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martedì 21 gennaio 2014

Carlo Bo di Giorgio Tabanelli

Carlo Bo (Sestri Levante, 25 gennaio 1911) nei primi anni Trenta, nel clima incipiente della dittatura fascista, giunto a Firenze per conoscere Giovanni Papini (il maggiore scrittore del tempo), iscrittosi alla Facoltà di Lettere di Piazza San Marco, conosce Piero Bargellini il quale comprende subito le sue qualità umane e letterarie e lo indirizza verso la critica letteraria  ...... >>>>>>>>SEGUE   
 di Giorgio Tabanelli

domenica 5 gennaio 2014

Giallo d' Avola di Paolo di Stefano



Non è certo con un romanzo di genere che Paolo di Stefano ha voluto confrontarsi nella sua ultima opera, “Giallo d’Avola”.
Nonostante il libro si autodichiari "giallo" sin dal titolo e siapubblicato da Sellerio nella stessa veste grafica dei romanzi di Camilleri, sembra invece di trovarsi di fronte ad un'opera più complessa nella cui elaborazione sono evidenti l'interesse storico e sociologico dell'autore e il legame personale ed emotivo coi luoghi e il tempo della vicenda reale narrata: la Sicilia degli anni cinquanta .>>>>>>SEGUE


di Maria Teresa Rosini

venerdì 22 novembre 2013

Pinocchio in giro per il mondo






La prima volta che lessi la fiaba di Pinocchio avevo circa sette anni: le avventure del burattino che, alla fine, diventa un bambino in carne ed ossa mi entusiasmarono e commossero, per quanto Pinocchio non occupò mai un posto speciale nel mio cuore e non diventò una delle mie fiabe preferite. Il motivo sta forse nel fatto che la mia condotta di bambina ubbidiente e diligente mi ha sempre fatto prendere un po’ le distanze dal carattere ribelle del burattino di legno in cui, ovviamente, mi è stato piuttosto difficile identificarmi. Ho sempre preferito, infatti, le fiabe di Cenerentola, Biancaneve e la Bella Addormentata nel bosco, per citare le più celebri, mentre persino Cappuccetto Rosso, per esempio, che si caccia nei guai per non aver ascoltato i consigli della mamma, non ha mai suscitato, al pari di Pinocchio, la mia particolare simpatia. Eppure, con il passare del tempo, non ho solo imparato ad apprezzare sempre di più questa storia avvincente e appassionante, ma ne ho scoperto vari aspetti nuovi ed interessanti.       >>>>>> SEGUE

di Elvira Apone 

domenica 6 ottobre 2013

IL PAESAGGIO LEOPARDIANO: DA RECANATI ALL’INFINITO



Ci sono luoghi da cui l’arte è riuscita a trarre ispirazione e che, a sua volta, ha reso immortali.
Un caso rappresentativo è costituito dalla poesia di Giacomo Leopardi, in cui spesso ricorrono immagini di Recanati, dove egli nacque e visse per diversi anni. Leopardi provava una sorta di amore-odio nei confronti del suo paese natale, per quel “natio borgo selvaggio” in cui era costretto a vivere “intra una gente zotica, vil”, da cui si sentiva odiato ed evitato. Così, infatti, descrive nella lirica “Le ricordanze” il rapporto difficile e tormentato con i suoi compaesani, anche se, pochi versi prima, aveva espresso tutto il dolce piacere che gli procurava la visione “di quel lontano mar, quei monti azzurri” che, ancora oggi, si dispiegano allo sguardo del visitatore che li osserva, come faceva il Leopardi, dall’alto del colle su cui sorge Recanati. È l’incantevole paesaggio
marchigiano del mare Adriatico da un lato, a circa dieci chilometri a est di Recanati, e quello dei monti Sibillini dall’altro, un paesaggio che non poteva non colpire l’immaginazione del poeta, stimolarne la fantasia, il sogno, il desiderio di poterlo esplorare, e non solo con la mente: “che varcare un giorno io mi pensava”.
Il territorio marchigiano, così straordinariamente variegato e ricco di contrasti, ritorna prepotente anche in un’altra celebre lirica del Leopardi, “A Silvia”, dedicata a Teresa Fattorini, la donna che il poeta amò e che morì giovanissima. Anche qui il Leopardi ricorda quando, ascoltando “Silvia” cantare e tessere, ammirava “il ciel sereno, le vie dorate e gli orti, e quinci il mar da lungi e quindi il monte”.

L’abitazione di “Silvia”, una lunga costruzione in parte adibita a scuderia e in parte abitata dalla famiglia Fattorini, si può tutt’oggi osservare nella parte orientale della piazzetta antistante al palazzo Leopardi, la casa natale del poeta, in cui attualmente risiedono i suoi discendenti. Il palazzo venne ristrutturato nel suo aspetto attuale intorno alla metà del XVIII secolo; la biblioteca, oggi visitabile, contiene oltre 20000
volumi raccolti dal conte Monaldo, il padre del poeta. La biblioteca era un luogo quasi sacro al Leopardi che sempre in “A Silvia” rievoca il tempo che dedicava agli “studi leggiadri” e alle “ sudate carte”. Sulla stessa piazza si trova anche la chiesa di Santa Maria in Montemorello del XVI secolo, dove il poeta fu battezzato.
Anche la piazza, però, è stata immortalata dal Leopardi in un’altra sua famosa lirica: “Il sabato del villaggio”, in cui ci fa rivivere tutta l’atmosfera festosa, a lui estranea, creata dalle grida dei bambini che si rincorrono “su la piazzuola in frotta, e qua e là saltando, fanno un lieto romore”. Ma ancora altri personaggi animano questa piazzetta e il resto del paese la sera del sabato: “la vecchierella”, seduta con le vicine “ su la scala a filar” e a ricordare la sua giovinezza, “la donzelletta”, che al tramonto ritorna dalla vicina campagna
con una “ mazzolin di rose e di viole”, il contadino, che rientra “ alla sua parca mensa, fischiando”, il falegname, che si affretta a finire il suo lavoro “ nella chiusa bottega” prima che giunga l’alba.
Vario è l’universo dei personaggi che affollano la poesia del Leopardi, gente semplice, umile, che viveva nella Recanati del suo tempo in case modeste dedicandosi, con quell’operosità tutta marchigiana, allo svolgimento delle attività quotidiane. E poi c’è la natura, la campagna marchigiana in tutte le sue forme, a fare da sfondo a questo universo: ” il canto della rana rimota alla campagna”, “ la lucciola” che “errava appo le siepi e in su l’aiuole”, “ i viali odorati, ed i cipressi” nelle Ricordanze; “ la gallinella” che
“ l’ale battendo esulta”, il canto “degli augelli” e “ le ridenti piagge”, e poi il lago “di taciturne piante incoronato”, sulla cui sponda il poeta si sedeva abbandonandosi ai suoi tristi pensieri, come racconta nella lirica “La vita solitaria”. Qui siamo un po’ fuori da Recanati, esattamente nella contrada San Leopardo, dove tra la fine del '700 e l'inizio dell'800 venne fatta costruire dalla famiglia Leopardi una casa colonica, in cui la famiglia spesso si trasferiva durante l’estate.
E pure nella poesia “La quiete dopo la tempesta” emerge, in tutta la sua interezza, un paesaggio umano e geografico di straordinaria intensità, un paesaggio che diventa anche emotivo perché rappresenta la calma, la serenità, seppure momentanea, dopo il dolore e la sofferenza. Il fiume Potenza, che scorre nella vallata tra Recanati e Macerata, appare “chiaro nella valle”, mentre il cielo è tornato sereno; l’artigiano si riaffaccia sull’uscio della sua bottega, la ragazza esce a raccogliere un po’ di acqua piovana, l’ortolano ritorna in strada a vendere i suoi prodotti e il viandante si rimette in cammino sul suo carro.
Spesso, però, sono anche piccoli accenni quelli del Leopardi, particolari che sembrano entrare quasi casualmente nel mondo che prende forma attraverso la sua poesia. Come, ad esempio, la torre visibile nel cortile del chiostro della chiesa di Sant’Agostino, risalente al XIII secolo, la cui cuspide fu decapitata da un fulmine nella metà del XIX secolo, e che il Leopardi
ha reso celebre nella lirica “Il passero solitario”: “ D’in su la vetta della torre antica, passero solitario, alla campagna cantando vai finché non more il giorno”; oppure, la “torre del borgo”, che compare sempre nelle Ricordanze, e che si riferisce alla torre medievale del palazzo comunale, che si erge nell’ampia piazza centrale di Recanati, oggi dedicata al poeta.
Tuttavia, c’è, e domina sempre ogni cosa, una tensione verso l’ineffabile, l’inafferrabile, forse proprio perché Recanati stava stretta al poeta, o comunque perché questo piccolo borgo, incastonato nell’entroterra marchigiano, non poteva rappresentare tutto l’universo leopardiano, non poteva esaurire quella ricerca dell’infinito che animò il Leopardi sin dalla sua giovane età.
Così quel colle, il monte Tabor, che tutt’oggi possiamo osservare, quella collina meta delle passeggiate del poeta, cui accedeva direttamente dal giardino della sua casa, passando per l’orto del vicino convento di Santo Stefano, è diventato per lui e per noi tutti “ il colle dell’Infinito”. È lo stesso colle da cui il poeta, come scrive anche nella poesia “Alla luna”, composta nello stesso anno dell’Infinito, ammirava quel cerchio luminoso con gli occhi colmi di pianto, ma nell’Infinito diviene lo stimolo, il punto di partenza verso una dimensione sovrannaturale, che il poeta riesce a creare immaginando ciò che non vede perché la siepe glielo impedisce: “dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.
Questo colle solitario è rifugio e consolazione dell’anima, però è anche luogo geografico, fisico e tangibile, dal quale il poeta riesce a proiettarsi in un mondo fatto di “interminabili spazi”, di “sovrumani silenzi” e di “profondissima quiete, forse solo apparentemente irreale, perché in effetti nasce dalla sua esperienza concreta, dalla sua visione della realtà circostante. Mi piace pensare, infatti, che gli “interminabili spazi” siano anche il frutto delle sue contemplazioni del panorama offerto dal susseguirsi delle verdi colline marchigiane che circondano Recanati, e che i “ sovrumani silenzi” e la “profondissima quiete” siano quelli dei campi arati che si alternano a quelle dolci colline, dove di giorno i contadini coltivavano la terra immersi in un mesto e operoso silenzio e di notte, vinti dalla stanchezza, si abbandonavano a un sonno profondo, mentre il poeta rimaneva per ore ad ammirare il cielo rischiarato dal tenue bagliore della luna e delle stelle: “Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna?”; “Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea tornare ancor per uso a contemplarvi sul paterno giardino scintillanti.”
Così, quelle “cittadine infauste mura”, come lo stesso Leopardi le ha definite, racchiudono e custodiranno per sempre questi luoghi divenuti ormai anche per noi familiari, quasi intimi, ma che, al tempo stesso, grazie al genio di un poeta che ha saputo riplasmarli, sono stati accarezzati dallo spirito dell’eternità, che su di loro si è posato, per non abbandonarli mai più.

IL PAESAGGIO LEOPARDIANO: DA RECANATI ALL’INFINITO
di  Elvira Apone 

sabato 14 settembre 2013

Il romanzo tra realtà e invenzione letteraria : intervista a Paolo Di Paolo autore di Mandami tanta vita



Paolo Di Paolo appartiene a quella categoria di scrittori dei quali riescono ad entusiasmarci non solo le opere ma tutto il loro essere persona: l’argomentare che cattura e mantiene l’attenzione, la capacità comunicativa, l’umiltà nel voler condividere idee e riflessioni, l’ascolto, la passione e il profondo radicamento a ciò che si è e a ciò che si fa. Tutto ciò che insomma rende reale e priva di qualunque orpello narcisistico la comunicazione tra scrittore e lettori, che fa in modo che possano incontrarsi davvero. E trovare tutto questo in uno scrittore così giovane riempie di entusiasmo.
Parliamo allora con lui del romanzo, non solo di quello che Di Paolo ha scritto, ma del “romanzo” come forma di espressione complessa, dei vari modi in cui l’autore si coniuga  con la materia concreta del suo scrivere, del rapporto tra finzione e realtà, del perché alcune storie rischiano di sembrarci improbabili o disturbanti lasciandoci, alla fine, indifferenti,  altre finiscono per travolgerci e riuscendo nel difficilissimo compito di non lasciarci più gli stessi dopo la loro lettura.
  1. Mi sembra che il tuo romanzo su Gobetti si possa inserire in un filone della narrativa contemporanea che costruisce “storie” prendendo l’avvio da persone reali, del passato o della cronaca del presente.  Rielaborandone le vicende pubbliche documentate e facendosene in qualche modo “attraversare”, lo scrittore ne esplora la dimensione più emotiva e privata e usa la scrittura per comunicarla. Nel suo sorprendente saggio “Fame di realtà”, David Shields, riferendosi soprattutto alla letteratura anglossassone,  parla del rapporto tra finzione e realtà nel romanzo e afferma la presenza di segnali (in scrittori come Sebald e Naipaul) di “un ritorno postmodernista alle radici del romanzo in quanto forma essenzialmente meticcia, in cui il materiale “autentico” viene ordinato, immaginato, modellato come “invenzione letteraria”.  Ti chiedo se sei d’accordo e cosa ne pensi anche in relazione alle letterature contemporanee di paesi diversi?

Sono stato influenzato molto dal lavoro di scrittori non solo italiani che, negli ultimi anni, hanno mescolato "vissuto" autentico e invenzione romanzesca. Sebald, certo (si nota sempre più il segno che ha lasciato leggendo libri appunto ibridi, peregrinazioni tra saggio e romanzo, racconti "sulle tracce"), ma anche – per quel che mi riguarda – Uwe Timm (penso a "L'amico e lo straniero" in particolare, ma anche a "Come mio fratello"), Jean Echenoz ("Ravel", "Lampi") o autori italiani come Trevi ("Senza verso", "Qualcosa di scritto") e Sebaste ("H.P. L'ultimo autista di Lady Diana"). In tutti questi casi, il tema dell'autenticità del racconto, di un racconto in genere – anche quando non esplicito – è centrale. Ed è centrale per me, lo è stato fin dalle prime cose che ho scritto: uno dei primi, e più autobiografici, libri si chiamava "Come un'isola" (2006): cercavo di orientarmi, a posteriori, nella vita di una mia insegnante di liceo morta prematuramente. Ciò che ne restava era l'immagine troppo parziale di lei appunto dietro una cattedra. E tutto il resto? Fra documenti e fotografie ho scoperto un'altra vita, un'altra "D." - così per tutto il libro la nomino non nominandola. Ma un'esistenza, come diceva Tabucchi, non è in ordine alfabetico, è fatta di briciole e il problema, appunto, è "raccoglierle dopo". Con tutto il rischio di fraintendimenti e di errori che questo gesto comporta. Maneggio con imbarazzo e difficoltà l'invenzione pura, e lo riconosco come un limite: forse proprio l'ansia di allontanarmi dall'autentico mi ha tenuto nei pressi di una scrittura intesa anche come archiviazione della memoria (la mia e l'altrui). 

  1. Che relazione c’è nel tuo romanzo tra il lavoro di documentazione su Gobetti, che credo sia stato molto meticoloso, e la tua “libertà” di riempire i “buchi” del suo privato con la tua scrittura, le tue emozioni e sensazioni, la tua visione retrospettiva di un tempo e un contesto così lontani? Hai  mai avuto la sensazione di una tua forzatura, o di aver oltrepassato un confine nel raccontare la sua dimensione umana privata?

La sensazione di una forzatura l'ho avuta a ogni pagina. È come violare quel "no trespassing" che si legge in "Quarto potere" di Welles: il confine del privato, e in questo caso della verità storica di un privato. Tra le ipotesi iniziali, c'era anche quella di un saggio narrativo, ma poi mi sono chiesto se non rischiasse di essere solo l'ennesima voce di una già ampia bibliografia su Gobetti. Volevo invece che la sua storia – la storia di Piero, prima che di Gobetti – arrivasse ai lettori di un romanzo. Dovevo quindi passare per la narrazione di un vissuto emotivo, provare a ricostruirlo, a dedurlo, a scavare nei documenti. Qualcuno mi ha rimproverato che, più di un romanzo di idee, questo è appunto un romanzo di sentimenti. Può darsi che sia un difetto, ma le mie intenzioni portavano lì. 

  1. Ti sei mai chiesto cosa penserebbe Gobetti del tuo romanzo?

                Non riesco a pensarci. 

4.      Dopo decenni di sostanziale assenza nel nostro paese di intellettuali “militanti”, nel senso di voci della cultura che denunciano e tentano di spiegare e far comprendere il presente con il genere di passione civile che connotava il lavoro di Gobetti, c’è più nostalgia o rinuncia nei confronti di figure così umanamente e culturalmente autorevoli nella società attuale? E’ forse la complessità del mondo presente e la “babele” di voci che si sovrappongono e si confondono nei discorsi pubblici, a rendere difficoltosa oggi la presenza e l’emergere di queste figure? Oppure queste figure esistono ma la loro voce si disperde nel caos di tanti discorsi autoreferenziali di chiunque pretende di sentirsi portatore di verità?

Prima di tutto c'è una questione di acustica. È più difficile sentire nettamente alcune voci, perché si sono appunto moltiplicate quelle che hanno accesso a un uditorio pubblico. Si sono moltiplicate e confuse. Gobetti, come tutti gli intellettuali del Novecento, non parlava a molti; parlava comunque a pochi – a quelle che si chiamavano élites – ma l'effetto del suo agire era più visibile, più netto, probabilmente più incisivo. Il  paesaggio è completamente mutato: nella confusione prodotta dai media, dai social network – dove ogni opinione vale, o sembra valere, un'altra – è più difficile distinguere e distinguersi. Soprattutto, il rischio è che emergano – a sfavore di quelle più profonde e autorevoli – quelle più chiassose, violente (ai limiti del plagio collettivo), superficiali. 

5.      Credo che la caratteristica principale dell’impegno di Gobetti sia l’assoluta
autenticità e gratuità del suo lavoro, la capacità di impegnarsi per ciò in cui si crede con completo disinteresse personale. Oggi invece ci si impegna in vista di carriere, di opportunità, di interessi personali. Importa meno ciò in cui si crede (o non si “crede” semplicemente a niente) rispetto a ciò che ci si propone di raggiungere in termini pratico-materiali?  Rispetto a questo ritieni che la stagione dei movimenti e dell’impegno tra la seconda metà degli anni 60 e gli anni 70 abbia avuto le caratteristiche dell’autenticità e della assoluta gratuità dell’impegno che connotarono la vita di Gobetti?

Non è facile dare un giudizio. Non ho vissuto quella stagione, e mi attengo al racconto dei testimoni e degli storici. Mi sembra senz'altro evidente che tanto slancio, tanto "idealismo", dopo quella stagione, non si siano più visti. È iniziata poi una pioggia di disincanto, un tempo in cui la battaglia delle idee ha risentito molto di derive populiste, ciniche, di grettezza, di pigrizia mentale. Detto questo, è importante non generalizzare: ho avuto modo di incrociare in giro per l'Italia moltissime persone impegnate e appassionate. 


6.      In un’epoca di sostanziale disimpegno dei giovani nei confronti della politica, quanto la vicenda di Gobetti che racconti può contribuire a smuovere la riserva inutilizzata di energie positive di cui sono certamente portatori? Forse ciò che manca è un obiettivo concretamente definibile e percepibile, una “prospettiva” sul futuro?

La frase di Gobetti "restare politici nel tramonto della politica" mi sembra un monito importante anche per il nostro presente. Io stesso appartengo alla generazione che, molto più delle precedenti, ha faticato a immaginare il futuro, a non sentirlo ostile. Abbiamo molte attenuanti ma anche diverse responsabilità. La vicenda di Piero Gobetti ci chiede di rispondere a una domanda molto precisa: quanta energia siamo disposti a spendere, eventualmente a sprecare, per non essere passivi nel tempo di cui siamo ospiti? E se questo tempo è ingrato (come forse, in parte, lo è ogni epoca) come si può e si deve contribuire, per non essere complici del peggio o indifferenti?

di Rosini Maria Teresa
 

giovedì 7 luglio 2011

Cultura al servizio dell’uomo o uomo al servizio della “cultura”?

di Maria Teresa Rosini

A centocinquant’anni dall’Unità d’Italia è ancora di estrema attualità il discorso sul rapporto tra gli italiani e la “cultura”. Quel “fare gli italiani”, che D’Azeglio suggeriva non immaginando che fosse un’ operazione così lunga e laboriosa, aveva molto a che vedere coll’idea che potesse essere la cultura, la conoscenza, a fare da collante ad un popolo che unito non era stato mai.

Oggi la “questione culturale” italiana è ancora tema di discussione dopo aver attraversato un secolo denso di conflitti che, appunto sul piano della cultura, oltre che delle ideologie, si sono dispiegati e poi miseramente aggrovigliati perdendo la consistenza di ogni riferimento.

E di “decadenza culturale” contemporanea quindi si parla ancora: italiani ignoranti e supponenti, pigri lettori, cittadini poco informati, teledipendenti e sostanzialmente indifferenti alle sorti della comunità nazionale oltreché ancora pericolosamente inclini all’individualismo e ad una concezione disinvolta del principo di legalità. Si parla ma, oltre alle parole, sono le statistiche e i sondaggi che, al di là di impercettibili oscillazioni, non lasciano spazio a illusioni.

Tutto questo in una fase in cui le nuove tecnologie della comunicazione, veicoli straordinari e impensabili fino a non molto tempo fa di conoscenza e informazione, si sono inserite nella vita degli italiani che le utilizzano però su un vuoto di riferimenti identitari dovuto ad una sostanziale inconsapevolezza del percorso che la conoscenza, la cultura occidentale e quella nazionale, hanno compiuto nei secoli che hanno preceduto l’attuale.

La nostra scuola pubblica infatti, deputata istituzionalmente a questo compito ma mai fatta oggetto di adeguato sostegno nei processi di innovazione, non è ancora riuscita a liberarsi completamente, dopo oltre un secolo, dai suoi “peccati originali” (pedanteria, nozionismo e rigidità), eternando, nei suoi versanti peggiori, la funzione borghese di selezione classista per cui era nata: articolare il percorso di formazione secondo modalità di conoscenza affastellate disorganicamente su retorica, tradizione e programmi sempre in affanno alla rincorsa della contemporaneità (le eccezioni, per fortuna, ci sono sempre), ha condotto gli italiani all’elaborazione di una concezione del “sapere”, (quello non immediatamente spendibile per lavoro o per fini pratici), come operazione noiosa, inutile e del tutto al di fuori della vita reale.

E, fatto ben più grave, una buona parte dei più giovani sembra oggi condividere se non razionalmente, almeno emotivamente, tale idea.

Tutto quello che di vitale, progettuale, creativo, contestualizzabile e inclusivo c’è nell’ idea di “sapere” è stato accuratamente trascurato per incuria e ignoranza o per deliberata scelta potremmo sospettare, considerate le sempre scarse risorse economiche sulle quali la scuola ha potuto contare, condizionando pesantemente l’attuazione coerente di ogni elaborazione, slancio, progresso e innovazione del processo di insegnamento-apprendimento, che pure ci sono stati.

Eppure il nostro paese vanta e ha vantato élite culturali di prim’ordine che hanno camminato però su binari sempre più divaricati rispetto a quelli di una popolazione priva degli strumenti più elementari ai fini di una elaborazione della realtà in cui erano immersi. Il legame, fondamentale per il progresso di un popolo, tra istruzione pubblica e condivisione del sapere da un lato, e classe intellettuale ed elaborazione della cultura dall’altro, nel nostro paese non si è mai davvero instaurato.

In uno snobismo reciproco e simmetrico gli intellettuali, o una parte di essi, hanno rifiutato e rifiutano l’idea che la “casalinga di Voghera”, o l’impiegato di Canicattì (ma anche la maestra di Legnago) possano mai voler leggere e poter comprendere (al di fuori dei loro pregressi obblighi scolastici) Dante, Leopardi, Pasolini o Eco; a loro volta costoro sono portati allo scherno o ad una svogliata e superiore condiscendenza (“la cultura non si mangia”) verso chi rischia di apparire ai loro occhi come assolutamente incapace di “sporcarsi le mani” con realtà molto più prosaiche e “plebee” di un libro. Pregiudizi reciproci facilmente smascherabili, ma radicati in un comune sentire, in un senso di appartenenza che riveste di diffidenza paure reciproche, reciproci fraintendimenti.

Questa divaricazione tende a riprodursi all’infinito nonostante la molteplicità delle iniziative che nel campo della cultura vengono continuamente messe in atto.

Un progetto culturale autentico, che si tratti di musica, arti figurative, poesia, letteratura, storia, filosofia o scienza richiede il lavoro intellettuale di molte persone qualificate, capacità organizzative, risorse finanziarie…ma quanta parte di tutto questo riesce ad incidere sulle vite concrete di milioni di italiani, chi e quanti sono coloro che di questo lavoro prezioso riescono a giovarsi in termini di maggiore conoscenza, maggiore consapevolezza, affinamento ed elevazione della propria mente e del proprio mondo emotivo?

La risposta è scontata: una gran parte delle persone resta al di fuori di questa virtuosa circolazione di conoscenza, saperi, sensibilità, riflessione sulla condizione umana che è ed è stata sempre lasciata alle scelte, alla iniziativa dei singoli individui.

Ma è proprio questa parte della nazione, la cui dimensione non può suscitare indifferenza, che lasciata ai margini della vita culturale, è in grado però di “spostare”, in una molteplicità di occasioni e situazioni, vari “aghi della bilancia” in una direzione o nell’altra.

Dato che un prodotto culturale dovrebbe portare sempre con sé, se è frutto di ricerca autentica e autentica comunicazione, un connotato di comprensione ed emancipazione per chi ne fruisce, è questa dimenticata porzione di pubblico, irretita da pregiudizi, prigioniera di barriere invisibili o assorbita da talk e reality show spesso demenziali e circuita da un “potere” che la vuole folla manovrabile e impotente, che occorrerebbe contribuire a coinvolgere.

Si registra invece una tendenza per la quale una parte non trascurabile degli eventi e delle manifestazioni culturali che vengono progettate e attuate, sembra rispondere, al di là del valore dei contenuti che esprime, più alle esigenze autocelebrative e agli autocompiacimenti di una certa classe intellettuale o politica in cerca di consensi, che ai bisogni di conoscenza e comprensione della gran parte dei loro fruitori, assorbendo risorse spesso in misura inversamente proporzionale alle ricadute.

La crescita culturale non solo di singoli individui ma dell’intera comunità nazionale, a cui si richiamano spesso le retoriche dichiarazioni di intenti dei politici, richiederebbe invece, per non restare mero esercizio di pensiero, un ripensamento complessivo e l’elaborazione di nuove modalità di coinvolgimento nella circolazione del sapere e della conoscenza.

E coloro che affermano di volervi concorrere dovrebbero con coraggio contribuire ad abbattere pregiudizi e reciproche diffidenze, a spalancare porte aristocraticamente sbarrate, ad assumere la responsabilità di privilegiare progetti dedicati all’inclusione di un sempre più consistente numero di fruitori di cultura e conoscenza, di informazione e consapevolezza della realtà.

Si avverte insomma la necessità di una nuova concezione della cultura: non più oggetto di “mistiche” manifestazioni di una classe rigorosamente selezionata, nonché esigua, di “sacerdoti”, piuttosto “mensa” aperta ai bisogni, spesso anche inconsapevoli, di persone in carne ed ossa che nella complessità del mondo contemporaneo hanno urgente bisogno di elaborare strumenti di lettura e stimoli alla riflessione all’interno di una dimensione gratuita e comunitaria della conoscenza.

San Benedetto del Tronto 3 luglio 2011 pubblicato su Marche Cultura:

http://cultura.dellemarche.it/001687_cultura-al-servizio-delluomo-o-uomo-al-servizio-della-cultura/

domenica 6 marzo 2011

Carlo Bo ed il mestiere del lettore


di  Lucidi Alceo

Caro Filippo tu oggi mi chiedi di parlare di Carlo Bo, nel centenario della sua nascita e nel clima di celebrazioni che ha avuto inizio per ricordare la sua figura intellettuale, ed io accetto di buon grado questo tuo invito. Mi chiedi di esplorare il suo rapporto con la lettura e di certo debbo scendere in un discorso che si addensa negli angoli riposti della mia anima, che trova una luce di consolazione ed un riscontro spirituale in un diretto, coinvolgente, sentito e mai concluso rapporto di costruzione di senso con le mie letture, con una dimensione particolare di lettura. E’ quell’esercizio severo ma stimolante che chiama in causa principalmente la nostra vera natura spirituale, il nostro essere veramente lettori solo alla luce fortificante e sorprendente delle parole, per così dire sprovviste di quella parte di caducità, di meccanica ridondanza, di schematicità di pensiero e di uso a cui una letteratura leggera, consumistica, standardizzata vorrebbe abituarci, sensualmente assuefarci.

Non è facile spiegarlo anche perché il discorso rischia di farsi così complesso da sfuggire alle nostre stesse suggestioni o ad un orizzonte di senso in grado di racchiuderlo nella mia limitata, stentata riflessione, ai nostri stessi gusti spesso sforzati o malamente educati.
Bisognerebbe qui sgombrare il campo da ogni equivoco, da ogni fuorviante generalizzazione e puntare invece sul fatto che per Bo la lettura fu sempre strettamente collegata alla sua opera di critico letterario, di pensatore, più in generale di scrittore. Né avrebbe potuto essere diversamente dato il contesto culturale ed intellettuale in cui si formò: quella Firenze degli anni ’30 del secolo scorso, unico vero avanposto di rinnovamento letterario in Italia, attorno a riviste, caffè, librerie ed un’editoria progressista, Vallecchi in primis, che favorì un confronto costruttivo e per certi versi una contaminazione tra aspirazioni e sensibilità di letterati, i quali, pur partendo da formazioni diverse, si rivolsero verso una visione ampia, libera e riformatrice dei processi culturali nel loro essere critici ed autori assieme. Facendo della letteratura un credo artistico ed un ancora di salvezza, il crocevia di valori umanistici contro la disumanità del potere e della dittatura fascista.
Bisognerebbe poi inquadrare il reale bisogno di lettura di Bo, il suo modo di viverla e prima ancora di concepirla, fedele nel tempo e assimilata ad uno stile di vita, ad un parametro di misurazione del vero, nella sua dimensione di scoperta, come “strumento di conoscenza” e di “approfondimento spirituale ed intellettuale”, come ebbe modo di dire tante volte e come avrebbe sempre professato, dandone una tangibile prova nel desiderio irriducibile di una esistenza praticamente riportata e confrontata con la lettura, all’insegna dei libri. E’ quell’ “io ho letto la mia vita, non l’ho vissuta” che ne fa la cifra ideale di un atto che procede ben oltre la memoria di un testo, ossia lo stato di adesioni emotivamente immediate, di suggestioni superficiali ed esteriori, di adattamenti al tempo, di riduzioni in un terreno di speculazioni ideologiche o divagazioni retoriche o ancora di sterili polemiche suggerite più da un incondizionato pregiudizio che non da un attento giudizio. Non è lì che va cercato il Bo lettore, ma in una facoltà di intuizione spirituale più aperta ed anzi decisamente vibrante ai suggerimenti dell’animo, mossa da un moto ricorrente, interiore, umile perché continuamente ricercato nel silenzio, sempre alluso e mai ostentato, con al proprio centro l’altro libro, il libro primo, di natura “perpetua”, che si affianca a quello letto, “ovvero quel patrimonio di nozioni scontate dentro di noi, […] e che ci deve servire di controllo, come materia di confronto, la prima materia di apparizione”.

 Un lavoro sulla parola durevole, dunque, la lettura, un serrato ed impegnativo travaglio di attese, silenzi, interrogazioni spirituali, nel dialogo incessante tra la propria interiorità e quella dello scrittore con manifestazioni ed effetti di lunga durata e ben successivi alla semplice presa di visione di un testo o ad una scontata temporalità. Il gioco di parte attiva e rispondente del lettore nell’interpretazione di un testo, nella sua libertà di movimento all’interno di esso crea una circolarità di interessi e di vicinanze di pensiero e sentimenti che prolungano la lettura, le attribuiscono una dignità superiore, uno statuto di appropriatezza conoscitiva, e soprattutto una sua “algebra”, un suo “alfabeto”, vale a dire una lingua riconoscibile solo a patto di entrare tra le pieghe di un libro, di ricostruirne la rete di rimandi e di sensi sottesi, di coglierlo in controluce, di aggiungerlo ad una sorta di diario interiore con il quale leggiamo criticamente gli eventi e superiamo la nostra condizione materiale, dandole un respiro, un senso di compartecipazione alle problematiche umane di fondo, una memoria del tempo sicuramente più ampi e validi.
In questi termini la lettura diviene una sorta di educazione, attenta e prolungata, lo specchio delle nostre vicende e trasformazioni dell’animo, una misura di paragone sicura. Non è cosa di poco conto né che possa consumarsi in una fuggevole sensazione, piuttosto un processo lento, irreversibile, ripreso ad ogni nuova esperienza con il testo. Un lettore non finisce mai di esserlo e quel suo gesto di entrare a contatto con il libro è un modo per gratificare la propria esistenza, insomma per amplificarne la portata ed il senso, per farne la parte migliore dell’esistenza stessa: da qui il titolo del suo saggio “Letteratura come vita” del 1938, non a caso (ri)conosciuto come l’opera di riferimento di Carlo Bo e del movimento ermetico, additato come il migliore concentrato della visione estetica del letterato.
A fare da sfondo al modo di concepire la lettura di Bo, gli autori più amati, quelli della grande letteratura spiritualista francese della prima metà del XX secolo e più volte richiamati nei suoi scritti: da Gide a Rivière, da Sainte-Beuve ad Alain Fornier che cito solo di sfuggita qui ma dei quali raccomando ad ogni modo un approfondimento.
Vorrei però solo segnalare il caso di André Gide, un autore sviante, fuggevole, controverso, laicamente intransigente quanti altri mai eppure capace di dare un’idea lampante del senso vivo, partecipato della lettura concepito da Bo, riportandomi proprio alle parole usate dal critico per illustrare il carattere innovativo del metodo di Gide. E’ il modo migliore secondo me per onorare un uomo, la cui imponente figura intellettuale mi ha sempre trasmesso un senso di timore reverenziale (non ho mai avuto il coraggio di incontrarlo anche se ho frequentato la sua Università e lo sento vicino a me ogni giorno come figura di paterno conforto), così come Fabrizio De André visse artisticamente nell’eterna suggestione del maestro Georges Brassens.
“Leggere non significa trovare delle conferme anzi serve soltanto ad educare, quindi a portarci fuori dalle abitudini, dal vizio, dalla palude di noi stessi. A questo riguardo non so indicare nessun lettore migliore di Gide. Tutta la sua vita spirituale è determinata dal moda delle sue letture. Sarà la lettura cosciente, contrastata, ripresa di infiniti accorgimenti intellettuali […]. D’altronde una simile lettura coincide esattamente col senso della sua vita spirituale […] originale è per lui aprirsi costantemente al senso della riprova: ma una riprova per nulla consolata, anzi spregiudicata e sull’argine della perdizione. Prendiamo il Vangelo – se ci è considerato considerarlo come un libro – e vediamo la lettura che ne ha fatto Gide. […] Per Gide è stato un libro aperto, vuol dire che la sua lettura è continuata al di là del testo pratico, il Vangelo fuso nell’ordine della sua vita non ha cessato di suscitare delle domande, di offrire delle nuove soluzioni. Gide deve averlo letto per riconoscersi e non in quelle parti che gli erano uguali e quindi indifferenti ed inutili del testo ma su quei punti che costituivano un impedimento e cadevano come oggetti di dialogo: di quel dialogo che è l’unica forma vera del suo discorso. Lo hanno accusato di sforzare il senso dei libri che leggeva ma dimenticavano che un libro è vivo proprio per il numero di interpretazioni che sostiene ed ammette, senza contare che appena un motivo era accettato nella sua storia diventava inerte ed oggetto di superamento”.
Per ulteriori approfondimenti ho predisposto di seguito una piccola bibliografia di testi decisivi per la comprensione del percorso di formazione del Bo lettore. Alcuni con un po’ di pazienza ed attenzione sono ancora in circolazione. Esiste un sito che raccoglie in rete le principali librerie antiquarie d’Italia dove è facile trovarli ed è il seguente: http://www.maremagnum.com/

Bibliografia di riferimento

1) C. Bo “Della lettura”, Urbino, Quattro Venti, 1987
2) C. Bo “Della lettura ed altri saggi”, Firenze, Vallecchi, 1953
3) C. Bo “Diario aperto e chiuso, Milano, Edizioni di Uomo, 1945
4) C. Bo “La religione di Serra, Firenze, Vallecchi, 1956
5) Giorgio Tabanelli, “Carlo Bo, il tempo dell’Ermetismo”, Milano, Garzanti, 1986, (edizione aggiornata in: Venezia, Marsilio, 2010. Disponibile in tutte le librerie e su siti internet specializzati).



Presentazione della fondazione Carlo e Marise Bola biblioteca di Carlo Bo
http://www.youtube.com/watch?v=K7WvvZz77A8

sabato 30 ottobre 2010

Leggere: Il fascino del passaggio dalla Dimensione del reale a quella del possibile

San Benedetto del Tronto 25 01 2008

La lettura genera di continuo in chi la frequenta, una mole davvero sorprendente di collegamenti, e costruisce mappe di sensazioni ed emozioni, ragionamenti e deduzioni che proiettano in altri luoghi fisici o mentali
La lista dei 100 libri che i giovani dovrebbero leggere stilata dal Daily Telegraph ( "I cento libri che ogni bambino dovrebbe leggere"), ripropone il tema della lettura, specificatamente del rapporto tra i giovani e la lettura e ne trascina con sé molti altri:
• l'omologazione e lo scadimento del pensiero, dei "valori", del costume che la televisione prima e un uso poco consapevole e stereotipato di internet dopo, ormai da tempo produce nei più giovani e non solo;
• le strategie e le iniziative che scuola, famiglie, politica dovrebbero adottare o che sarebbe meglio evitare per far sì che leggere non rimanga prerogativa di pochi "eletti" e diventi invece una palestra della mente per molti.
• il penoso primato che annovera l'Italia tra le nazioni dove si legge il minor numero di libri e anche di quotidiani.
Risale all'ottobre scorso la presentazione dei dati della rilevazione Mondadori-Ipsos che offre una fotografia della realtà della lettura nel nostro paese davvero sconfortante:
• Negli ultimi 12 mesi, il 62% degli adulti che vivono nel nostro Paese confessa di non aver letto neppure un libro.
• La disaffezione degli italiani nei confronti dei libri è, in buona parte, legata al ricordo della lettura «pesante», obbligata, fatta sui banchi di scuola.
• La lettura, dicono inoltre gli intervistati, sottrae tempo ad attività più "importanti" e "divertenti"
• Sul totale della popolazione, i lettori deboli rappresentano il 24% (da 1 a 5 libri l'anno), i medi il 4% e i forti l'1%.
• Non legge chi ha un basso livello di reddito e d'istruzione e vive nel Meridione: rispetto al 2003 questi ultimi hanno registrato un'emorragia di lettori pari all'8%.
• Non ci sono abbastanza lettori ma «continuiamo ad essere il sesto mercato editoriale del mondo» perchè sono in aumento gli acquirenti con buona istruzione e buon reddito, passati da 27 a 29 milioni di persone.
• A influenzare l'acquisto di un libro, in ordine, c'è prima il passaparola, poi le visite in libreria e le recensioni, ed infine la pubblicità.
La realtà attuale mostra quindi come la scuola, ancora, almeno ufficialmente, principale agenzia educativa deputata alla formazione dei giovani, non sembri essere riuscita ad incidere in modo significativo sul fenomeno per generare un' inversione di tendenza (come testimoniano anche i deludenti risultati di apprendimento e di conoscenza dei nostri giovani, soprattutto al loro ingresso alla scuola secondaria di secondo grado, sulla base della relazione, non certo determinante, ma neppure ininfluente, tra l'essere buoni lettori e il rendimento scolastico conseguito).
Proviamo a interrogarci allora sulla questione lettura anche se sembra ormai così drammaticamente irrisolta da divenire quasi solo un esercizio di pensiero.

Come ogni passione, perché è di questo che si tratta, al pari dell'amore per la conoscenza, della curiosità per il mondo e i suoi fenomeni o per le persone, la lettura è qualcosa che non ha certo a che vedere con il mondo della razionalità, o almeno non completamente: una passione nasce perché è legata in modo intrinseco e anche inesplicabile alla propria specificità interiore, trova agganci in una parte di noi stessi senza che riusciamo spesso a darne una spiegazione significativa.

Ne è presupposto, naturalmente, una iniziale buona padronanza del linguaggio e dello strumento lettura, inteso come decodifica dei segni alfabetici, ma soprattutto del senso, del significato che dietro ad essi si rivela: e qui entrano in gioco le aspettative, gli echi, i rimandi che ogni significato può trovare o non trovare in chi lo approccia.

La lettura stessa poi genera di continuo in chi la frequenta, una mole davvero sorprendente di collegamenti, e costruisce mappe di sensazioni ed emozioni, ragionamenti e deduzioni che proiettano in altri luoghi fisici o mentali: spalanca insomma un mondo di possibilità che la limitata condizione di vita di ciascuna persona non potrebbe mai diversamente arrivare a frequentare.
Contribuire ad attivare questo straordinario meccanismo è un'operazione difficilissima, ma a mio avviso, non può che compiersi attraverso la capacità di farlo "passare" agli altri manifestando di una passione che è anzitutto personale: non è con le parole della ragione che possiamo contagiare gli altri (i giovani e i bambini in particolare) a leggere, ma con l'espressione, la libera manifestazione della nostra passione.

E' aprendo gli scrigni delle nostre sensazioni ed emozioni, legate alla lettura dei libri che ci hanno in qualche modo costruito per quelli che siamo, che possiamo suscitare negli altri il desiderio di compiere un percorso analogo.
Solo chi è davvero appassionato può cercare di "emanare" intorno a sé l'amore per l'oggetto della sua passione e richiamare su di esso l'attenzione di coloro che sono alla ricerca, come spesso lo sono i giovani, di senso, speranza e orizzonte alla incomprensibilità, alla noia e, a volte, alla durezza del presente.

di Maria Teresa Rosini

http://www.ilquotidiano.it/articoli/2008/01/25/81876/leggere-il-fascino-del-passaggio-dalla-dimensione-del-reale-a-quella-del-possibile

lunedì 19 gennaio 2004

Carlo Bo di Giorgio Tabanelli


Carlo Bo (Sestri Levante, 25 gennaio 1911) nei primi anni Trenta, nel clima incipiente della dittatura fascista, giunto a Firenze per conoscere Giovanni Papini (il maggiore scrittore del tempo), iscrittosi alla Facoltà di Lettere di Piazza San Marco, conosce Piero Bargellini il quale comprende subito le sue qualità umane e letterarie e lo indirizza verso la critica letteraria. Con Nicola Lisi e Carlo Betocchi, gli scrittori del “Frontespizio” (la più nota e diffusa rivista di quegli anni), si verranno a creare un clima umano e un’amicizia per Bo indimenticabili (“si distinguevano soprattutto per il grande senso di umanità e di amicizia che avevano. Cosa che poi non ho più ritrovato” Carlo Bo). 
Egli dà vita con alcuni amici universitari  (Mario Luzi, Leone Traverso, Piero Bigongiari,


Alessandro Parronchi, Oreste Macrì) a un sodalizio di giovani poeti e scrittori che si ispirano alla poesia simbolista europea. I loro poeti di riferimento: Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Clemente Rebora e Dino Campana.

   La collaborazione alle riviste del tempo (“Letteratura”, “Corrente”, “Campo di Marte”, “Prospettive”, “Incontro”, “Primato”, “Rivoluzione”, e diverse altre), la polemica contro il fascismo, il culto della poesia, il rifiuto della storia e la traduzione dei maggiori poeti e scrittori stranieri, sono i presupposti che danno vita in quegli anni al movimento poetico-letterario più importante del Novecento: l’Ermetismo.
   “E’ stato un momento – peraltro molto vivo e intelligente – della poesia e della letteratura del Novecento. […] La poesia rappresentava l’unica lingua di questa nuova tribù.” (Carlo Bo)
   A quel nucleo di giovani e all’incipiente “movimento ermetico” (a cui si sentono uniti per ragioni poetiche ed esistenziali, Vittorio Sereni e Giancarlo Vigorelli, dalla Lombardia) sono più o meno collegati, a Firenze – per interessi e letture comuni, affinità, o anche per semplice amicizia – quelli che saranno i maggiori scrittori del tempo: Elio Vittorini, Vasco Pratolini, Romano Bilenchi, Tommaso Landolfi, Alfonso Gatto, Antonio Delfini, Carlo Emilio Gadda (e illustri “colleghi” stranieri di passaggio a Firenze: “Tutti sono stati a Firenze, o ci sono passati o vi hanno idealmente scritto.” Carlo Bo).
   Altri poeti del Novecento, coevi a questa generazione, saranno più o meno coinvolti nel confronto serrato con i temi esistenziali della “nuova poesia”: Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Libero De Libero, Sergio Solmi, Leonardo Sinisgalli, Sandro Penna. 
   Le prime importanti scoperte e letture, cui seguono le prime traduzioni, dei grandi poeti e scrittori – francesi, spagnoli, inglesi, tedeschi, russi, americani – avvengono in un clima crescente di discussione e confronto, quasi sempre al Caffè delle Giubbe Rosse, o nelle diverse trattorie e caffè di Firenze.
Montale e Vittorini al caffè delle Giubbe Rosse
   La Francia, in particolare, è la principale e comune fonte d’ispirazione – una sorta di “terra promessa” – per le acute e profonde riflessioni, da cui ha origine la sterminata
produzione letteraria di quegli anni: poesie, prose, racconti, romanzi, traduzioni, saggi, antologie, pagine di critica letteraria, articoli di giornale.
   Carlo Bo, nel 1938, incoraggiato da Piero Bargellini a riflettere sui giusti rapporti fra Vita e letteratura (il libro di Charles du Bos di quegli anni), è autore del saggio “Letteratura come vita”, considerato il manifesto dell’Ermetismo.
   Primo traduttore delle poesie di Federico Garcìa Lorca, dei lirici spagnoli e francesi, nell’ottobre del 1938 è all’Università di Urbino incaricato di Lingua e letteratura francese e di Lingua e letteratura spagnola (è Piero Bargellini a indicare a Bo, la cattedra a lui destinata).
   Tra i saggi più importanti: Otto studi (1939), Bilancio del Surrealismo (1944), L’assenza, la poesia (1945), Mallarmé (1945). 
   Dopo la collaborazione negli anni di guerra a  “La Nazione”, il giornalismo di Bo, a partire dal ’45,  si estende alle maggiori testate italiane del dopoguerra: “Milano-Sera”, “Il Nuovo Corriere”, “Il Corriere di Milano”, “L’Europeo”, “La Stampa”, “Il Resto del Carlino”, “Il Sabato”, “Gente”, “Il Corriere della Sera”.
   Impossibile enumerare o soltanto citare le introduzioni, recensioni, segnalazioni critiche, prefazioni, e le riviste a cui ha collaborato dal ’45 all’anno 2001.
   Nel dopoguerra la produzione saggistica è continua e incessante: Inchiesta sul Neorealismo (1951), Della lettura e altri saggi (1953), Riflessioni critiche (1953), L’eredità di Leopardi e altri saggi (1957), La religione di Serra, saggi e note di lettura (1967).
   Accanto alla critica letteraria, nasce in Bo quell’attenzione e quella analisi dei fatti quotidiani che lo rende acuto osservatore e critico dei costumi e delle tendenze nel rapido susseguirsi delle diverse stagioni. La riflessione morale e religiosa è condensata in diverse raccolte di saggi: Scandalo della speranza (1957), Siamo ancora cristiani? (1964), Sulle tracce del Dio nascosto (1984), Solitudine e carità (1985).
   Eletto Rettore dell’Università di Urbino nel marzo del ’47, nel volgere di un decennio trasforma un piccolo Ateneo di provincia in un centro di studi internazionale (verranno chiamati ad insegnarvi insigni personalità del diritto, della scienza e degli studi umanistici,  fra cui “i vecchi amici”, Traverso, Luzi e Parronchi).
   Dal tempo della guerra scandisce la settimana, pendolare in treno fra Milano e Urbino, e le diverse città che lo richiedono per celebrazioni, convegni, conferenze, premi letterari ed eventi pubblici (culturali, sociali e politici).
   La sua esperienza di “timoniere” dell’Ateneo urbinate costituisce un primato assoluto: è Rettore  Magnifico dal ‘47 ininterrottamente, fino alla sua morte, avvenuta a Genova il 21 agosto 2001.
   Nel luglio 1984 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini lo nomina Senatore a vita “per alti meriti culturali” ma anche per il suo impegno civile e politico.
   Il suo “magistero culturale” –  nel corso dei vari decenni – non ha avuto limiti: critico letterario, docente universitario, giornalista, rettore, commentatore e notista politico, religioso e di costume, presidente di giuria di premi letterari, umanista, senatore della Repubblica.       
   Carlo Bo è uno dei lettori – di libri, di uomini e di avvenimenti – più assidui, acuti e profondi del Novecento è “il personaggio corale” per antonomasia.   

di Giorgio Tabanelli 

lunedì 5 gennaio 2004

Giallo D'Avola di Paolo Di Stefano



 Non è certo con un romanzo di genere che Paolo di Stefano ha voluto confrontarsi nella sua ultima opera, “Giallo d’Avola”. Nonostante il libro si autodichiari "giallo" sin dal titolo e sia pubblicato da Sellerio nella stessa veste grafica dei romanzi di Camilleri, sembra invece di trovarsi di fronte ad un'opera più complessa nella cui elaborazione sono evidenti l'interesse storico e sociologico dell'autore e il legame personale ed emotivo coi luoghi e il tempo della vicenda reale narrata: la Sicilia degli anni cinquanta.
E' l'autore stesso a dirci, durante la presentazione (*), che la spinta
determinante ad occuparsene nasce dal desiderio di riconnettersi alla propria infanzia, vissuta per i primi tre anni proprio ad Avola, paese d'origine della propria famiglia e teatro della vicenda di "sangue" che coinvolse la famiglia Gallo.
Paolo Di Stefano, allora bambino di pochi anni, ne sentì parlare a

lungo genitori e parenti, anche dopo che la sua famiglia aveva lasciato la Sicilia per la Svizzera: la conoscenza dei luoghi e dei protagonisti sollevava in casa discussioni e prese di posizione contraddittorie giustificate da tentativi di spiegazione e ipotesi destinate a restare a lungo prive di conferme. La lunga storia processuale del "delitto" infatti, e il suo sorprendente epilogo, costituiranno un precedente giudiziario tale da modificare la giurisprudenza applicata in casi analoghi.
Nell'immediatezza il delitto fu un evento attorno al quale si aggrumarono, come intorno ad altri "famosi" delitti di quel periodo, le suggestioni, le curiosità, lo spaventato stupore di gente allora in gran parte semplice e concreta, per la quale interrogarsi e prendere partito in queste vicende era anche un modo di esorcizzare e accantonare la fatica e l'insicurezza di un presente duro e in un paese in piena e tumultuosa trasformazione.
L'Italia era già incamminata sulla strada del "miracolo economico", ma nella Sicilia del 1954 e anche in molte altre zone arretrate del paese, gli strumenti linguistici e culturali in possesso della popolazione, ancora in gran parte analfabeta, erano pochi e legati a forme arcaiche e rituali di lettura del mondo. In più i fatti avvennero e furono elaborati all'interno di un contesto, quello siciliano, connotato da modalità relazionali e gerarchie di valori in base alle quali tacere, mentire o confondere poteva essere più semplice e meno rischioso che raccontare il vero. La vicenda viene raccontata in forma di romanzo dopo un lunga fase di ricerca dell'autore (iniziata nel 2001) dentro la considerevole mole di documentazione (processuale, giornalistica e testimoniale) prodotta nei sette anni attraverso cui si andò svolgendo ed oltre. Lo sguardo dell'autore, pur estremamente attento e analitico nel mostrarci un quadro in cui ogni personaggio principale o secondario e perfino ogni comparsa trovano il loro ruolo in equilibrio con gli altri, sembra scomparire in un' impersonalità che lascia tutto lo spazio alla forza degli eventi e dei personaggi che li animano. Ma questo, il trascinarci dentro una storia come se fossimo lì, in un altro tempo e in altri luoghi dal nostro, è proprio il grande merito di una scrittura sapiente, come è certamente quella dell'autore, che inoltre riesce a raccontare tirando fuori tutta la sua atavica sicilianità dalla quale, in realtà, si è precocemente distaccato nella sua vita trascorsa in un contesto culturale completamente diverso da quello d'origine. Ne sono testimonianza i tratti fortemente siciliani della lingua utilizzata nella narrazione, dove si mescolano con naturalezza le varie "lingue" (dialetto, italiano dialettale, forme ibride) con le quali si esprimono personaggi a volte assai distanti culturalmente tra loro, e che si colgono anche nella sintassi delle frasi e nel modo di osservare e descrivere. C'è da rilevare come sempre più di frequente la letteratura prenda a prestito storie reali per raccontare, attraverso di esse, la verità di una condizione umana che gli eventi nudi da soli non possono restituirci. C'è nel gesto dell'indagare e narrare ciò che è davvero accaduto, immaginando e descrivendo ciò che non si è potuto vedere, qualcosa capace di renderci partecipi di eventi da cui in realtà siamo e resteremo lontani: c'è quasi da chiedersi se la realtà più che essere l'arida cronaca quotidiana dei fatti e dei gesti, non sia invece nei pensieri che li accompagnano, li spiegano o li suscitano restando spesso oscuri. Presupposto del successo di questa azione narrativa è l'uso consapevole della lingua, strumento che, prima che per raccontare, è indispensabile usare per comprendere, per "entrare" dentro una storia che è davvero accaduta e che vogliamo indagare e interrogare. Paolo Di Stefano ci mostra in questo libro di possedere la "lingua" per comprendere e raccontare, quella che gli ha consentito di condurci, in poche pagine, dentro il dramma che si consumò in una ruvida e montuosa contrada della Sicilia meridionale dell'ottobre del 1954 trascinando nella tempesta le vite dei suoi protagonisti.




di Maria Teresa Rosini


( * ) Paolo Di Stefano ha parlato del suo libro"Giallo d'Avola" sabato pomeriggio 7 dicembre 2013  all’Auditorium comunale di San Benedetto del Tronto conversando con Ettore Picardi. L'evento è stato organizzato dall'Associazione "I luoghi della Scrittura" in collaborazione con la Libreria "La Bibliofila".