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domenica 3 maggio 2026

 

Trilogia di Copenaghen

di Tove Ditlevsen (1917-1976) - Fazi editore 2024

 

Trilogia di Copenaghen, composto dai tre segmenti Infanzia, Giovinezza, Dipendenza, è l’opera più importante di Tove Ditlevsen (scrittrice e poetessa danese di romanzi, poesie e racconti, morta suicida nel 1976), ed è considerato oggi un vero capolavoro della letteratura del 900, definito dal «The New York Times Book Review» uno dei 100 migliori libri del XXI secolo.

E’ stato pubblicato in Danimarca tra il 1967 e il 1971 in tre volumi distinti che sono usciti in Italia nel 2022 da Fazi, editore che li ha poi riuniti in un’unica pubblicazione nel 2024.

Ho letto questo libro perché lui mi ha scelto: non ne conoscevo il titolo e tanto meno l’autrice. Ma ha smosso un sottostrato personale che già avevo coltivato: romanzi e autobiografie di donne alle prese con un femminile tormentato da consapevolezze ricercate con determinazione e fatica, in un contesto di disadattamento alla vita convenzionale e di esasperata ed esasperante vocazione alla ricerca del senso e del confine della propria identità. La ricerca di chi si è nel mondo si realizza spesso, nelle donne, nella scrittura autobiografica.

Nella lettura mi ha colpito subito la sobrietà spontanea e priva di ogni autocompiacimento del suo stile. Il difficile contesto sociale di vita della sua infanzia viene narrato nel succedersi, apparentemente occasionale e distratto, dei racconti di eventi e dei personaggi quotidiani della sua infanzia a Vesterbro (quartiere operaio di Copenaghen) ai suoi, acuti e toccanti quanto fugaci, pensieri sulla sua condizione di bambina alle prese con le contraddizioni e l’indifferenza di un mondo adulto già indurito da terribili disillusioni.

La crescita si consuma in un’ansia vorace, carica di entusiasmi, alla ricerca di svolte esistenziali che hanno al centro la scrittura, ma anche la consapevolezza che ci sono sempre prezzi da pagare e compromessi da accettare.  Ma la giovane Tove è disposta a correre rischi, a cogliere e confrontarsi con un turbinio di occasioni, personaggi, amori eventi. E paga sempre il prezzo delle sue scelte mentre si confronta col riemergere di un’infanzia dolorosa e, come per ognuno, incancellabile.

Nonostante sia davvero divenuta ciò che voleva essere, una scrittrice riconosciuta e pubblicata, cade, iniziata dal terzo marito, nella dipendenza da oppiacei e farmaci, forse nell’ingannevole illusione di essere finalmente amata e in pace con sé stessa. Riesce a descrivere in modo terribilmente efficace e con straordinaria nitidezza le lusinghe e gli inganni dell’uso di sostanze. Ma l’uscita dalle dipendenze, cui approderà grazie all’ultimo marito Victor, non è mai definitiva, così come la resa dei conti con le lacerazioni della propria infanzia.

Lo specchio in cui precoci, dolorose esperienze l’avevano costretta a riflettersi è lì, pronto a rimandarle ancora l’immagine miserabile e indegna da cui, per tutta la sua intensa e travolgente esistenza e nonostante le conquiste conseguite, aveva cercato di emendarsi.

Il suicidio deve esserle apparso, alla fine, un modo di sfuggire a quello specchio, laddove la sua più autentica vocazione, la scrittura, forse non riusciva più ad dissiparne l’angoscia.

di Maria Teresa Rosini

INFANZIA

“Al mattino la speranza c’era. Si posava come un effimero bagliore sui capelli neri e lisci di mia madre, che io non ho mai osato toccare, e si stendeva sulla mia lingua insieme allo zucchero del semolino tiepido che mangiavo lentamente, mentre osservavo le sue mani affusolate, ripiegate l’una sull’altra, immobili sul giornale che parlava dell’influenza spagnola e del Trattato di Versailles. Mio padre era andato al lavoro e mio fratello a scuola. Perciò mia madre era sola, anche se c’ero io, e se restavo perfettamente immobile senza dire nulla, la quiete distante del suo cuore misterioso poteva durare finché il mattino non fosse invecchiato e lei non fosse dovuta uscire per fare la spesa a Istedgade come una signora qualunque.

…Sarebbe rimasta lì seduta, con le mani placidamente ripiegate l’una sull’altra e i begli occhi severi fissati sulla terra di nessuno fra me e lei. E il mio cuore avrebbe ancora a lungo potuto mormorare: Mamma, sapendo che lei, in chissà quale modo misterioso, lo udiva. Avrei dovuto lasciarla in pace per un bel po’, così lei mi avrebbe chiamata senza parole, con la certezza del legame tra noi.

…Ora che la speranza era infranta, mia madre si vestì con movimenti bruschi e rabbiosi, come se ogni capo d’abbigliamento fosse stato un’offesa alla sua persona. Dovevo vestirmi anch’io -il mondo era freddo, pericoloso e inquietante - perché la cupa ira di mia madre sfociava sempre in un ceffone o in uno spintone verso la stufa di maiolica. Era un’estranea misteriosa, e io mi mettevo in testa di essere scambiata in culla, di non essere affatto figlia sua.

…e dentro di me c’erano strani paroloni che mi strisciavano sulla mente come una membrana protettiva. Un canto, una poesia, qualcosa di lenitivo, di ritmico, d’infinitamente melanconico, ma mai triste né deprimente allo stesso modo in cui sapevo che sarebbe stato triste e deprimente il resto della mia giornata. Quando queste onde chiare mi scorrevano dentro, sapevo che mia madre non poteva farmi più nulla, perché in quel momento perdeva ogni importanza per me. Lo sapeva anche lei, e i suoi occhi si riempivano di una gelida ostilità.  

GIOVINEZZA  

…mi guardo intorno, mentre sto in mezzo alla mia famiglia, a questi volti che mi circondano fin dall’infanzia, e li trovo stanchi, invecchiati, come se gli anni che io ho impiegato per diventare adulta li avessero totalmente consumati. Perfino le mie cugine, che non hanno poi tanti anni più di me, hanno un’aria affaticata, logorata. Mio padre è molto taciturno e serio, come ogni volta che porta il vestito della domenica. È come se la fodera fosse fatta di pensieri cupi e pesanti, che lui indossa insieme a quel completo.

… Ma io ho ormai smesso d’interessarmi a tutto quello che succede a casa. Sono veramente viva solo quando sono a casa del signor Krogh. … Dal signor Krogh mi faccio prestare dei libri, che poi gli restituisco dopo averli letti


lunedì 31 marzo 2014

Una stella incoronata di buio. Storia di una strage impunita di Benedetta Tobagi



.............   E allora l'autrice sceglie di farci familiarizzare con la vita di quelle vittime lontane,  quasi tutti insegnanti, di svelarci i loro pensieri, il loro impegno sociale, i loro progetti collettivi e, insieme, il senso di un tempo in cui tutto questo aveva un valore che non ha più avuto in seguito.Ma  va anche ben oltre. Non cerca solo l'umana pietà per le vittime, il suo è lo sguardo di una storica per la quale indagare e conoscere, conservare la memoria e le ragioni del tempo passato costituiscono le  uniche chiavi di accesso ad un presente che rischia altrimenti di diventare indecifrabile........  SEGUE

di  Maria Teresa Rosini

domenica 5 gennaio 2014

Giallo d' Avola di Paolo di Stefano



Non è certo con un romanzo di genere che Paolo di Stefano ha voluto confrontarsi nella sua ultima opera, “Giallo d’Avola”.
Nonostante il libro si autodichiari "giallo" sin dal titolo e siapubblicato da Sellerio nella stessa veste grafica dei romanzi di Camilleri, sembra invece di trovarsi di fronte ad un'opera più complessa nella cui elaborazione sono evidenti l'interesse storico e sociologico dell'autore e il legame personale ed emotivo coi luoghi e il tempo della vicenda reale narrata: la Sicilia degli anni cinquanta .>>>>>>SEGUE


di Maria Teresa Rosini

sabato 14 settembre 2013

Il romanzo tra realtà e invenzione letteraria : intervista a Paolo Di Paolo autore di Mandami tanta vita



Paolo Di Paolo appartiene a quella categoria di scrittori dei quali riescono ad entusiasmarci non solo le opere ma tutto il loro essere persona: l’argomentare che cattura e mantiene l’attenzione, la capacità comunicativa, l’umiltà nel voler condividere idee e riflessioni, l’ascolto, la passione e il profondo radicamento a ciò che si è e a ciò che si fa. Tutto ciò che insomma rende reale e priva di qualunque orpello narcisistico la comunicazione tra scrittore e lettori, che fa in modo che possano incontrarsi davvero. E trovare tutto questo in uno scrittore così giovane riempie di entusiasmo.
Parliamo allora con lui del romanzo, non solo di quello che Di Paolo ha scritto, ma del “romanzo” come forma di espressione complessa, dei vari modi in cui l’autore si coniuga  con la materia concreta del suo scrivere, del rapporto tra finzione e realtà, del perché alcune storie rischiano di sembrarci improbabili o disturbanti lasciandoci, alla fine, indifferenti,  altre finiscono per travolgerci e riuscendo nel difficilissimo compito di non lasciarci più gli stessi dopo la loro lettura.
  1. Mi sembra che il tuo romanzo su Gobetti si possa inserire in un filone della narrativa contemporanea che costruisce “storie” prendendo l’avvio da persone reali, del passato o della cronaca del presente.  Rielaborandone le vicende pubbliche documentate e facendosene in qualche modo “attraversare”, lo scrittore ne esplora la dimensione più emotiva e privata e usa la scrittura per comunicarla. Nel suo sorprendente saggio “Fame di realtà”, David Shields, riferendosi soprattutto alla letteratura anglossassone,  parla del rapporto tra finzione e realtà nel romanzo e afferma la presenza di segnali (in scrittori come Sebald e Naipaul) di “un ritorno postmodernista alle radici del romanzo in quanto forma essenzialmente meticcia, in cui il materiale “autentico” viene ordinato, immaginato, modellato come “invenzione letteraria”.  Ti chiedo se sei d’accordo e cosa ne pensi anche in relazione alle letterature contemporanee di paesi diversi?

Sono stato influenzato molto dal lavoro di scrittori non solo italiani che, negli ultimi anni, hanno mescolato "vissuto" autentico e invenzione romanzesca. Sebald, certo (si nota sempre più il segno che ha lasciato leggendo libri appunto ibridi, peregrinazioni tra saggio e romanzo, racconti "sulle tracce"), ma anche – per quel che mi riguarda – Uwe Timm (penso a "L'amico e lo straniero" in particolare, ma anche a "Come mio fratello"), Jean Echenoz ("Ravel", "Lampi") o autori italiani come Trevi ("Senza verso", "Qualcosa di scritto") e Sebaste ("H.P. L'ultimo autista di Lady Diana"). In tutti questi casi, il tema dell'autenticità del racconto, di un racconto in genere – anche quando non esplicito – è centrale. Ed è centrale per me, lo è stato fin dalle prime cose che ho scritto: uno dei primi, e più autobiografici, libri si chiamava "Come un'isola" (2006): cercavo di orientarmi, a posteriori, nella vita di una mia insegnante di liceo morta prematuramente. Ciò che ne restava era l'immagine troppo parziale di lei appunto dietro una cattedra. E tutto il resto? Fra documenti e fotografie ho scoperto un'altra vita, un'altra "D." - così per tutto il libro la nomino non nominandola. Ma un'esistenza, come diceva Tabucchi, non è in ordine alfabetico, è fatta di briciole e il problema, appunto, è "raccoglierle dopo". Con tutto il rischio di fraintendimenti e di errori che questo gesto comporta. Maneggio con imbarazzo e difficoltà l'invenzione pura, e lo riconosco come un limite: forse proprio l'ansia di allontanarmi dall'autentico mi ha tenuto nei pressi di una scrittura intesa anche come archiviazione della memoria (la mia e l'altrui). 

  1. Che relazione c’è nel tuo romanzo tra il lavoro di documentazione su Gobetti, che credo sia stato molto meticoloso, e la tua “libertà” di riempire i “buchi” del suo privato con la tua scrittura, le tue emozioni e sensazioni, la tua visione retrospettiva di un tempo e un contesto così lontani? Hai  mai avuto la sensazione di una tua forzatura, o di aver oltrepassato un confine nel raccontare la sua dimensione umana privata?

La sensazione di una forzatura l'ho avuta a ogni pagina. È come violare quel "no trespassing" che si legge in "Quarto potere" di Welles: il confine del privato, e in questo caso della verità storica di un privato. Tra le ipotesi iniziali, c'era anche quella di un saggio narrativo, ma poi mi sono chiesto se non rischiasse di essere solo l'ennesima voce di una già ampia bibliografia su Gobetti. Volevo invece che la sua storia – la storia di Piero, prima che di Gobetti – arrivasse ai lettori di un romanzo. Dovevo quindi passare per la narrazione di un vissuto emotivo, provare a ricostruirlo, a dedurlo, a scavare nei documenti. Qualcuno mi ha rimproverato che, più di un romanzo di idee, questo è appunto un romanzo di sentimenti. Può darsi che sia un difetto, ma le mie intenzioni portavano lì. 

  1. Ti sei mai chiesto cosa penserebbe Gobetti del tuo romanzo?

                Non riesco a pensarci. 

4.      Dopo decenni di sostanziale assenza nel nostro paese di intellettuali “militanti”, nel senso di voci della cultura che denunciano e tentano di spiegare e far comprendere il presente con il genere di passione civile che connotava il lavoro di Gobetti, c’è più nostalgia o rinuncia nei confronti di figure così umanamente e culturalmente autorevoli nella società attuale? E’ forse la complessità del mondo presente e la “babele” di voci che si sovrappongono e si confondono nei discorsi pubblici, a rendere difficoltosa oggi la presenza e l’emergere di queste figure? Oppure queste figure esistono ma la loro voce si disperde nel caos di tanti discorsi autoreferenziali di chiunque pretende di sentirsi portatore di verità?

Prima di tutto c'è una questione di acustica. È più difficile sentire nettamente alcune voci, perché si sono appunto moltiplicate quelle che hanno accesso a un uditorio pubblico. Si sono moltiplicate e confuse. Gobetti, come tutti gli intellettuali del Novecento, non parlava a molti; parlava comunque a pochi – a quelle che si chiamavano élites – ma l'effetto del suo agire era più visibile, più netto, probabilmente più incisivo. Il  paesaggio è completamente mutato: nella confusione prodotta dai media, dai social network – dove ogni opinione vale, o sembra valere, un'altra – è più difficile distinguere e distinguersi. Soprattutto, il rischio è che emergano – a sfavore di quelle più profonde e autorevoli – quelle più chiassose, violente (ai limiti del plagio collettivo), superficiali. 

5.      Credo che la caratteristica principale dell’impegno di Gobetti sia l’assoluta
autenticità e gratuità del suo lavoro, la capacità di impegnarsi per ciò in cui si crede con completo disinteresse personale. Oggi invece ci si impegna in vista di carriere, di opportunità, di interessi personali. Importa meno ciò in cui si crede (o non si “crede” semplicemente a niente) rispetto a ciò che ci si propone di raggiungere in termini pratico-materiali?  Rispetto a questo ritieni che la stagione dei movimenti e dell’impegno tra la seconda metà degli anni 60 e gli anni 70 abbia avuto le caratteristiche dell’autenticità e della assoluta gratuità dell’impegno che connotarono la vita di Gobetti?

Non è facile dare un giudizio. Non ho vissuto quella stagione, e mi attengo al racconto dei testimoni e degli storici. Mi sembra senz'altro evidente che tanto slancio, tanto "idealismo", dopo quella stagione, non si siano più visti. È iniziata poi una pioggia di disincanto, un tempo in cui la battaglia delle idee ha risentito molto di derive populiste, ciniche, di grettezza, di pigrizia mentale. Detto questo, è importante non generalizzare: ho avuto modo di incrociare in giro per l'Italia moltissime persone impegnate e appassionate. 


6.      In un’epoca di sostanziale disimpegno dei giovani nei confronti della politica, quanto la vicenda di Gobetti che racconti può contribuire a smuovere la riserva inutilizzata di energie positive di cui sono certamente portatori? Forse ciò che manca è un obiettivo concretamente definibile e percepibile, una “prospettiva” sul futuro?

La frase di Gobetti "restare politici nel tramonto della politica" mi sembra un monito importante anche per il nostro presente. Io stesso appartengo alla generazione che, molto più delle precedenti, ha faticato a immaginare il futuro, a non sentirlo ostile. Abbiamo molte attenuanti ma anche diverse responsabilità. La vicenda di Piero Gobetti ci chiede di rispondere a una domanda molto precisa: quanta energia siamo disposti a spendere, eventualmente a sprecare, per non essere passivi nel tempo di cui siamo ospiti? E se questo tempo è ingrato (come forse, in parte, lo è ogni epoca) come si può e si deve contribuire, per non essere complici del peggio o indifferenti?

di Rosini Maria Teresa
 

martedì 16 luglio 2013

Con "Gli amici del deserto" esordio degli "Incontri con l'autore"2013: intervista a Marco Mancassola


 "Essenziale" è l’aggettivo che mi è venuto subito in mente dopo il mio incontro con Marco Mancassola, autore di “Gli amici del deserto”, col quale ieri sera ha preso il via l’estate letteraria degli “Incontri con l’autore” a San Benedetto.
Marco mi è sembrato essenziale nell'aspetto, nelle parole con le quali ci ha parlato del libro, nella naturalezza del suo stare con gli altri, prestando un'attenzione educata e pacata e concedendosi a persone con cui divideva, in fondo, solo alcune ore di un percorso esistenziale che lo avrebbe velocemente riportato alla sua città, alla sua vita.
Una persona insomma, non un personaggio. Nessun alone romantico o intellettuale da "scrittore", nessuna stranezza o stravaganza che, soprattutto noi provinciali, siamo così attenti a cogliere. E quando ci siamo incontrati il giorno successivo per l'intervista, questa impressione è rimasta e si è anzi consolidata all'interno di una conversazione lineare e spontanea su se stesso, il suo lavoro, la sua esistenza, il suo rapporto con alcuni dei fenomeni che più connotano il nostro presente.

A che età hai pubblicato il primo libro e come è stato il rapporto con il tuo primo editore? Come sei riuscito a pubblicare: hai fatto un percorso di rifiuti e frustrazione o è stato tutto abbastanza semplice?

Avevo 27 anni quando ho pubblicato il mio primo libro, che fu un romanzo di formazione ("Il mondo senza
di me" 2001 Pequod) e si ispirava pesantemente a quelle che erano state le mie esperienze precedenti, quelle dei vent'anni.
Non fu incredibilmente difficile arrivare all'esordio editoriale perché avevo già pubblicato dei racconti e avevo cominciato a conoscere l'ambiente. Io stesso lavoravo già come editor in una piccola casa editrice che si chiama Meridiano zero.
Avevo stabilito alcuni rapporti all'interno di quel mondo attraverso i quali venni in contatto con una piccola casa editrice marchigiana, Pequod, che oggi si chiama Italic, e fu abbastanza facile e naturale fare questo libro con loro.
Nonostante i problemi e i limiti tipici della piccola editoria, le frustrazioni per l'uscita, che avvenne in ritardo, le difficoltà nella distribuzione, in realtà uscire con un piccolo editore contribuì a creare un caso da libro ricercato ....se ne parlava e si trovava con difficoltà e per le regole del marketing questo aiuta.
Non fu un esordio folgorante, ma il libro andò bene tanto che Mondadori successivamente lo ripubblicò.

E prima? Esperienze, formazione, lavoro....

Già dopo le superiori, a diciassette anni, ho iniziato a lavorare e a mantenermi da solo. All'inizio ho lavorato per un paio d'anni collaborando con il proprietario di una bancarella di libri a metà prezzo... giravamo per tutto il nord Italia...fu interessante, direi una scuola alla cui riserva di esperienza attingo ancora oggi.
Poi ci fu una lunga serie di lavori, più o meno stabili, più o meno retribuiti.
Erano gli anni novanta quando iniziai a lavorare nel mondo editoriale prima scrivendo per alcuni giornali, poi facendo anche l'addetto stampa e, infine, approdando al lavoro di editor con l'editrice Meridiano zero.
Intanto avevo scritto il mio primo libro che ebbe, come dicevo, un discreto successo, se non altro si fece notare. Questo mi permise di iniziare a fare della scrittura il mio lavoro, a vivere cioè di contratti editoriali.

La acuta previsione del tuo maestro elementare circa il tuo futuro di scrittore, e i "Racconti di Gogol" ricevuti in regalo da tua madre a sette anni non si coniugano molto agevolmente col fatto che definisci la tua famiglia come appartenente alla classe lavoratrice? I tuoi erano grandi lettori?

Credo che, semplicemente, mia madre sia stata consigliata dal libraio. Certo forse bisognerebbe chiedersi perché un libraio consiglia un libro così per un bambino così piccolo...comunque il libro mi piacque molto.
Era però dalla variegata biblioteca dei miei fratelli maggiori che saccheggiavo un po' di tutto. Io ero il più piccolo e la mia formazione "letteraria" fu di conseguenza un po' anarchica e disordinata: libri gialli, libri rosa, libri per adulti, romanzi d'avventura.
Fui anche un assiduo frequentatore della biblioteca del mio paese, un
piccolo centro in provincia di Vicenza. In questa biblioteca c'era una sorta di "apartheid" tra il settore dei ragazzi e quello degli adulti. Io mi stufai presto del settore dei più piccoli e già a sette, otto anni cominciai a provare curiosità e ad attingere corposamente dall' "altro" settore, con grande sconcerto della bibliotecaria.
Ricordo in particolare la prima volta che presi un libro dalla sezione per gli adulti. Si trattava delle "Mille e una notte" che, nonostante le edizioni per bambini, in realtà, nell'edizione integrale, non è affatto un libro per bambini perché vi sono narrate storie anche abbastanza crude..... Il commento della bibliotecaria fu: "Se i tuoi genitori si lamentano non è colpa mia". Ma da allora fu come se avessi un tacito lasciapassare.

Esiste un libro "speciale" letto in adolescenza che ti ha fatto dire a te stesso: voglio diventare uno scrittore?

Potrebbe esistere ma... non me lo ricordo. Ho pensato di poter fare lo scrittore già da bambino... probabilmente erano tutti i libri che leggevo a rafforzarmi in questa determinazione, non ne ricordo uno in particolare.
C'è stato un momento preciso in cui hai pensato: ce l'ho fatta? Che ti sei sentito rassicurato da come le cose sono andate...è stato importante per te?
Io credo seriamente di non avercela ancora fatta....forse sono un po' troppo ambizioso. Credo che l'obiettivo vero sia ancora al di là.
Certo le prime recensioni al primo libro una scarica di adrenalina me l'hanno data. Anche il fatto di aver vinto dei premi letterari, anche se non famosissimi, ma di qualità è stata una bella sensazione.
Ricordo per esempio la festa a sorpresa che mi organizzarono i miei per l'uscita del secondo libro... sicuramente non mi sentii arrivato, ma se non altro questo mi rafforzò nella mia identità di fronte agli altri. Se però mi misuro con me stesso credo di avere ancora strada da fare.

Che ne pensi dell'auto pubblicazione così di moda in questi tempi? Può essere una strada o così si finisce per stampare libri che non hanno grande valore. Si dice che in Italia esistono addirittura più scrittori che lettori....

Il dramma del nostro regime etico è che dobbiamo rispettare la libertà altrui anche quando ci rendiamo conto che alcune azioni compiute dagli altri non fanno bene al "mondo". Pubblicare un libro è una responsabilità. Io non mi sono trovato nella condizione di considerare questa scelta perché lavoravo già all'interno dell'ambiente editoriale, ma non credo che avrei potuto decidere di farla. Credo che, il più delle volte, si tratti di una gran perdita di tempo e di denaro.
Oggi è un po' diverso. Esistono molti siti di self publishing che è un altro fenomeno ancora....diverso dalla pubblicazione a pagamento.
Il fatto è che scrivendo hai la responsabilità di aggiungere e sovrapporre la tua voce i tuoi stimoli, le tue note ad un panorama che è già molto rumoroso, cacofonico e inquinato e quindi devi pensare che il tuo libro, stampato pur non essendo stato valutato come abbastanza buono, non farà altro che andare a coprire la voce di un libro migliore.
E' difficile però addossare le responsabilità ai singoli libri autoprodotti. In realtà è tutto il settore della scrittura e della pubblicazione in Italia ad essere diventato davvero tortuoso e pieno di contraddizioni.
Gli editori sono aziende fondamentalmente...E' difficilissimo guardare alla situazione editoriale e capire con chiarezza chi ha colpa di cosa. Forse si può guardare invece all'altro attore della situazione che sono i media e chi amplifica e dovrebbe diffondere i prodotti editoriali. Da parte dei media ci sono responsabilità fortissime nella divulgazione di letteratura di evasione più o meno scadente, che è vero che è sempre esistita, anch'io ne ho letta da ragazzo, ma che non può essere spinta ad assorbire la gran parte di ciò che si pubblica e che si pubblicizza.
Una volta c'erano figure competenti che erano incaricate di distinguere la qualità e proporre riflessioni ai lettori attraverso le pagine culturali.... Figure da parte delle quali c'è stata in questi ultimi vent'anni una grande rinuncia di ruolo. Gli "addetti ai lavori" sono oggi un'élite minoritaria che parla a pochi....

Sei o sei stato credente... dato che nel libro si parla di conventi, religiosi, deserto...silenzio?

Non sono credente nel senso italiano di "cattolico", nonostante sia stato cresciuto in una famiglia cattolica. Però mi riconosco più generalmente e ampiamente nell'idea di cristianità. Direi che sono credente se con questa parola intendiamo il credere che ciò che vediamo non è tutto quello che c'è.

Che senso ha per te, dato che nel libro se ne parla, il "silenzio" ?

Il silenzio è una dimensione importantissima, direi fondamentale per scrivere...anche se a me sta succedendo sempre più spesso di scrivere ascoltando musica per coprire i rumori esterni.

Il silenzio è una dimensione che non è data solo dall'assenza di rumore. E', invece, quella della ricerca di un silenzio interiore, quello della mente, che permette l'emergere di ciò che è davvero necessario, importante, autentico... per me è la condizione principale per poter scrivere.

Che ne pensi dei social network e di come la gente li usa?

Mi sembra un mondo che è il contrario del silenzio. Un fenomeno ironico e amaro e paradossale...un mondo fittizio in cui tutti parlano, a volte gridano per non restare soli, per non sentirsi soli, e finiscono per restare ugualmente soli all'interno di un grande rumore.
Alla fine i social network sono strumenti, vanno usati, dosati, considerati per quel che sono....io li uso per essere in contatto con i miei lettori. Vanno presi con la giusta cautela...col contagocce.
Mi impressiona però l'esistenza di questa "share culture", di questa cultura della condivisione "artificiale", cioè l'idea che è reale è solo ciò che hai condiviso, non più ciò che hai esperito, ciò di cui hai fatto reale esperienza. Non sempre la condivisione sui social network coincide con una condivisione umana, reale, anzi direi che è abbastanza raro. La conseguenza è che finisce per "esistere" solo ciò che hai "condiviso" e il resto è come se non esistesse... e usare i social network diventa quindi una schiavitù, una nevrosi un po' infantile per cui si pensa che qualunque cosa si faccia e si viva non esiste se non la dici agli altri, se non la "condividi".
E questo non accade solo ai più sprovveduti e inconsapevoli, può accadere anche a persone istruite e preparate diventare un po' schiave della rete, dell'illusione di comunanza e vicinanza offerta dalla rete...
Secondo me forse il dato che fa la differenza, più che il livello culturale è la condizione di solitudine che ci si può trovare a vivere. Però la solitudine è una strana "bestia" perché è come una di quelle particolari malattie per cui più medicine assumi più peggiora.

Un consiglio di lettura oltre, naturalmente, al tuo "Gli amici del deserto"?

Io sto rileggendo Anna Karenina. La prima volta l'ho letto quando andavo a scuola e avevo il tempo di
leggere i grandi libri, ma ora mi sto prendendo il tempo di rileggerlo perché ho in mente il progetto di scrivere un grande libro, una saga familiare, una storia estesa nel tempo. A volte è bello riprendere in mano i "classici" e riscoprire i motivi per cui sono dei classici, perché sono rimasti.

L'ultima domanda non te la faccio perché in realtà credo di essermi fatta già un'idea. La domanda era "Quanto narcisismo c'è in uno scrittore?E quanto ce n'è in te?". La mia sensazione è che tu non sia affatto narcisista, o lo sia molto poco. Ti riconosci in questa mia analisi?

Forse inganno bene...secondo me c'è sempre una dose di narcisismo, direi fisiologico in chi sceglie di essere uno scrittore...
Diciamo allora che c'è qualcuno che esorbita dal narcisismo "fisiologico" in modo evidente?
Gli eccessi appartengono forse a una vocazione personale che è indipendente dall'essere uno scrittore. E' vero però che c'è sempre in uno scrittore quel "quid", che è difficile distinguere se sia ambizione, orgoglio, vanità o altro, per indurti a pensare che valga la pena di pubblicare ciò che scrivi. C'è sempre in ogni scrittore quella infantile vocina interiore che dice: "...ma perché non mi hanno dato ancora il Nobel!"
Però è indispensabile anche un bel po' di realismo, soprattutto oggi che viviamo all'interno di un'industria culturale talmente "contorta" e "perversa" che è già abbastanza riuscire a conservare la fiducia in se stessi e in ciò che si scrive.

di Maria Teresa Rosini




domenica 5 maggio 2013

Blow Up: diciassette anni vissuti intensamente. Intervista al Presidente Sergio Vallorani


Intervista pubblicata il 3 Novembre2011 sul Quotidiano.it
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Nonostante le difficoltà che le attività di promozione culturale, ormai da qualche anno, vivono in misura sempre più consistente, l’associazione e i suoi membri sono riusciti, anno dopo anno, a rinnovare e vivacizzare le loro proposte.
Il prossimo anno sarà quello della "maggiore età" per una delle associazioni culturali più attive e creative del nostro territorio. Nonostante le difficoltà che le attività di promozione culturale, ormai da qualche anno, vivono in misura sempre più consistente, l'associazione e i suoi membri sono riusciti, anno dopo anno, a rinnovare e vivacizzare le loro proposte grazie anche alla forte motivazione personale che li vede impegnati senza risparmio in una sorta di "volontariato" culturale quasi a tempo pieno.

Viene da chiedersi da quali esperienze precoci, dato che siete tutti abbastanza giovani, viene questa forte spinta all'impegno nel settore della cultura, e del cinema in particolare, quale è stato, se c'è stato, il propulsore di tanta energia e perseveranza?

L'associazione Culturale Blow Up è l'insieme di infinite storie ed esperienze precoci di persone particolarmente curiose e desiderose di condividere con gli altri passioni, emozioni, immagini, suoni e parole. Considero straordinarie tutte le persone che hanno gravitato in qualche modo intorno a Blow Up dal 1995 ad oggi perché di tutte ho splendidi ricordi e delle caratteristiche di tutte loro mi sembra che ancora oggi l'associazione trattenga qualcosa, come fosse un sapore, un odore, di quelli terziari, complessi, che non se ne vanno più ma che si colgono solo dopo prolungate olfazioni e un lento mastichio...
Molte delle persone con cui ho fondato Blow Up sono state fondamentali nella mia vita, per la mia formazione e per la mia crescita; con alcune di esse ho vissuto esperienze che non dimenticherò mai, ma in questa intervista preferirei raccontare tutto dal mio personalissimo punto di vista.
Quando mi sono trovato a fondare l'Associazione Culturale Blow Up, insieme ad alcuni amici e conoscenti più grandi di me accomunati dalla passione per le arti nel settembre del 1995, avevo ventuno anni. Ero al secondo anno universitario e vivevo tra Macerata ed Offida. Lavoravo e studiavo contemporaneamente già da sei anni e coi soldi che guadagnavo compravo un mucchio di libri, dischi, film in vhs, giornali e riviste, concedendomi anche molti giri in macchina e in treno per l'Italia e l'Europa: concerti, cinema, mostre, teatro, opera, discoteche e quant'altro. Non mi facevo mancare nulla e vivevo al massimo (come cantava Vasco), dormendo quattro-cinque ore a notte.
Ero "onnivoro" ed estremamente curioso, sempre alla ricerca delle cose belle che spesso, secondo me, erano nascoste e quindi da cercare. Di questa mia teoria ho fatto una regola fin da allora. Diffidavo di quasi tutto ciò che aveva successo commerciale considerandolo solo un cascame di qualcosa di meglio, più autentico che stava più in alto e che andava scovato. Così era per la musica, per i libri, per i film e tutto il resto. Come molti adolescenti mi piaceva vivere nel presente e far presa sulla realtà, non mi piacevano molto le regole imposte e non mi fidavo dei gusti che i mass media imponevano facendo passare per "chissà che" delle cose in realtà deplorevoli, allo stesso modo trovavo limitante leggere solo gli autori trattati a scuola e all'università.
Quindi a ventun'anni avevo letto e amato infinitamente Burroughs e tutti gli altri Beat, Sartre, Moravia, Kafka, Hemingway, Guthrie, Pasolini, Pirandello, Svevo, Calvino, Busi, Baudelaire e tutti i "maledetti" francesi, Poe, Mann, Hesse, Wilde, Handke, Goncarov, Dostoevskij e tanti altri autori che, se uno non fosse curioso e affamato di suo, un intero percorso scolastico farebbe rimanere nel più completo oblio, o quasi. La lettura di riviste specializzate di musica e di cinema mi fornirono ottimi strumenti per districarmi (allora non c'era internet, purtroppo) fin dai miei 15 anni, in questi ambiti. Amavo moltissimo i cantautori, soprattutto De André, Guccini, De Gregori, Conte, Dylan, Waits, Jim Morrison, la musica punk (The Clash e CCCP - Fedeli alla linea, su tutti) e il rock indipendente, ed i miei gruppi preferiti erano i Talking Heads, gli Smiths, i Sonic Youth e i Pixies. Appena maggiorenne feci la mia prima tessera al cineforum Buster Keaton di San Benedetto del Tronto. Il cinema stava entrando nella mia vita come un treno in corsa sottoforma della più grande e rivoluzionaria esperienza estetica che abbia mai vissuto, pari, se non maggiore, a certi viaggi "estremi" fatti in inter-rail per tutt'Europa.
Feci mia la frase di Francois Truffaut "tre film al giorno, tre libri alla settimana, qualche grande disco, faranno la mia felicità fino alla morte", ma ovviamente la vita e la ricerca della felicità necessitano di molte altre cose e quindi fin da subito mi presi delle licenze rispetto a questa "regola" truffautiana.
In quel periodo ebbi in regalo dai miei la mia prima telecamera, con cui realizzai i miei primi video, e nel 1993/94 all'Ipsia di San Benedetto del Tronto venne organizzato un corso di educazione all'immagine cinematografica e televisiva. Non persi l'occasione e lo frequentai...con eccitazione, direi. Allora erano sufficienti entusiasmo e curiosità per partecipare alle attività extrascolastiche che si tenevano a scuola, non c'era bisogno di attirare la nostra attenzione in termini utilitaristici e ricattatori come a me sembrano essere i crediti associati oggi a certi laboratori extracurricolari. Trovo triste che dei ragazzi adolescenti, che dovrebbero essere vulcanici e anticonformisti per natura, partecipino a dei workshop tematici e specifici, attirati più da crediti spendibili a scuola o all'università che da una voglia di accrescere il proprio bagaglio culturale e allargare i propri orizzonti e basta. Essermi laureato in lettere, con una tesi in storia dell'arte contemporanea, dopo il diploma da odontotecnico all'Ipsia "mi fa strano" anche se mi riempie di orgoglio essere riuscito a realizzare quello che desideravo ( pur con qualche complesso d'inferiorità rispetto ai laureati che hanno fatto il liceo). All'Ipsia ho incontrato studenti ed insegnanti straordinari ed ho fatto esperienze che ancora oggi sono rintracciabili nel mio modo di essere e di agire nell'ambito associativo-culturale. Essere stato rappresentante di classe dal primo al quinto anno e poi del comitato studentesco d'istituto, con cui ho guidato la storica occupazione del ‘93/'94 contro la riforma Iervolino prima, e contro la discesa in campo di Berlusconi poi, e l'aver fatto parte della redazione di Reporter (il giornale d'istituto), ha contribuito a farmi scoprire un buon comunicatore e soprattutto un buon organizzatore, caratteristiche essenziali per avventurarsi nel mondo dell'animazione culturale, didattico-multimediale e sociale.
Il primo nucleo di fondatori di Blow Up in realtà era estremamente eterogeneo, per età, sesso, interessi, orientamento politico, posizione sociale, formazione...Ma ad accomunare tutti noi c'era la voglia di metterci in gioco nell'ambito territoriale con un modo di fare cultura strettamente legato all'impegno sociale e all'idea di offrire la cultura partendo dal basso, come un servizio, nel quasi totale rifiuto della "politica degli eventi" che attirano tanta attenzione nell' "hic et nunc" senza poi lasciar traccia alcuna nel territorio e nelle persone, se non il ricordo di una bella esperienza fugace. Per noi la regola era riportare la cultura al centro della vita delle persone e dei cittadini, a partire dai bambini e dai ragazzi nelle scuole, fino ai centri anziani, passando per le parrocchie e per i bar, per gli ambienti di lavoro e per i quartieri periferici, ad un livello di autenticità dal quale in quegli anni ci si stava pericolosamente allontanando (si era tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta).
Erano gli anni in cui percepivamo con disagio e preoccupazione certe mutazioni socio-culturali, per non dire antropologiche, che poi ci avrebbero spinto a fondare Blow Up: stava avendo inizio il "disastro" che oggi sembra si stia concludendo, ma che è durato venti lunghi anni. Combattere il qualunquismo, la commercializzazione e la banalizzazione di tutto ciò che ci circonda, il cinismo, l'avere piuttosto che l'essere, l'idea che il denaro e il successo siano tutto, l'apparire (l'immagine) e l'ostentare, è stato fin da subito uno degli obiettivi dell'associazione. E' stato il nostro modo di combattere sempre e comunque dalla parte della cultura, convinti che questa debba essere alla base del vivere civile. Penso che a rendere estremamente attiva l'associazione per tutti questi anni siano state tutte queste cose messe insieme e sapientemente mescolate dal tempo e dalle circostanze.

Se dovessi fare un bilancio, tuo personale e dell'associazione che rappresenti, cosa è cambiato rispetto agli anni in cui avete iniziato? I problemi e le difficoltà, il contesto istituzionale ( gli enti locali con cui avete rapporti), l'atteggiamento dei fruitori della vostra offerta... come si è evoluto (o involuto) tutto questo nel corso del tempo?

La nostra è stata una battaglia culturale condotta un po' "donchisciottescamente" contro certe tendenze che, dai primi anni Novanta ad oggi, hanno cambiato quasi totalmente "la pelle" della società. Oggi però, dopo l'inseguimento di sciocche ambizioni e di obiettivi fuorvianti si sta ritrovando, pian piano, il senso delle cose. Il contesto istituzionale è sempre legato indissolubilmente ai mutamenti della società. Quello in cui ci siamo ritrovati ad operare non sfugge a questa regola. La "brutta china" che ha preso una parte considerevole della società e la perdita di fiducia nelle istituzioni da parte di molte brave persone, hanno contribuito all'ascesa e alla conservazione del potere di una delle peggiori classi politiche e dirigenti della storia d'Italia.
Fortunatamente, a livello locale (Marche e Abruzzo), di eccezioni ne abbiamo trovate e ne troviamo ancora diverse. Abbiamo lavorato e continuiamo a lavorare, con numerosissime istituzioni ed enti, Regioni, Province, Comuni, cooperative sociali, scuole di ogni ordine e grado, istituti penitenziari, università, centri di aggregazione giovanile, centri sociali, aziende private senza pregiudizio politico alcuno, certi che la cultura debba sempre essere al di sopra delle ideologie e delle posizioni politiche.
Ci siamo trovati sempre molto bene, ad esempio, a lavorare con le istituzioni a Grottammare, la città in cui la nostra associazione ha sede, ma in generale mi sentirei di dire che il modello trionfante dell'inautenticità e dell'apparire a tutti i costi perfetti pur senza esserlo, ci ha costretto a vestire a volte abiti un po' stretti sia a noi che ai nostri referenti istituzionali.
Troppo spesso una politica dell'offerta culturale al ribasso ha avuto la meglio. Troppe volte notiamo un certo timore ad osare, a sperimentare, a proporre iniziative che pretendano dal pubblico impegno e consapevolezza. Sempre più spesso si è costretti al compromesso, alla cosa ben fatta, di qualità ma che non voli troppo alta, che non spaventi nessuno...Perché oggi tutti vogliono starsene spensierati, la vita è già così difficile...E per noi per i quali fare cultura significa anche inquietare, porre interrogativi, far pensare e confrontarsi, far uscire allo scoperto gli spettatori rendendoli attori, a volte è dura.
E' come se le regole televisive dell'audience televisiva, e quelle aziendali dei risultati commerciali, siano penetrate in tutti i livelli della nostra vita facendo passare in secondo ordine la qualità e la sostanza. Il valore di un'operazione culturale non è mai stato, non è e non sarà mai sancibile dal successo di pubblico. E trovo molto pericoloso che la logica dei numeri e dei risultati metta in ombra tutto ciò che è rappresentato dal lavoro occulto quotidiano, dalla fatica del costruire il percorso, dalla lentezza dei passaggi intermedi di ogni azione culturale che si rispetti.
Nelle scuole, ad esempio, dove i presidi ora sono chiamati "dirigenti" (come se fossero a capo di aziende) fino a qualche anno fa si riusciva a proporre moltissimi laboratori di storia del cinema ed educazione al linguaggio cinematografico e televisivo da completare in due anni scolastici, in cui nel primo ci si occupava in modo approfondito di tutta la parte teorica, attraverso la visione di decine di sequenze e la loro analisi, e nel secondo si realizzava, rigorosamente insieme ai ragazzi, un video articolato in idea, soggetto sceneggiatura, storyboard, riprese e montaggio. La partecipazione del video conclusivo a dei concorsi nazionali non era sempre scontata perché al laboratorio veniva dato un valore indiscutibilmente intrinseco e la proiezione a fine anno con tutte le classi e qualche genitore poteva essere più che sufficiente ai fini della visibilità dell'attività svolta. Ora invece capita di ritrovarsi a tenere laboratori di pochissime ore in cui lo scopo è realizzare un video per poter partecipare ad un concorso che dia visibilità all'istituto che in tal modo spera di avere più iscritti (clienti?) l'anno successivo. In questo tipo di operazione è ovvio che, per mancanza di tempo (e di fondi), i ragazzi non fanno quasi nulla oltre che recitare, restando all'oscuro di come funzioni il linguaggio audiovisivo e di come si costruisca un video: l'ennesima vittoria della cultura dell'apparire (e dell'avere) su quella dell'essere.
Per quanto riguarda invece l'attività che svolgiamo per e con i soci, attraverso le tessere della Federazione Italiana Cineforum a cui aderiamo, le cose vanno bene, anzi, sempre meglio direi. Benissimo nei primi anni sociali, tra il 1995 e il 1999, così così tra il '99 e il 2003 e sempre meglio dal 2004 ad oggi, segno che qualcosa, dopo diversi anni un po' plumbei, sta cambiando in meglio. Sempre più persone, tra cui moltissimi giovani sotto i trent'anni, hanno voglia di tornare a seguire iniziative interessanti, che richiedano anche impegno, che "accendano" il cervello anziché spegnerlo e questo non può che stimolarci ed incentivarci a continuare così.
Dal 2004 ad oggi abbiamo fatto circa 3000 tessere e avuto molte migliaia di persone presenti alle nostre molteplici operazioni culturali.

Di fronte allo scadimento e ad una sorta di regressione della vita culturale nazionale che anche tu denunci, alla perdita della capacità critica e "pensante" degli individui nei confronti delle davvero poco esaltanti vicende della vita pubblica, quale pensate possa essere la carta vincente per contribuire ad invertire la tendenza, quale la direzione da intraprendere per rimettere la conoscenza, la cultura di qualità al centro della nostra vita sociale? Servono più i soldi (che non ci sono) o le idee?

Indubbiamente le idee. Noi lavoriamo tantissimo da sedici anni pur con dei finanziamenti pubblici molto contenutii. In questi anni abbiamo ricevuto attestazioni di stima e considerazione da parte di intellettuali (docenti accademici, registi, scrittori, assessori alla cultura, direttori artistici, critici e storici dell'arte e del cinema), artisti (musicisti, pittori, scultori, attori e registi, fotografi) e appassionati delle arti in genere che sono entrati in contatto con noi o hanno saputo delle nostre innumerevoli operazioni culturali. Tutti si sono stupiti del fatto che a realizzare queste numerose attività siamo sempre stati in pochi e soprattutto che lo abbiamo fatto avendo a disposizione pochissimi soldi pubblici. Abbiamo anche, soprattutto, il sostegno del pubblico, delle persone "normali" che ci seguono e ci stimano, ci incoraggiano, ci vogliono bene. Abbiamo anche la collaborazione e la stima di molti assessori e sindaci che continuano a darci fiducia, nonostante le difficoltà economiche in cui versano i loro comuni per colpa dei tagli indifferenziati fatti dai governi centrali negli ultimi vent'anni.
E' la forza della passione e la voglia di partecipazione alla vita civile che ci consente di andare avanti, al di là delle condizioni difficili. Le idee sono e dovrebbero sempre essere il vero motore della crescita... Trovo deplorevole comunque che chi è al potere non capisca che da una crisi economica e finanziaria come questa che stiamo vivendo si può uscire soltanto investendo risorse consistenti nella cultura, nell'istruzione, nella ricerca, in tutto ciò che potrebbe stimolare nuove idee, creatività, fantasia...Al contrario si investe sulle "scemenze", trascurando le energie e le potenzialità dei giovani.
Il nostro è un paese dalla realtà molto complessa e variegata in cui hanno prevalso nel corso del tempo tristezza e cinismo, truffe e furbizia, massacro e offesa dell' intelligenza e della creatività, in una tendenza insopprimibile all'immobilismo e al vittimismo. Voglio pensare però che come ci siamo rialzati dopo la seconda guerra mondiale, sapremo rialzarci anche adesso...qualcosa sta cambiando e presto rovesceremo l'agenda delle nostre priorità, nella quale i soldi e la cultura dovranno invertire le loro posizioni.

Cosa hanno comportato ai fini dell'organizzazione delle vostre attività la nascita e l'enorme
sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione come la rete e i social network, fattori di moltiplicazione degli scambi di conoscenza e informazione... li vedi funzionali ai vostri obiettivi culturali o suscettibili di divenire fonte di confusione e divisione tra le persone, o di un approccio superficiale alla realtà e alla conoscenza?


Tutto sommato siamo stati un po' lenti a cogliere le possibilità che ci potevano offrire lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie nella seconda metà degli anni Novanta. Tra noi, nel direttivo, ricordo che addirittura ci fu qualcuno che si oppose all'offerta di un amico informatico di realizzare gratuitamente un sito per l'associazione. Era il 1997, se non sbaglio, e la rete, nel giudizio poco lungimirante di qualcuno di noi, sembrava un fuoco di paglia. Invece tra il '98 e il '99 siamo stati molto vicini alla realizzazione di attività culturali in streaming, ma a questa nostra idea e proposta il territorio forse non era ancora pronto. Dunque, al primo appuntamento con la tecnologia abbiamo toppato noi, al secondo eravamo troppo avanti, tra alti e bassi ora cerchiamo di tenerci aggiornati, ma senza esagerare per non ritrovarci di nuovo fuori tempo. L'attuale direttivo, radicalmente diverso da quello del ‘97/'99, pur essendo costituito da più "immigrati digitali" che da "nativi digitali", vede molto positivamente l'avvento della rete, dei social network per tutte le possibilità che questi strumenti offrono e per le potenzialità che rappresentano per chi opera in campo culturale. E' ovvio che, un po' come già è accaduto per la televisione, se non conosciuti e "dominati", potrebbero risultare dannosi o inutili per le persone...

Come immaginate il futuro di Blow up in questi tempi "oscuri" per la cultura? E' importante per voi riuscire a coinvolgere più persone possibile nei vostri percorsi e progetti o è più importante contare sulla qualità e la consapevolezza di chi sceglie di aderire alle vostre proposte?

Come diceva Orson Welles attraverso il suo personaggio in "Il terzo uomo" di Carol Reed "In Italia, per trent'anni, sotto i Borgia, ci furono guerre, terrore, omicidi, carneficine. Ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo Da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno, ma in 500 anni di quieto vivere e di pace, che cosa ne è venuto fuori? L'orologio a cucù".
Questa è forse un'esagerazione... ma è pur sempre vero che solitamente noi esseri umani (e noi italiani in particolare) sappiamo tirare fuori il meglio nei momenti peggiori della nostra storia. Penso perciò che anche noi avremo, dopo quella dei paesi arabi, una nostra "primavera" (già se ne sono colti segnali). E forse siamo anche molto più legati di quanto si creda, sia geograficamente che culturalmente, al Mediterraneo e alle popolazioni che lo abitano che non al resto del continente di cui facciamo parte. Adoro l'Europa e la sento estremamente mia, avendola percorsa in lungo e in largo, ma il richiamo antico e viscerale del Mar Mediterraneo è molto forte ed anche inesplorato.
Nel futuro, per noi di Blow Up, c'è la voglia di continuare, come facciamo da sempre, a proporre iniziative valide, percorsi e progetti impegnativi ma anche stimolanti e godibili, con uno sguardo rivolto sia all'estetica che al sociale, sia al piacere della convivialità e del gusto che all'impegno sociale e civile. Contiamo sulle persone che ci appoggeranno e ci seguiranno, poche o tante che siano, nel desiderio di incontrarle e di metterci a loro disposizione.
Vorrei approfittare di questa intervista anche per richiamare l'attenzione sul nostro recente progetto LA 25IMA ORA, (da un film di Spike Lee) pensato per coinvolgere i giovani tra i 18 e il 30 anni. Un progetto che è in realtà una "chiamata", un appello a contattarci, ad avvicinarci, per costruire insieme qualcosa di importante e per cui siamo pronti a mettere a disposizione tutte le nostre possibilità ed esperienze con lo scopo far diventare concreti idee, spunti, progetti e, forse, sogni rimasti in un cassetto. Un progetto pensato per dare spazio e strumenti a giovani e giovanissimi che siano e intendano rimanere "affamati e folli" come vorremmo rimanere per sempre anche noi dell'associazione Blow Up.


di Maria Teresa Rosini

http://www.ilquotidiano.it/articoli/2011/11/03/112786/blow-up-diciassette-anni-vissuti-intensamente-intervista-al-presidente-sergio-vallorani


lunedì 11 febbraio 2013

Sylvia Plath




“Non pensavo di poter essere ferita,
pensavo di essere impenetrabile al male,
immune al dolore della mente
o dell’angoscia”



Sembra davvero tuo questo sorriso, questo lindo, definito apparire privo di increspature.
Si può, del resto, intuire la morte prima della sua epifania?
Lo sguardo sembra autentico: se occultare l’inferno è quanto hai richiesto a te stessa, ci sei riuscita per gran parte del tempo.
Le immagini lo dimostrano.
A quale specchio le hai rubate, nel tempo imparando a ridisegnarne i contorni, a cancellare segni e cicatrici, cesellando ogni particolare, piegando il desiderio con la volontà, misurando la distanza incoerente tra te e le parole cui affidavi il senso della tua realizzazione?
Non fidarti mai delle parole. Hanno trovato la strada per raggiungerti, per rivelarti il tuo inferno, per tracciare con precisione chirurgica i confini esatti della tua orribile imperfezione. La visione da cui nessun sorriso poteva riemergere era lì, compimento di un percorso rischioso che il caso ti ha aiutato a consumare in troppa solitudine. Nessun patto, niente contratti, clausole e postille non ti erano consentite. Hai avuto il dono di sapere troppo presto che la vita può diventare un vuoto simulacro se in una sola mano di carte investi tutta l’energia della tua fiducia.
E tu avevi giocato e perso la tua occasione già molto tempo prima di quella gelida mattina di febbraio.

Per Sylvia 11 febbraio 1963 - 11 febbraio 2013
Maria Teresa


Specchio

Sono esatto e d’argento, privo di preconcetti.
qualunque cosa io veda subito l’inghiottisco
tale e quale senza ombre di amore o disgusto. 
Io non sono crudele, ma soltanto veritiero 
quadrangolare occhio di un piccolo iddio.
Il più del tempo rifletto
sulla parete di fronte.
E’ rosa, macchiettata. Ormai da tanto tempo la guardo che la sento
un pezzo del mio cuore. Ma lei c’è e non c’è.
Visi e oscurità continuamente si separano.

Adesso io sono un lago. Su me si china una donna
cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.
Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.
Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Anche lei viene e va.
Ogni mattina il suo viso si alterna all’oscurità.
In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro
giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.

Sylvia Plath