Non è certo con un romanzo di genere che Paolo di Stefano ha
voluto confrontarsi nella sua ultima opera, “Giallo d’Avola”. Nonostante il libro si autodichiari "giallo" sin
dal titolo e sia pubblicato da Sellerio nella stessa veste grafica dei romanzi
di Camilleri, sembra invece di trovarsi di fronte ad un'opera più complessa
nella cui elaborazione sono evidenti l'interesse storico e sociologico
dell'autore e il legame personale ed emotivo coi luoghi e il tempo della vicenda
reale narrata: la Sicilia degli anni cinquanta.
E' l'autore stesso a dirci, durante la presentazione (*), che la spinta
determinante ad occuparsene nasce dal desiderio di riconnettersi alla propria
infanzia, vissuta per i primi tre anni proprio ad Avola, paese d'origine della
propria famiglia e teatro della vicenda di "sangue" che coinvolse la
famiglia Gallo.
Paolo Di Stefano, allora bambino di pochi anni, ne sentì parlare a

lungo
genitori e parenti, anche dopo che la sua famiglia aveva lasciato la Sicilia
per la Svizzera: la conoscenza dei luoghi e dei protagonisti sollevava in casa
discussioni e prese di posizione contraddittorie giustificate da tentativi di
spiegazione e ipotesi destinate a restare a lungo prive di conferme. La lunga
storia processuale del "delitto" infatti, e il suo sorprendente
epilogo, costituiranno un precedente giudiziario tale da modificare la
giurisprudenza applicata in casi analoghi.
Nell'immediatezza il delitto fu un evento attorno al quale si aggrumarono, come
intorno ad altri "famosi" delitti di quel periodo, le suggestioni, le
curiosità, lo spaventato stupore di gente allora in gran parte semplice e
concreta, per la quale interrogarsi e prendere partito in queste vicende era
anche un modo di esorcizzare e accantonare la fatica e l'insicurezza di un
presente duro e in un paese in piena e tumultuosa trasformazione.
L'Italia era già incamminata sulla strada del "miracolo economico",
ma nella Sicilia del 1954 e anche in molte altre zone arretrate del paese, gli
strumenti linguistici e culturali in possesso della popolazione, ancora in gran
parte analfabeta, erano pochi e legati a forme arcaiche e rituali di lettura
del mondo. In più i fatti avvennero e furono elaborati all'interno di un
contesto, quello siciliano, connotato da modalità relazionali e gerarchie di
valori in base alle quali tacere, mentire o confondere poteva essere più
semplice e meno rischioso che raccontare il vero.
La vicenda viene raccontata in forma di romanzo dopo un lunga fase di ricerca
dell'autore (iniziata nel 2001) dentro la considerevole mole di documentazione
(processuale, giornalistica e testimoniale) prodotta nei sette anni attraverso
cui si andò svolgendo ed oltre.
Lo sguardo dell'autore, pur estremamente attento e analitico nel mostrarci un
quadro in cui ogni personaggio principale o secondario e perfino ogni comparsa
trovano il loro ruolo in equilibrio con gli altri, sembra scomparire in un'
impersonalità che lascia tutto lo spazio alla forza degli eventi e dei
personaggi che li animano.
Ma questo, il trascinarci dentro una storia come se fossimo lì, in un altro
tempo e in altri luoghi dal nostro, è proprio il grande merito di una scrittura
sapiente, come è certamente quella dell'autore, che inoltre riesce a raccontare
tirando fuori tutta la sua atavica sicilianità dalla quale, in realtà, si è
precocemente distaccato nella sua vita trascorsa in un contesto culturale
completamente diverso da quello d'origine.
Ne sono testimonianza i tratti fortemente siciliani della lingua utilizzata
nella narrazione, dove si mescolano con naturalezza le varie "lingue"
(dialetto, italiano dialettale, forme ibride) con le quali si esprimono
personaggi a volte assai distanti culturalmente tra loro, e che si colgono
anche nella sintassi delle frasi e nel modo di osservare e descrivere. C'è da rilevare come sempre più di frequente la letteratura prenda a prestito
storie reali per raccontare, attraverso di esse, la verità di una condizione
umana che gli eventi nudi da soli non possono restituirci.
C'è nel gesto dell'indagare e narrare ciò che è davvero accaduto, immaginando e
descrivendo ciò che non si è potuto vedere, qualcosa capace di renderci
partecipi di eventi da cui in realtà siamo e resteremo lontani: c'è quasi da
chiedersi se la realtà più che essere l'arida cronaca quotidiana dei fatti e
dei gesti, non sia invece nei pensieri che li accompagnano, li spiegano o li
suscitano restando spesso oscuri. Presupposto del successo di questa azione narrativa è l'uso consapevole della
lingua, strumento che, prima che per raccontare, è indispensabile usare per
comprendere, per "entrare" dentro una storia che è davvero accaduta e
che vogliamo indagare e interrogare. Paolo Di Stefano ci mostra in questo libro di possedere la "lingua"
per comprendere e raccontare, quella che gli ha consentito di condurci, in
poche pagine, dentro il dramma che si consumò in una ruvida e montuosa contrada
della Sicilia meridionale dell'ottobre del 1954 trascinando nella tempesta le
vite dei suoi protagonisti.
di Maria Teresa Rosini
( * ) Paolo Di Stefano ha parlato del suo libro"Giallo
d'Avola" sabato pomeriggio 7 dicembre 2013 all’Auditorium comunale di San
Benedetto del Tronto conversando con Ettore Picardi. L'evento è stato
organizzato dall'Associazione "I luoghi della Scrittura" in
collaborazione con la Libreria "La Bibliofila".