Trilogia
di Copenaghen
di Tove
Ditlevsen (1917-1976) - Fazi editore 2024
Trilogia di Copenaghen, composto dai tre segmenti Infanzia, Giovinezza, Dipendenza, è l’opera più importante di Tove Ditlevsen (scrittrice e poetessa danese di romanzi, poesie e racconti, morta suicida nel 1976), ed è considerato oggi un vero capolavoro della letteratura del 900, definito dal «The New York Times Book Review» uno dei 100 migliori libri del XXI secolo.
E’ stato pubblicato
in Danimarca tra il 1967 e il 1971 in tre volumi distinti che sono usciti in
Italia nel 2022 da Fazi, editore che li ha poi riuniti in un’unica
pubblicazione nel 2024.
Ho letto
questo libro perché lui mi ha scelto: non ne conoscevo il titolo e tanto meno
l’autrice. Ma ha smosso un sottostrato personale che già avevo coltivato: romanzi
e autobiografie di donne alle prese con un femminile tormentato da
consapevolezze ricercate con determinazione e fatica, in un contesto di
disadattamento alla vita convenzionale e di esasperata ed esasperante vocazione
alla ricerca del senso e del confine della propria identità. La ricerca di
chi si è nel mondo si realizza spesso, nelle donne, nella scrittura
autobiografica.
Nella
lettura mi ha colpito subito la sobrietà spontanea e priva di ogni
autocompiacimento del suo stile. Il difficile contesto sociale di vita della
sua infanzia viene narrato nel succedersi, apparentemente occasionale e
distratto, dei racconti di eventi e dei personaggi quotidiani della sua
infanzia a Vesterbro
(quartiere operaio di Copenaghen) ai suoi, acuti e toccanti quanto fugaci, pensieri
sulla sua condizione di bambina alle prese con le contraddizioni e
l’indifferenza di un mondo adulto già indurito da terribili disillusioni.
La crescita si consuma in un’ansia vorace, carica di entusiasmi, alla ricerca di svolte esistenziali che hanno al centro la scrittura, ma anche la consapevolezza che ci sono sempre prezzi da pagare e compromessi da accettare. Ma La giovane Tove è disposta a correre rischi, a cogliere e confrontarsi con un turbinio di occasioni, personaggi, amori eventi. E paga sempre il prezzo delle sue scelte mentre si confronta col riemergere di un’infanzia dolorosa e, come per ognuno, incancellabile.
Nonostante sia
davvero divenuta ciò che voleva essere, una scrittrice riconosciuta e
pubblicata, cade, iniziata dal terzo marito, nella dipendenza da oppiacei e
farmaci, forse nell’ingannevole illusione di essere finalmente amata e in pace
con sé stessa. Riesce a descrivere in modo terribilmente efficace e con
straordinaria nitidezza le lusinghe e gli inganni dell’uso di sostanze. Ma l’uscita
dalle dipendenze, cui approderà grazie all’ultimo marito Victor, non è mai
definitiva, così come la resa dei conti con le lacerazioni della propria
infanzia.
Lo specchio in cui
precoci, dolorose esperienze l’avevano costretta a riflettersi è lì, pronto a
rimandarle ancora l’immagine miserabile e indegna da cui, per tutta la sua
intensa e travolgente esistenza e nonostante le conquiste conseguite, aveva
cercato di emendarsi.
Il suicidio deve
esserle apparso, alla fine, un modo di sfuggire a quello specchio, laddove la sua
più autentica vocazione, la scrittura, forse non riusciva più ad dissiparne l’angoscia.
INFANZIA
“Al mattino la speranza c’era. Si posava come un effimero
bagliore sui capelli neri e lisci di mia madre, che io non ho mai osato
toccare, e si stendeva sulla mia lingua insieme allo zucchero del semolino
tiepido che mangiavo lentamente, mentre osservavo le sue mani affusolate,
ripiegate l’una sull’altra, immobili sul giornale che parlava dell’influenza
spagnola e del Trattato di Versailles. Mio padre era andato al lavoro e mio
fratello a scuola. Perciò mia madre era sola, anche se c’ero io, e se restavo
perfettamente immobile senza dire nulla, la quiete distante del suo cuore
misterioso poteva durare finché il mattino non fosse invecchiato e lei non
fosse dovuta uscire per fare la spesa a Istedgade come una signora qualunque.
…Sarebbe rimasta lì seduta, con le mani placidamente
ripiegate l’una sull’altra e i begli occhi severi fissati sulla terra di
nessuno fra me e lei. E il mio cuore avrebbe ancora a lungo potuto mormorare: Mamma,
sapendo che lei, in chissà quale modo misterioso, lo udiva. Avrei dovuto
lasciarla in pace per un bel po’, così lei mi avrebbe chiamata senza parole,
con la certezza del legame tra noi.
…Ora che la speranza era infranta, mia madre si vestì con
movimenti bruschi e rabbiosi, come se ogni capo d’abbigliamento fosse stato
un’offesa alla sua persona. Dovevo vestirmi anch’io -il mondo era freddo,
pericoloso e inquietante - perché la cupa ira di mia madre sfociava sempre in
un ceffone o in uno spintone verso la stufa di maiolica. Era un’estranea
misteriosa, e io mi mettevo in testa di essere scambiata in culla, di non
essere affatto figlia sua.
…e dentro di me c’erano strani paroloni che mi strisciavano sulla mente come una membrana protettiva. Un canto, una poesia, qualcosa di lenitivo, di ritmico, d’infinitamente melanconico, ma mai triste né deprimente allo stesso modo in cui sapevo che sarebbe stato triste e deprimente il resto della mia giornata. Quando queste onde chiare mi scorrevano dentro, sapevo che mia madre non poteva farmi più nulla, perché in quel momento perdeva ogni importanza per me. Lo sapeva anche lei, e i suoi occhi si riempivano di una gelida ostilità.
GIOVINEZZA
…mi guardo intorno, mentre sto in mezzo alla mia famiglia, a
questi volti che mi circondano fin dall’infanzia, e li trovo stanchi,
invecchiati, come se gli anni che io ho impiegato per diventare adulta li
avessero totalmente consumati. Perfino le mie cugine, che non hanno poi tanti
anni più di me, hanno un’aria affaticata, logorata. Mio padre è molto taciturno
e serio, come ogni volta che porta il vestito della domenica. È come se la
fodera fosse fatta di pensieri cupi e pesanti, che lui indossa insieme a quel
completo.
… Ma io ho ormai smesso d’interessarmi a tutto quello che
succede a casa. Sono veramente viva solo quando sono a casa del signor Krogh. …
Dal signor Krogh mi faccio prestare dei libri, che poi gli restituisco dopo
averli letti

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