solo aiutarti. Ti prego, lascia che ti riaccompagni a casa.” disse, allungando una mano verso di me.
Mi scostai, spaventata da quel gesto, e feci un cenno al cane sperando che lo attaccasse subito e me lo togliesse di torno.
L’animale, però, smise di ringhiare e si mise in posizione seduta, sotto lo sguardo vigile dello sconosciuto.
“Mi dici che cosa vuoi?” urlai ad un tratto, sperando di spaventarlo.
Il ragazzo riavvolse il filo dell’aquilone con pazienza.
“Non ti ricordi di me, vero?”
Poi capii e sospirai rassegnata: era successo di nuovo.
Avevo di nuovo dimenticato chi fosse, dimenticavo sempre tutto. Si accorse che l’avevo riconosciuto e asciugò con una mano le lacrime che scivolavano sul mio viso.
“Mamma, torniamo a casa.”

di Milazzo Marian Letizia  Liceo scientifico di San Benedetto del Tronto
Racconto vincitore del  Premio della Giuria Tecnica e del Premio speciale giovani Asd S. Giuseppe

Riflessi di scrittura 2012 - Ancora una volta, guardò il mare dalla finestra

Ancora una volta, guardò il mare dalla finestra.

La mansarda era fredda, ma questo l'aiutava a non addormentarsi. Aveva la certezza che sarebbero arrivati dalla spiaggia, in perfetto silenzio. Ma non aveva alcuna intenzione di farsi sorprendere nel sonno.
Era ingiusto che tutto finisse così. Si fece l'ennesimo esame di coscienza, ma come sempre si diede l'assoluzione. Quello del genitore è l'unico mestiere che non si impara mai: aveva fatto del suo meglio per inculcare al figlio dei principi, un codice morale, ma da tempo era evidente che aveva fallito, nel più ironico e terribile dei modi.
Negli ultimi sei mesi aveva cercato in ogni modo di rinviare quell'incontro che, lo sapeva, sarebbe stato l'ultimo. Ma ormai la stanchezza aveva preso il sopravvento. Impossibile fuggire ancora. Rabbrividì.
Avrebbe certamente riconosciuto la sua sagoma, anche al buio, fra quelle dei suoi "colleghi".
L'arma rischiò di scivolargli a terra. Aveva le mani sudate. Se le asciugò sulla camicia, una alla volta.

L’edificio a strapiombo sul mare, era immerso in una folta vegetazione che lo incorniciava in uno scenario fiabesco. Una stradina tortuosa lo collegava alla piccola mezzaluna di sabbia incastonata tra le rocce.

Per quanto avesse paura, doveva rivederlo: da mesi ormai viaggiava come un sorcio nell’oscurità delle fogne. Era stanco.
Una sagoma scura comparve all’orizzonte, leggera e silenziosa, immobile e terribile. Jean mise la sciabola, inutile contro le armi da fuoco, nel fodero. Sarebbe andato incontro alla morte, senza esitazione, fin quando un proiettile non si sarebbe conficcato nel suo petto segnato da numerose cicatrici.
Pirata si nasce e pirata si muore. Lui era stato un gran pirata, la sua fama aveva solcato molti mari, passando di bocca in bocca, di nave in nave. Si diceva che le sue gesta fossero conosciute persino a Cuba, a migliaia di leghe da lì. Posò nuovamente lo sguardo sulla spiaggia: il vascello era lì, vicino alla riva. Ombra rassicurante per l’equipaggio, terribile per lui.
Sorrise amaramente. La lotta tra corsari e soldati era storica. Mai un capitano di un veliero si sarebbe aspettato di avere un generale d’esercito come primogenito. Un brutto scherzo del destino, che ora li faceva rincontrare, mettendo a confronto due realtà inconciliabili.
Si calcò il cappello in testa e fece scivolare lentamente i polpastrelli sul tessuto nero. Ora che la tensione cominciava a salire, capì di avere paura, maledettamente paura. Aprì l’ultima porta che lo divideva dal mondo esterno. Il legno scricchiolò sotto il tocco insicuro delle sue dita. Attese.
Non aveva paura della morte, ma di suo figlio. Di vedere cos’era diventato sotto la sua uniforme ben curata, di sentire le parole uscire da quella bocca incorniciata da piccoli baffi d’ebano.
“Buonasera padre, mi dispiace doverti incontrare dopo così tanto tempo in questo modo.”
Jean guardò il venticinquenne dritto avanti a lui, il suo James.
“Vi ho sempre ammirato, padre. A vostro modo, siete stato un uomo d’onore. Nessun ucciso, solo prigionieri, possibilità di riscattarsi. Sfortunatamente per voi però, le razzie, sebbene a danno dei ricchi, sono pur sempre razzie. La legge non ammette seconde possibilità.”
“A mio modo, ti ho insegnato a combattere sempre per ciò che si crede fino alla fine.”  
“Io credo nella giustizia, padre, da quando mi sono arruolato.”
“Tu esegui solo ordini di un despota. Non li condividi.”
“Non è così.”
“Allora fa’ ciò che devi fare.”
In un attimo riecheggiò un rumore metallico. Solo in quel momento Jean notò il soldato semplice che osservava la scena, confuso nell’ombra, con il fucile imbracciato.
“Padre, inginocchiatevi.”
Lentamente il corsaro si mise in ginocchio, attendendo la sua fine.
James appoggiò la pistola alla nuca del capitano.
“Mi dispiace.” Disse.
“La legge non ammette seconde possibilità.” Rispose con una punta d’amarezza l’uomo.
Il ragazzo tolse la sicura, la mano tremava.
Sparò.
Un corpo esanime crollò sull’erba scura macchiandola di sangue, il moschetto ancora stretto nelle mani.
“Datemi i vostri vestiti e sparite. Li metterò al soldato e lo butterò dalla scogliera. Per quando le onde lo riporteranno a riva, il suo volto sarà ormai sfigurato e impossibile da riconoscere.”
“James…”
“Andate, a volte la propria causa non coincide con ciò che detta la legge.”
Jean tacque. Lo abbracciò e scambiò i suoi abiti con quelli dell’uomo, in silenzio.
“Vi voglio bene.” Mormorò il giovane.
Il capitano gli sorrise per l’ultima volta, inoltrandosi nella vegetazione verso una meta ancora sconosciuta, fiero di suo figlio.

di Carlotta Bertola del Liceo scientifico “Calzecchi-Onesti” di Fermo.
Racconto vincitore del premio della Giuria degli Scrittori 

Riflessi di scrittura 2012 - Era dall'età di dodici anni che non mi batteva il cuore per una telefonata

Era dall'età di dodici anni che non mi batteva il cuore per una telefonata.

Pronto?"
"Buonasera… ciao. Sono…"
"Lo so chi sei, c'è scritto sullo schermo. Comunque ti riconosco dalla voce."
"Ah." Deglutii. "Come va?"
"Senti, non per essere scortese, ma avrei un po' da fare adesso."
"Scusa, magari ti..."
"Aspetta. Ti do un minuto. Ce la fai?"
Ma guarda che arroganza. Un minuto, dopo mesi e mesi, pensai.
"…cinquanta secondi..."
"Io… non so da dove cominciare."
Sempre così. Mi preparavo un discorso brillante e convincente, ma appena sentivo la sua voce mi mettevo a balbettare.
"Ah, allora forse è davvero meglio che mi richiami. Respira, nel frattempo. Ciao."
"No!" Non mi sbattere la cornetta in faccia!, volevo urlare.
Ma mi accorsi di averlo detto davvero.
"Primo, siamo al cellulare, e la cornetta non c'è. A meno che il tuo non sia un modello molto vecchio. Secondo, non ti permettere di alzare la voce con me. Terzo…"
Ecco, ora mi insulta, e addio!
"…se è davvero così importante per te, avanti, ti ascolto."

“Ecco grazie, sai sono mesi e mesi che non ti fai sentire!”

Iniziava a crescere il terrore, dentro di me rimbombava una sola domanda mi avrà accettato?
“Ok hai ragione ma cosa avrei dovuto fare? E comunque sbrigati non ho molta voglia di stare al telefono con te, mi stai solo facendo perdere tempo.”
Perché mi parlava così, era pur sempre stato il mio migliore amico ed io avevo sofferto così tanto. Riuscivo a pensare solo a questo.
“Scusa ma credevo che era tempo di parlarne, sai prima di dire a tutti quello che mi succedeva ci sono voluti anni e tanta analisi, avevo paura che nessuno mi accettasse, avevo paura delle reazioni della mia famiglia, ma credevo che tu…”
Venni interrotto da un suo urlo.
“Cosa credevi, dimmi che cazzo credevi, siamo amici da anni e tu te ne sei uscito con una rivelazione del genere.”
Le prime lacrime incominciavano a scendere sul mio viso.
“Credevo che tu mi avresti accettato, credevo che mi saresti stato vicino in un momento così difficile della mia vita, quando io avevo bisogno di te tu non c’eri.”
Finalmente credevo di aver fatto bene a dirgli tutto.
“Sono troppe le domanda a cui non hai saputo rispondermi: quando te ne sei accorto di essere… bhe lo sai… Cosa ti ha spinto a dirlo proprio ora? Tu non hai risposto neanche a una di queste domande, cosa credi che io possa pensare adesso, solo che tu stia mentendo, ed io non ce la faccio ad accettarti.”
Starà dicendo sul serio? Fu la prima cosa che pensai.
“Mentendo? Ma tu lo credi veramente? Come avrei fatto a mentire su una cosa così seria e personale? Sei cambiato Roberto, da quando lo hai saputo ti comporti diversamente con me. Non riesci neanche a dire che sono gay. Non devi accettarmi, non voglio che le persone mi accettino, io sono sempre lo stesso, voglio solo che le persone non mi valutino per il mio orientamento sessuale.”
Le ultime parole le dissi singhiozzando, non riuscivo a sentirmi dire quelle cose da lui, le potevo accettare da qualsiasi altra persona ipocrita ma non dal mio migliore amico.
“Quindi mi stai dicendo che non l’hai fatto per moda?”
Ero indignato.
“Ma mi conosci sì o no? Come avrei potuto farlo per moda?”
“Ti ostini a non rispondere ad una semplicissima domanda Biagio, come non riesci a rispondere alle altre, ed è tutto questo che mi porta a pensare che stai solo cercando di metterti al centro dell’attenzione, o forse mi sbaglio? E poi ti sei sempre comportato normalmente con me non si vedeva che avessi una malattia del genere e che ti piacesse andare a letto con gli uomini!”
Iniziai a credere che forse tutto il percorso che avevo fatto per riuscire a parlare della mia omosessualità non fosse servito a nulla, io non meritavo quelle parole, lo sapevo benissimo, sapevo benissimo che la mia non era una malattia e neanche una questione sessuale, io amavo con tutto me stesso l’amore, semplicemente amavo amare un'altra persona, amavo vedere gli occhi di una persona che mi ama brillare di felicità perché in quel momento stiamo insieme e non abbiamo bisogno di nessun altro perché ci bastiamo. A quel punto riattaccai prendendomi così carico della responsabilità più grande: essere felice.

di  Buonamici Elisa dell’ITC Capriotti di San Benedetto del Tronto.
Racconto vincitore del premio della Giuria degli amici 

venerdì 10 febbraio 2012

Cambio di regime

Cercata e scovata, siete penetrati più volte nella mia abitazione, mettendola sottosopra, prendendomi con la forza. M’avete sequestrata poco fuori l’uscita, costretta, condotta per monti, valli, pianure; facendo perdere, ogni volta, qualcosa di me. Dove e quando avete voluto, m’avete usata a piacimento: violentata lungo le strade, sotto i ponti, i viadotti; contro i piloni, gli argini in cemento.
Eppure, sono quasi sempre piacevole, talvolta briosa, spumeggiante; dicono che rinfresco il corpo e l’animo degli uomini che m’assaggiano. Spesso succede con indifferenza, ingratitudine, quasi fosse un diritto che io gli appartenga! Eppure, merito un po’ di riguardo, proprio perché sono disponibile con tutti quelli che m’avvicinano: posso sporcarmi, essere facilmente contaminata.
 Talvolta, sento il bisogno di uscire, rivedere vecchi posti che periodicamente visitavo ed, allora, gli uomini s’impauriscono, fuggono (se possono) e mi maledicono. Dopo, riprende la solita tiritera con violenze continue; d’ogni tipo. I più ignobili sono quelli con gli occhiali che stanno dietro i tecnigrafi: gli ingegneri, i geometri; gonfi ed avidi di soldi. Poi, al loro servizio, vengono i camionisti, i manovratori di ruspe: energumeni volgari ed ignoranti. FANNO SCHIFO! Io sono molto più importante, eppure, non mi faccio pagare. Basta, sono stanca; da oggi ho deciso: CAMBIO REGIME! Precipito lieve e silenziosa in cristalli di ghiaccio che imprigionano l’aria. Ricopro tutto ciò che gli uomini hanno costruito usandomi: le città (mischiandomi con il calcestruzzo), le strade (che mi deviano ed ingabbiano), le auto (che si servono di me per raffreddare i motori), le industrie (che mi sfruttano per produrre). Smusso le asperità delle loro costruzioni angolate e taglienti, le mostruosità della loro ignoranza estetica, dei loro colori casuali; rendo tutto omogeneo, silenzioso, ondulato e sensibile al soffio del vento. Ai bambini, che sono gli unici ad amarmi, offro ghiaccioli dai tetti, dalle cornici, li faccio giocare con il mio corpo e scivolare su di me. Gli uomini bestemmiano, buttano sale per le strade, accendono ansiosi la televisione per saperne qualcosa di più.
Ma IO, OGGI, LI HO COPERTI; HO IMMOBILIZZATO le loro sporche e rumorose macchine riducendo, semplicemente, l’attrito (un vecchio trucco). LI HO RIDOTTI ALL’IMPOTENZA. Poi, se voglio, espiro l’aria che ho dentro e divento dura, di ghiaccio.
Oggi, gli uomini sono costretti a misurare i passi con attenzione ed equilibrio, come tutti i mammiferi, a vestirsi con oculatezza (altrimenti infierisco di più), perché sono animali senza piume o pelliccia; a perdere lo sguardo nel mio immenso candore...
Questa situazione durerà per diverso tempo, mi sono alleata con la temperatura: in queste lunghe notti d’inverno siamo diventate amiche.

Burian - Dicembre 1996
di Enzo Angelini ( giornalista , scrittore)

domenica 23 ottobre 2011

Caccia da cane

Sono un cane. Lo so, perché le voci mi chiamano così: le voci dei piedi che sollevano la saracinesca del garage dove sto.
Le teste sono troppo in alto: lassù non voglio arrivarci con gli occhi.
I miei occhi stanno giù, in basso, vicino al naso.
Sono un cane perché mi chiamano così, ma io lo so chi sono.
Sono un naso. E dentro mi entrano tutti gli odori di questo garage: polvere, gomma, vernice, ferro, molto ferro.
Quando la saracinesca si alza, mi alzo anch’io e cammino vicino vicino ai piedi delle voci.
Sono piedi di gomma, come quella del garage, ma poi s’impregnano di terra e d’erba. Un odore forte, bello, che mi stordisce.
Si cammina per ore ed, io, naso, m’ubriaco dei mille suoni che sollevano gli odori.
Gli odori delle formiche lucide e nere, delle lucertole che guizzano con gli occhi mobili su di me, degli scoiattoli che s’alzano sopra le mie orecchie e aggrediscono un albero, e scompaiono tra le sue mille braccia, e mi sembra che, forse, non li ho visti.
Poi le voci mi dicono: “cane, vai!” e corro, corro, corro verso un odore.
Un odore che s’alza tra tutti. Un odore speciale.
E’ forte e dolce, come il mio, quando dormo e m’acciambello nel pelo. E’ un odore di carne, di carne bagnata dal sudore e dalla pioggia, dalla terra umida e dalle foglie marce.
Mi piace. Mi piace tanto. Vorrei prenderlo, ma non so cos’è.
Un altro cane, forse.
No, non è un cane. E’ diverso. E’ più del bosco questo. E’ più di questo posto. Di questo posto verde e scuro. Ecco! C’è del fango dentro quest’odore, come un impasto, come un fiume che scorre, come di acqua torbida che inciampa tra i sassi.
E’ davanti a me.
non ha piedi. Ha piccole unghie che sfiorano il terreno. Sopra, è grosso, massiccio, tondo come un enorme sasso di peli.
Respira, grugnisce. Si ferma, si volta, verso di me. E’ esausto. Gli occhi piccoli, piccoli e feroci.
Non mi guardano, lo so che non mi guardano perché è troppo stanco.
Ora sono vicinissimo. Il suo odore mi prende, mi prende tutto. E’ tutto il mondo.
I suoi occhi piccoli e feroci si chiudono.
Il grande sasso di peli china quella sua specie di testa dove poco prima le pupille ansimavano nel vuoto.
Gli sono sopra. Ora il suo odore strofina il mio pelo, ma non mi basta.
Apro la bocca, voglio mangiarlo quell’odore. Voglio che s’impasti tra le gengive molli. Voglio che i miei denti lo strappino.
Voglio portarlo via da quel sasso di peli, da quella testa dagli occhi suini.
Lo sparo.
Tutto si ferma.
Anch’io mi fermo. Sopra di lui.
Ora, il cinghiale (così lo chiamano le voci) è fra i piedi di gomma.
Le voci ridono intorno alla sua carne immersa nel sangue.
Il suo odore non c’è più.
Sono sfinito. Guardo il bosco, mi abbasso di nuovo, vicino più vicino che posso alla fresca terra verde che mi entra nel naso come acqua pulita.
Mi sembra di lavarmi, di lasciarmi lontano quella puzza di sangue, che inonda quel corpo, quei peli, quegli occhi…
Lo trascinano come un sacco. E’ davanti a me. Lo vedo in mezzo ai piedi delle voci.
Ora le voci ridono, sono allegre, scherzano. Parlano di mangiare, di fare cose con la sua carne che è tanta. Ce n’è per tutti.
Arriviamo a una specie di casa in lamiera.
Dentro c’è un odore di polvere, gomma, vernice, ferro, molto ferro. Come nel mio garage.
Ma non mi lasciano entrare.
Sono fuori, l’hanno appeso a un palo basso.
Adesso escono con una grande pentola piena d’acqua bollente. Gliela tirano a secchiate per fargli ammorbidire la pelle.
Poi raschiano le setole con certe lame grosse e grigie.
Una delle voci prende un coltello e spacca il cinghiale con un taglio netto, dal sedere fino alla testa.
Comincia, allora, una strana euforia.
Le voci sembrano saltare e la carne la aprono, la legano, la riempiono di odori di erbe, la legano, la cuociono.
Io m’addormento in quel calore, in quell’odore.
Quando mi sveglio è già notte.
Le voci sono ancora dentro a ridere e a bere e mi raggiungono un pò lontane e sbiadite.
Mi guardo le unghie e non penso a niente.
Poi, all’improvviso mi accorgo che c’è una chiarìa strana nel cielo.
Cresce, cresce, come un grandissimo lampione che qualcuno ha caricato a dismisura.
E’ la luna. Solo la luna. Immensa, gigante, completamente rotonda. Intorno c’è, ora, un silenzio che non finisce mai.
Che m’importa che in cielo c’è la luna?
C’è sempre la luna.
Ora la sto guardando forte forte, ma so che è lei che mi guarda fortissimo.
Abbasso lo sguardo. Appoggio la testa tra le zampe. Sento che i miei peli s’induriscono. Mi danno fastidio, come un prurito, come un peso irresistibile.
Mi sento che la luna sta premendo sulla schiena come una mano calda che mi accarezza e mi spinge giù.
Vorrei rimanere così per sempre.
Vorrei rimanere ad essere terra, ad annusare il suo folto odore notturno, lasciarmi lontano il sangue, le voci.
Gli uomini.

CACCIA DA CANE     

di Valeria Tocchetti

sabato 23 luglio 2011

Il COCOMERO, ALIAS ANGURIA (Cucumber Slumber*)

é uno degli ortaggi più generosi, tanto da esser considerato frutto. Il cocomero non accetta compromessi: grosso, pesante mediamente più di dieci chili, gonfio d’acqua ed a forma oblunga difficile da sistemare in frigorifero, per cui va necessariamente tagliato, così da occuparne un terzo. E, d’estate, ne diventa il re: “Cocomero al ghiaccio” é scritto vicino ai banconi e refrigeratori lungo le strade; seguito, come una griffe, dal nome del venditore. Ortaggio che, talvolta, suscita vivaci discussioni familiari per diversità di gusti ed idiosincrasie che spingono a sostituirlo col melone. Strisciante cucurbitacea delle pianure irrigue dal buffo nome botanico: “citrullus vulgaris”. Gran gemello eterozigote del piccolo melone, battezzato in inglese: “water - melon”, “mellone ad acqua” nel Sud Italia e, chissà perché, da qualcun altro con l’irta parola “anguria”, in una perdente gara col rotondo evocativo “cocomero”. Cocomero, melone, popone, water - melon, mellone ad acqua: allegri peponidi. Ambigui parenti stretti dal sangue zuccherino, affratellati nel bagagliaio delle macchine ferragostane, in contigue vaschette di bar - gelaterie trasformati in gelati, cremolati, frullati e granite, affastellati in piramidi all’aperto sotto lo sguardo ozioso dei venditori. Di notte, i banchi dei cocomerai sono oasi nel buio delle città afose. Punteggiati da decine di lampadine pensili da teloni in mezzo piazze e slarghi cittadini, vicino fontane e ghiacciaie. Sormontati da tendoni che riparano allettanti schiere di fette vermiglie allineate sotto teche di vetro, talvolta accompagnate da meloni, cocco e frutta. Mucchi di cocomeri in attesa del loro turno ed altri immersi a rinfrescarsi in tinozze, tra gorgoglii d’acqua e pisciar di sifoni. E tavoli e sedie per consumare e chiacchierare. Luoghi ricettacolo di tiratardi, insonni alla calura estiva e nottambuli, come lanterne per falene. Luoghi d’ozio temperato, dove il tempo si ferma, svanisce la competizione diurna e ci si predispone all’incontro. Spicchi di paradiso terrestre. E nell’aria sospesa, spessa, torpida, della notte estiva delimitata dai baluginii di lucine del cocomeraio, perni d’insistenti danze alate e cozzi d’insetti tenebrosi, s’accende una fantasmagoria felliniana: le scorze striate si trasformano in gusci marezzati di tartarughe dal ventre bianco, con testa e zampe in procinto di far capolino ed incedere lentamente verso fontane e tinozze per bagnarsi e nuotare. Ci scuote un richiamo: “Prendi questo!”, suggerisce il mercante con aria complice, dopo aver picchiato con le nocche sul dorso d’un cocomero, in mezzo a decine, per sentire se “suona” bene e rifilato una pacca sonante a sigillo dell’acquisto. Ortaggio che soddisfa il piacere dei bambini (e qualche grande) d’affondare denti e faccia nella polpa evitando l’utensile coltello, ridotto solo a tagliar fette. Ortaggio che risveglia istinti primitivi: il piacere di lavarsi il viso nella polpa, con qualche risucchio più o meno prolungato ad aspirarne il succo in eccesso. Tentativo quasi sempre vano. Tentativo che fa assumere sempre, addestrati fin da piccoli, la curiosa posizione, capo e baricentro spostati in avanti rispetto l’asse verticale del corpo, tipica del “mangiatore di cocomeri all’impiedi”. Ortaggio che, anche per questo, suscita antipatie a mamme apprensive e massaie stanche di pulire pavimenti, pargoli, pantaloni e camicie di mariti. “Attento che cola!” é il grido d’accompagnamento femminile che precede i primi morsi. Morsi su morsi. A bocca piena e senza tregua. Per di più, con i risucchi fastidiosi che rompono il bon ton piccolo - borghese fatto di plastica, silenzio e pulizia. Ortaggio che riempie il secchio d’immondizia con bucce grondanti liquidi che, dopo poco tempo, emanano pesanti olezzi per la cucina. Guai a dimenticarsene un sol giorno, con i succhi che gocciano in rapida successione dalla busta di plastica e punteggiano il percorso fino al cassonetto dei rifiuti! Olezzi che diverse massaie non vogliono assolutamente sentire, liquidi che non vogliono assolutamente pulire lungo scale e pianerottoli. Ed ecco che, in alternativa, rispunta il co-stagionale, maneggevole, “pratico” melone in una ipotetica lotta all’ultimo succo davanti i potenziali acquirenti: Orazi e Curazi del reparto ortofrutta, greci e troiani delle offerte estive agli ipermercati, Moby Dick e Capitan Achab della filiera agricola - commerciale. Per l’eternità. Vegetale simbolo dell’estate come, con debite proporzioni, dell’inverno contadino lo é il quadrupede maiale. Ma, a differenza di questo, non strilla sotto l’incedere della lunga lama. Se maturo al punto giusto, scrocchia prima d’aprirsi in due mostrando simmetriche facce rosse, sotto sguardi compiaciuti, sorrisi ed esclamazioni dei presenti. Sempre uguali al compiersi del rito fatale. “Taja ch’é rosso!” esortano i venditori a Roma. Senza più il tassello della “provatura” a garanzia dell’acquisto; vile cedimento alla barbarie globalizzante. Ortaggio che deve esser consumato in tempi brevi e collettivamente. Non é per singoli. Icona vegetale di giovanili raduni notturni sulla spiaggia, tra falò e bottiglie. Preda succosa per bande di monelli che, a notte fonda di nascosto del padrone, consumano il frutto della razzia agreste alla fontana del paese. Prediletto in assoluto da moltitudini di gitanti fuori porta per esser messo a galleggiare, stavolta insieme ai meloni, ancorato con buste di plastica a rami che s’incurvano su rive e pozze di torrenti e ruscelli, sbarrato nella deriva a valle da piccole, improvvisate dighe di sassi o, meglio ancora, messo a bagno nelle fredde polle sorgive, in attesa della consumazione “en plein air” del pasto collettivo. Ed anche in abbeveratoi e fontane che fiancheggiano le strade, in una sorta di lunghissimo e rustico “drive in”, ad uso di vacanzieri automobilisti mordi&fuggi. Almeno, così pensano. Cocomero, ingrediente fondamentale degli italici e tribali riti agostani; con la rara virtù d’unire temporaneamente, senza distinzione di sesso, tutte le generazioni (fuori, una volta l’anno, ci si può sporcare un poco). Ortaggio che placa l’arsura estiva fino a tendere la pelle sotto il torace e gonfiare stomaco, pancia e vescica, con il susseguente bisogno impellente d’evacuarla. E guai, in questi frangenti, non avere a disposizione un pezzo di terra coperto da sguardi indiscreti, da un cespuglio, dal buio della notte o, peggio, d’una toilette. Ortaggio gonfio d’umori trasmessi ai suoi divoratori che, in campagna, li rendono nuovamente alla terra sotto forma d’urina. O, sotto la calura, trasudano dal corpo. Ortaggio che chiede attenzione esclusiva nella spesa: vuole una busta tutta per sé ed a malapena tollera la compagnia d’un piccolo melone: “O lui o me!”, sembra intimarci dalla sua ingombrante rotondità. Rotondità voluminosa, riottosa a contenitori, recipienti e ripiani. Rotondità mobile, gravosa e stucca - manici di buste fallaci che asseconda facilmente la fisica fino alle estreme conseguenze, spiacciccandosi a terra con grand’imprecazioni di chi l’ha comprato e trasportato integro poc’anzi. E poi, come se non bastasse, tocca pulire liquidi, schizzi e frammenti che, nello schianto, ha disseminato intorno, a largo raggio, proporzionale a peso ed altezza da cui é precipitato; perfetto esempio - effetto, della formula gravitazionale (da manuale) F = m x g. Il cocomero, alias anguria, va amato, condiviso e, soprattutto, assecondato.

Enzo Angelini  (  giornalista, scrittore )

*Cucumber slumber, letteralmente: “cetriolo - piacevole sonno”, da intendersi nello slang Usa: “sorprendente, divertente, orgasmico e grandioso”, da “Mysterious Traveller” - Weather Report - 1974
http://www.youtube.com/watch?v=_eUMQSfPtZU

martedì 24 febbraio 2004

Io, registro




Anche il mio tempo è concluso. Non sono affetto da malattie incurabili né ottenebrato da manie suicide, sarebbe per me impossibile sia l’uno sia l’altro, è che i miei giorni sono stabiliti sin dall’origine, sin da quando sono stato collocato nel mio universo, la scuola. Non sono nemmeno fatalista, più semplicemente vivo la pienezza della mia esistenza in circa trecentotrenta giorni. Senza sorprese. Non esiste l’ulteriore o perlomeno non mi è concesso. Duro un anno, quindi è per me inutile l’inquieto affaccendarsi per scampare l’attimo fatale, mi sono risparmiate le ansie e le angosce legate all’impossibilità di conoscere il momento del congedo, giovinezza e vecchiaia non mi appartengono. Qualcuno mi direbbe che sono, per questo, fortunato, ma a me tutto ciò non regala felicità come potreste pensare.  La mia esistenza è regolata dal succedersi dei quadrimestri, la mia vita è scandita dal suono della campanella e il mio compito, nel frattempo, è quello di tenere memoria dei fatti, almeno per un po’. Ricordo ancora quando venni alla luce con la stampa litografica e successiva rilegatura. Il signor Spiaggesi mi prese tra le mani, odoravo d’inchiostro fresco, e sfogliandomi quasi mi lussò una pagina. Una crepa sottile e profonda si aprì sul mio dorso segnando per sempre la mia brossura. A nulla valsero le cure amorevoli di Nando, il tipografo taciturno e appassionato che si adoperò con colate calde di colla gelatinosa. Il mio destino è stato, da allora, quello di un prodotto fallato, ceduto sottocosto. E in fondo mi è andata bene. Al mio compagno, nato monco di un fascicolo, è toccato il macero. È tornato alla originaria pasta di cellulosa prima ancora di vedere apposta sulle sue pagine una sola assenza, un solo voto o una nota sul comportamento. “Cellulosa eri e cellulosa tornerai”, gli disse con rammarico il buon Nando, sempre riluttante a disfarsi di una sua creatura, ma altrettanto veloce a sfoggiare, come lampo nel buio del suo laborioso silenzio, una fulminante battuta. Seppur fallato, fui ritenuto idoneo a svolgere la mia funzione e finii sul tavolo dell’archivio di un’anonima scuola di provincia. Del viaggio, chiuso in un cartone sigillato, ricordo ben poco, mentre ho ancora presente l’opacità polverosa della stanza che mi accolse, pervasa in ogni angolo, contro ogni legge fisica, da un malinconico senso di abbandono. Nell’archivio semibuio, stantio e colmo di vecchie scartoffie, ho soggiornato, per oltre un mese, con i registri che avevano, come me oggi, concluso il loro ciclo. Le foderine sgualcite, segnate da rughe profonde fino all’anima di cartone, mi fecero comprendere la fatica alla quale sarei stato consegnato. La forzata convivenza, tra vecchi e nuovi registri, rappresenta l’unica occasione per apprendere e trasmettere il vissuto che non è stato possibile memorizzare con inchiostro indelebile sulle apposite sezioni. Sfumature di vita non richieste, non comprese nel “processo formativo degli alunni”. Il luogo dove le piccole cronache si fanno storia da conservare nei quadrimestri a venire. I vecchi registri giacevano accantonati alla rinfusa già da qualche giorno quando noi, appena arrivati, fummo impilati accanto a loro, a formare due gruppi ben distinti: a destra, pericolosamente sospesi sul bordo del tavolo, quelli a uno o a due fascicoli, destinati ai docenti assegnati a più scuole; accanto, in posizione più sicura, quelli a tre. A causa del difetto di fabbricazione che mi aveva reso fallato e cagionevole, mi adagiarono di traverso, a mo di architrave, tra la prima e la seconda colonna, leggermente inclinato verso i registri a due fascicoli. Questi infatti, essendo meno numerosi di quelli a tre, formavano una pila più bassa. Una volta che la porta fu chiusa, un Piaggesi rosso porpora a tre fascicoli, rivestito da una elegante copertina trasparente, sospirò: “meno male che è finita, non vedevo l’ora di essere riconsegnato”. “Non lamentarti troppo!” gli fece eco un consimile a due fascicoli. “Guarda come mi ha ridotto il professore di Matematica, ho persino due macchie di caffè nella sezione delle assenze e una ustione perforante di tre pagine sullo spazio riservato alla valutazione quadrimestrale” e, dopo una breve pausa, aggiunse “l’esimio ignorantone soleva utilizzarmi come tovaglia durante la ricreazione”. In effetti chi parlava mostrava un aspetto veramente miserevole. Un terzo registro, utilizzato dalla professoressa di Biologia, si lamentò di essere stato affidato a un’accanita fumatrice: “sono impregnato di nicotina fino all’ultima fibra della cucitura, persino l’inchiostro che riporta come svolto l’argomento interdisciplinare - I danni causati dal fumo -  si è quasi vaporizzato in una fetida nuvola biancastra. Meno male che la cellulosa del nostro organismo è immune a metastasi e carcinomi come capita alle cellule, quelle vive, altrimenti sarei finito già da un pezzo a striscioline nel bidone dell’apposita raccolta”. Ero stato assemblato con l’idea che il buon esempio fosse il migliore insegnante, ma già dopo neanche un giorno di vita nella scuola, la prima certezza iniziava a vacillare. “Il fumo, il fumo …” mormorò qualcuno dal fondo della pila “chiedono il rispetto delle regole e poi? Il mio Pregiatissimo tutore, cultore del dolce far niente, ha trascorso buona parte del suo tempo a trastullarsi al cellulare”. Il docente al quale era stato affidato insegnava Fisica. Era un tipo originale, barbetta brizzolata e cravatte colorate. La sua prima preoccupazione, secondo quanto asserito dal suo registro, fu quella di assicurarsi la password per l’accesso a internet. “Ho pensato che fosse uno di quei maniaci delle TIC o ITC o come diavolo si chiamano” ci disse il Piaggesi “e ho sperato di essere il primo della scuola a registrare qualche nuovo argomento, uno di quelli indicati con gli anglicismi che vanno tanto di moda come - cooperative learning - o - E learning - e invece” concluse amaramente “l’unica parola straniera che porto scritta tra le mie righe è pure sbagliata, Amper invece di Ámpere! Altro che informatica! Il personaggio è riuscito a storpiare anche il nome del grande fisico e matematico francese”. Nei giorni successivi ognuno disse la sua. E venne fuori che c’era chi era rimasto intonso sino all’ultima settimana, chi era stato riempito di frasi insensate, chi aveva registrato voti non corrispondenti a rilevazioni oggettive e chi note sgrammaticate sul comportamento. Quei segni, destinati alla storia personale di ciascun alunno o, per usare il gergo in uso da queste parti – curricolo -, rappresentavano il risultato di un approccio sbrigativo e superficiale, di un umiliante e offensivo - tanto per fare -. “Vi invito caldamente a registrare tutto” raccomandava l’esperto vice “L’importante è scrivere nel modo giusto, questi genitori hanno il ricorso facile e, capite bene, …. in quel caso scripta manent ..”. Il giorno dopo arrivò il bidello tuttofare che provvide alla tumulazione dei vecchi registri, riponendoli in anonimi scatoloni nei quali avrebbero riposato per dieci anni scolastici ancora. Poi sarebbe loro toccato il macero.
Fui affidato a un insegnante di lettere prossimo alla pensione. Il malefico bidello ebbe la spudoratezza di vantarsi, in seguito, di aver assegnato un registro fallato a un docente tarato. Il professore, infatti, era rimasto vedovo nel primo quadrimestre dell’anno scolastico precedente e da allora era diventato introverso e triste. Non che prima fosse un’allegra compagnia, ma almeno, seppur di rado, si permetteva con i colleghi qualche battuta garbatamente spiritosa che lasciava trasparire una ironia sottile e intelligente. Da quando poi la moglie lo aveva lasciato, era ritornato perfettamente coerente alla sua misantropica indole. Sembrava quasi che nella disgrazia avesse trovato la giusta motivazione per mettere a tacere l'unica voce allegra, ma dissonante, che da qualche angolo remoto della sua coscienza reclamava una seppur minima attenzione. Era un omone alto e massiccio con due braccia lunghe ben oltre il limite vitruviano. Un tipo, ebbi modo di constatare, che soleva assentarsi tra i pensieri, anche in classe durante la lezione. Nonostante ciò godeva di una solida e indiscutibile autorevolezza ed era benvoluto da quasi tutti i suoi alunni. Spiegava gli argomenti agitando le mani con gesti rapidi, ma delicati, quasi fosse un direttore d’orchestra. La pantomima più frequente prevedeva il sollevamento della mano destra con le dita raggruppate verso l’alto, come a stringere l’ineffabile concetto, la rapida discesa verticale e l’arresto brusco ma mai definitivo. La sua voce baritonale tradiva spesso l’emozione causata dal perdersi tra perifrasi e parafrasi dei suoi autori preferiti, e ce n’erano tanti, di ogni epoca e corrente letteraria. Ogni tanto, in classe, si lasciava andare a un’ilarità puerile, adeguata, a suo giudizio, all’animo semplice dei suoi ragazzi, ma poi subito tornava serio e più triste di prima. Era come se la sua allegrezza fosse contingentata, provvista di un quantitativo ben definito di felicità che si assottigliava ogni volta che ne lasciava uscire un po’ fuori se stesso. Il professore mi ha trattato con estremo riguardo, trascritto con cura e precisione. La sua grafia, a tratti infantile, ridondante e quasi barocca, con le aste delle consonanti inclinate leggermente a sinistra, trasmetteva sicurezza ed eleganza. Avevo l’impressione che l’inchiostro rimanesse mobile, non ancorato alle mie pagine, suscettibile quindi di oscillare sul foglio con il solo procedere spedito dello scrivere o con il tenue refolo prodotto dal voltare pagina. Prima di iniziare la quotidiana registrazione, lisciava delicatamente, con il palmo della mano, la superficie immacolata della mia anima. Una carezza d’incoraggiamento come quelle che ogni tanto dispensava sulla nuca degli allievi. Poi cominciava con la biro di cui avvertivo appena il tocco delicato. La penna che usava gli somigliava un po’, mai una parola di troppo, mai una sbavatura sopra le righe. Era orgogliosa della sua sfera. “Di dimensione ottimale” mi disse la prima volta “non temere, non incide né imbratta”. Una mattina, adagiata di traverso sulla pagina, mi confidò che iniziava ad avvertire un certo senso d’inutilità riferito non tanto a se stessa, quanto alla sua categoria. “Oramai ci usano solo per spuntare la lista della spesa” ebbe a lamentarsi “neanche più per un numero di telefono, per quello c’è il cellulare. Un tempo eravamo una protesi, un tutt’uno con chi ci adoperava al punto che - penna felice - o - buona penna - erano le metafore più ricorrenti per indicare il letterato capace. Oggi ci sono i file ... “ e pronunciando con un perfetto inglese la strana parola, ammutolì. Una mattina, però, il professore commise un errore che mi costò caro. Una imprecisione lessicale fu spazzata via sfregando a lungo, con il lato rosso di una perfida Pelikan, la mia tenera cuticola. Ancora avverto il bruciore dell’abrasione. E meno male che l’inchiostro se ne andò senza troppe storie. Era, per fortuna, un tipo poco resistente. Non oso pensare cosa sarebbe potuto accadere se fosse stato necessario il lato blu della medesima temuta gomma - che nel frattempo mi osservava con un ghigno inquietante.
Senza grossi sussulti, l’anno scolastico è davvero terminato. Prova tangibile ne sono le numerose firme apposte per rivendicare la paternità dei giudizi espressi e i lunghi tratti di penna sulle mie poche pagine inutilizzate. E ho partecipato, poco giorni or sono, allo scrutinio finale. A essere sincero, ne sono rimasto deluso. Pur apportando il mio indispensabile contributo, sono rimasto ai margini della scena. Tutta la riunione collegiale ha ruotato attorno a due strani personaggi: notebook e file. Che tipi! Non si sono neppure presentati. Il primo si dava un sacco di arie, tutto pieno di sé, mi ha rivolto solo qualche raro bip e uno sprezzante sfavillio di scritte e colori riflessi sulle lenti degli occhiali dell’atletico professore di Educazione fisica. Una continua, narcisistica ostentazione della sua molteplice natura: meccanica, elettrica e Dio solo sa cos’altro. I file non li ho neppure visti. Credo che siano una specie di entità metafisica. Gli insegnanti, in una sorta di trance mediatica, non facevano che evocarli ed essi, mi è sembrato di capire, si manifestano, in forma di testo scritto, tra le luci del notebook. Allora ho compreso l’apprensione e il senso di abbandono confidatimi dalla vecchia, cara penna a sfera. A pensarci bene la cosa preoccupa un po’ anche me. Contrariamente agli anni passati, ancora non si sono visti i registri novelli e l’altro giorno l’agente della Piaggesi, dopo i soliti untuosi saluti, ha iniziato a illustrare, col suo fare navigato, tutti i vantaggi del formato digitale. Non ci ho capito un accidente, ma sono sicuro di non essere stato l’unico. Avrei voluto farvi vedere lo sguardo dei presenti, tristemente smarrito tra cloud, file e link in rete. Nonostante tutto, è stato siglato un accordo. “Si vedrà, si vedrà” ripeteva al professore di Educazione fisica, ansioso di sapere come, nel nuovo formato, fossero riprodotte le formulazioni che io accoglievo in modo così chiaro (bontà loro, per carità!). “ Le riporteremo per quel che la tecnologia ci permette ma, capite bene, il nostro prodotto è venduto in tutta Italia e noi mica possiamo stare dietro a ogni singola richiesta. Pensate, in una scuola che ha acquistato il nostro registro, i docenti erano entusiasti di fare tutto il lavoro pigiando due soli tasti e riferendosi a due soli voci “. “ Ma, gli obiettivi, i sotto obiettivi, le competenze….dove sono? “ provava a replicare un disorientato docente, volgendo lo sguardo, in cerca d’aiuto, verso i colleghi e il Dirigente. Io mi divertivo a seguire il dialogo, di cui capivo ben poco - ma da cui traevo la certezza che la pensione mi avrebbe fatto bene, nonostante il fardello di punti interrogativi che si portava appresso su ciò che rimaneva della mia breve vita futura. Li lasciai lì a parlarsi come fra sordi e volai, col pensiero, fuori dalla finestra dove si adagiava uno splendido tramonto striato di rosa. Rimase di me, su un tavolo, un po’ discosto vicino a un portaombrelli, un mucchietto di fogli stropicciati e ricolmi di voti e annotazioni. Di vita almeno vissuta, potrei dire adesso con orgoglio, allontanandomi da quelle querule voci e posandomi adagio su una soffice nuvola, ma preferisco tacere e chiudere gli occhi.


24 02 2014  Io, Registro  è un racconto di ld