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mercoledì 22 gennaio 2014

Vita e opere di Carlo Bo incontro con il prof. Giorgio Tabanelli



La vita e l’opera di Carlo Bo a Grottammare.


L’associazione Blow Up di Grottammare, nell’ambito del suo programma di iniziative culturali, ha organizzato, sabato 25 gennaio alle ore 16,30, presso la sala Kursaal di Grottammare,  un  incontro sulla vita e le opere di Carlo Bo.
Rettore dell’Università di Urbino ininterrottamente per ben 54 anni, dal 1947 fino al 2001, anno della sua morte, docente di Lingua e Letteratura Francese e Spagnola, saggista, traduttore, giornalista, commentatore e notista di fatti sociali, politici e culturali, per oltre mezzo secolo ha collaborato come giornalista professionista con  alcune tra le maggiori testate giornalistiche italiane – “Milano Sera”, “La Nazione”, “Il Resto del Carlino”, “La Stampa”, “Il Corriere della Sera”.
Con i suoi amici del tempo – Luzi, Bigongiari, Parronchi, Macrì, Gatto, Pratolini,
Luzi e Carlo Bo
Landolfi -  è stato animatore di quel fenomeno di rinnovamento della letteratura, a partire dai primi anni Trenta del Novecento, che prende il nome di “Ermetismo”. Bo stesso definì quel fenomeno un’importante stagione della poesia, e “un momento  di bruciante interrogazione e di allucinazione e speranza”. Il nuovo regime spirituale da coniugare con la letteratura, portò il critico a  un’identificazione totale tra “letteratura e vita” intesa come “strumento di ricerca e di verità”. Carlo Bo fu anche uno straordinario lettore; egli ha donato all’Università di Urbino la sua biblioteca personale di oltre 100.000 volumi. 
In occasione della commemorazione della nascita – avvenuta il 25 gennaio 1911 – l’Associazione Blow-Up, di concerto con il Comune di Grottammare, intende ricordare la sua lunga e prolifica opera intellettuale, spesso controcorrente, attraverso la presenza e la testimonianza  di Giorgio Tabanelli, regista e docente di regia presso l’Accademia delle Belle Arti di Urbino, uno dei maggiori studiosi di Bo. In stretto contatto con il Rettore sin da studente, Tabanelli, oltre ad avere curato un’importante mostra su “Bo e

l’Ermetismo” nell’estate del 2012 a Rimini, ha pubblicato due importanti volumi: Carlo Bo: il tempo dell’Ermetismo (Marsilio Editori, 2011), libro che raccoglie le testimonanze dei poeti e scrittori della stagione ermetica, e Per Carlo Bo, pubblicato in occasione dell’ottantantesimo compleanno del Rettore urbinate: una significativa raccolta di testimonianze della vastissima comunità di uomini di cultura, giornalisti e scrittori  che lo hanno, conosciuto e stimato.                                                                         
Per l’occasione saranno presentati anche alcuni brani di documentari realizzati dallo stesso Tabanelli su Carlo Bo e gli amici poeti e scrittori fiorentini trasmessi dalla RAI a partire dalla fine degli anni Ottanta.
Assieme alla conferenza del prof. Tabanelli, che si focalizzerà principalmente sugli anni fiorentini della formazione di Carlo Bo e su alcuni testi fondamentali di quegli anni, verranno presentate le testimonianze di coloro che si sono avvicinati alla sua figura e che con il prof. Bo hanno avuto un rapporto diretto. Anche il poeta Eugenio De Signoribus ha annunciato la sua presenza. La conduzione dell’incontro sarà affidata a Filippo Massacci, che ha curato l’iniziativa in collaborazione con Alceo Lucidi.



L'ingresso è gratuito con la tessera F.I.C. 2013-2014 che, al costo di soli 10 euro, offrirà l'iscrizione all'Associazione Blow Up e l'accesso libero a tutte le iniziative della stagione (ne restano ancora una decina) fino ad aprile.


Contributi:


martedì 21 gennaio 2014

Carlo Bo di Giorgio Tabanelli

Carlo Bo (Sestri Levante, 25 gennaio 1911) nei primi anni Trenta, nel clima incipiente della dittatura fascista, giunto a Firenze per conoscere Giovanni Papini (il maggiore scrittore del tempo), iscrittosi alla Facoltà di Lettere di Piazza San Marco, conosce Piero Bargellini il quale comprende subito le sue qualità umane e letterarie e lo indirizza verso la critica letteraria  ...... >>>>>>>>SEGUE   
 di Giorgio Tabanelli

Nasce la Scuola di Giornalismo di Urbino di Carlo Paci



di Carlo Paci
Carlo Paci
Ho ben presenti i momenti del mio primo incontro con il grande critico letterario e Rettore dell’Università di Urbino, anche se sono passati quasi venticinque anni. Ma di una personalità tale, nulla si può dimenticare.
Per la morte dello stimato e valido presidente dell’Ordine dei giornalisti delle Marche, Ermete Grifoni subentrai io, che ne ero il vice.  

domenica 19 gennaio 2014

Conversando con Eugenio De Signoribus su Carlo Bo



Eugenio De Signoribus: 
Le prime immagini di Carlo Bo sono quelle legate alla mia vita di studente, quando frequentavo la facoltà di lettere dell’Università di Urbino, allora un istituto il cui prestigio era riconosciuto unanimemente dalla comunità scientifica nazionale.....  >>>>>SEGUE



Di Lucidi Alceo

mercoledì 19 ottobre 2011

Carlo Bo e il tempo dell' ermetismo

Ho visitato, a Rimini, presso il palazzo delle esposizioni, la mostra ( 21 – 27 Agosto 2011 ) dedicata all’esperienza “ermetica” di Carlo Bo e di quegli intellettuali che assieme a lui hanno contribuito a dare vita ad un movimento poetico-letterario con profonde implicazioni nell’ammodernamento e l’europeizzazione delle nostre lettere. Si è trattato di un’esposizione importante e fondamentale per almeno un paio di buone ragioni: in primo luogo in quanto l’esposizione ha costituito una novità assoluta in Italia, nel senso che il nostro paese mai aveva ospitato un evento simile sui poeti “ermetici” degli anni Trenta e Quaranta, né tanto meno sulla complessa e versatile figura intellettuale di Bo; in seconda battuta, per l’amorevole cura ed attenzione con cui il curatore della mostra, il prof. Tabanelli, ha raccolto la massa dei materiali rigorosamente autentici ( saggi, raccolte poetiche, riviste e lettere autografe), sottoponendosi ad un ragguardevole lavoro di ricerca e selezione delle opere presentante.


E' stato rappresentato così, in maniera efficace, uno spaccato della vita culturale italiana, in cui la letteratura divenne strumento di conoscenza esistenziale e di approfondimento spirituale, traducendo le angosce e le inquietudini etiche dell’uomo moderno, la problematicità dell’esistenza, e proponendosene come possibile via di uscita.

Alceo L.

domenica 6 marzo 2011

Carlo Bo ed il mestiere del lettore


di  Lucidi Alceo

Caro Filippo tu oggi mi chiedi di parlare di Carlo Bo, nel centenario della sua nascita e nel clima di celebrazioni che ha avuto inizio per ricordare la sua figura intellettuale, ed io accetto di buon grado questo tuo invito. Mi chiedi di esplorare il suo rapporto con la lettura e di certo debbo scendere in un discorso che si addensa negli angoli riposti della mia anima, che trova una luce di consolazione ed un riscontro spirituale in un diretto, coinvolgente, sentito e mai concluso rapporto di costruzione di senso con le mie letture, con una dimensione particolare di lettura. E’ quell’esercizio severo ma stimolante che chiama in causa principalmente la nostra vera natura spirituale, il nostro essere veramente lettori solo alla luce fortificante e sorprendente delle parole, per così dire sprovviste di quella parte di caducità, di meccanica ridondanza, di schematicità di pensiero e di uso a cui una letteratura leggera, consumistica, standardizzata vorrebbe abituarci, sensualmente assuefarci.

Non è facile spiegarlo anche perché il discorso rischia di farsi così complesso da sfuggire alle nostre stesse suggestioni o ad un orizzonte di senso in grado di racchiuderlo nella mia limitata, stentata riflessione, ai nostri stessi gusti spesso sforzati o malamente educati.
Bisognerebbe qui sgombrare il campo da ogni equivoco, da ogni fuorviante generalizzazione e puntare invece sul fatto che per Bo la lettura fu sempre strettamente collegata alla sua opera di critico letterario, di pensatore, più in generale di scrittore. Né avrebbe potuto essere diversamente dato il contesto culturale ed intellettuale in cui si formò: quella Firenze degli anni ’30 del secolo scorso, unico vero avanposto di rinnovamento letterario in Italia, attorno a riviste, caffè, librerie ed un’editoria progressista, Vallecchi in primis, che favorì un confronto costruttivo e per certi versi una contaminazione tra aspirazioni e sensibilità di letterati, i quali, pur partendo da formazioni diverse, si rivolsero verso una visione ampia, libera e riformatrice dei processi culturali nel loro essere critici ed autori assieme. Facendo della letteratura un credo artistico ed un ancora di salvezza, il crocevia di valori umanistici contro la disumanità del potere e della dittatura fascista.
Bisognerebbe poi inquadrare il reale bisogno di lettura di Bo, il suo modo di viverla e prima ancora di concepirla, fedele nel tempo e assimilata ad uno stile di vita, ad un parametro di misurazione del vero, nella sua dimensione di scoperta, come “strumento di conoscenza” e di “approfondimento spirituale ed intellettuale”, come ebbe modo di dire tante volte e come avrebbe sempre professato, dandone una tangibile prova nel desiderio irriducibile di una esistenza praticamente riportata e confrontata con la lettura, all’insegna dei libri. E’ quell’ “io ho letto la mia vita, non l’ho vissuta” che ne fa la cifra ideale di un atto che procede ben oltre la memoria di un testo, ossia lo stato di adesioni emotivamente immediate, di suggestioni superficiali ed esteriori, di adattamenti al tempo, di riduzioni in un terreno di speculazioni ideologiche o divagazioni retoriche o ancora di sterili polemiche suggerite più da un incondizionato pregiudizio che non da un attento giudizio. Non è lì che va cercato il Bo lettore, ma in una facoltà di intuizione spirituale più aperta ed anzi decisamente vibrante ai suggerimenti dell’animo, mossa da un moto ricorrente, interiore, umile perché continuamente ricercato nel silenzio, sempre alluso e mai ostentato, con al proprio centro l’altro libro, il libro primo, di natura “perpetua”, che si affianca a quello letto, “ovvero quel patrimonio di nozioni scontate dentro di noi, […] e che ci deve servire di controllo, come materia di confronto, la prima materia di apparizione”.

 Un lavoro sulla parola durevole, dunque, la lettura, un serrato ed impegnativo travaglio di attese, silenzi, interrogazioni spirituali, nel dialogo incessante tra la propria interiorità e quella dello scrittore con manifestazioni ed effetti di lunga durata e ben successivi alla semplice presa di visione di un testo o ad una scontata temporalità. Il gioco di parte attiva e rispondente del lettore nell’interpretazione di un testo, nella sua libertà di movimento all’interno di esso crea una circolarità di interessi e di vicinanze di pensiero e sentimenti che prolungano la lettura, le attribuiscono una dignità superiore, uno statuto di appropriatezza conoscitiva, e soprattutto una sua “algebra”, un suo “alfabeto”, vale a dire una lingua riconoscibile solo a patto di entrare tra le pieghe di un libro, di ricostruirne la rete di rimandi e di sensi sottesi, di coglierlo in controluce, di aggiungerlo ad una sorta di diario interiore con il quale leggiamo criticamente gli eventi e superiamo la nostra condizione materiale, dandole un respiro, un senso di compartecipazione alle problematiche umane di fondo, una memoria del tempo sicuramente più ampi e validi.
In questi termini la lettura diviene una sorta di educazione, attenta e prolungata, lo specchio delle nostre vicende e trasformazioni dell’animo, una misura di paragone sicura. Non è cosa di poco conto né che possa consumarsi in una fuggevole sensazione, piuttosto un processo lento, irreversibile, ripreso ad ogni nuova esperienza con il testo. Un lettore non finisce mai di esserlo e quel suo gesto di entrare a contatto con il libro è un modo per gratificare la propria esistenza, insomma per amplificarne la portata ed il senso, per farne la parte migliore dell’esistenza stessa: da qui il titolo del suo saggio “Letteratura come vita” del 1938, non a caso (ri)conosciuto come l’opera di riferimento di Carlo Bo e del movimento ermetico, additato come il migliore concentrato della visione estetica del letterato.
A fare da sfondo al modo di concepire la lettura di Bo, gli autori più amati, quelli della grande letteratura spiritualista francese della prima metà del XX secolo e più volte richiamati nei suoi scritti: da Gide a Rivière, da Sainte-Beuve ad Alain Fornier che cito solo di sfuggita qui ma dei quali raccomando ad ogni modo un approfondimento.
Vorrei però solo segnalare il caso di André Gide, un autore sviante, fuggevole, controverso, laicamente intransigente quanti altri mai eppure capace di dare un’idea lampante del senso vivo, partecipato della lettura concepito da Bo, riportandomi proprio alle parole usate dal critico per illustrare il carattere innovativo del metodo di Gide. E’ il modo migliore secondo me per onorare un uomo, la cui imponente figura intellettuale mi ha sempre trasmesso un senso di timore reverenziale (non ho mai avuto il coraggio di incontrarlo anche se ho frequentato la sua Università e lo sento vicino a me ogni giorno come figura di paterno conforto), così come Fabrizio De André visse artisticamente nell’eterna suggestione del maestro Georges Brassens.
“Leggere non significa trovare delle conferme anzi serve soltanto ad educare, quindi a portarci fuori dalle abitudini, dal vizio, dalla palude di noi stessi. A questo riguardo non so indicare nessun lettore migliore di Gide. Tutta la sua vita spirituale è determinata dal moda delle sue letture. Sarà la lettura cosciente, contrastata, ripresa di infiniti accorgimenti intellettuali […]. D’altronde una simile lettura coincide esattamente col senso della sua vita spirituale […] originale è per lui aprirsi costantemente al senso della riprova: ma una riprova per nulla consolata, anzi spregiudicata e sull’argine della perdizione. Prendiamo il Vangelo – se ci è considerato considerarlo come un libro – e vediamo la lettura che ne ha fatto Gide. […] Per Gide è stato un libro aperto, vuol dire che la sua lettura è continuata al di là del testo pratico, il Vangelo fuso nell’ordine della sua vita non ha cessato di suscitare delle domande, di offrire delle nuove soluzioni. Gide deve averlo letto per riconoscersi e non in quelle parti che gli erano uguali e quindi indifferenti ed inutili del testo ma su quei punti che costituivano un impedimento e cadevano come oggetti di dialogo: di quel dialogo che è l’unica forma vera del suo discorso. Lo hanno accusato di sforzare il senso dei libri che leggeva ma dimenticavano che un libro è vivo proprio per il numero di interpretazioni che sostiene ed ammette, senza contare che appena un motivo era accettato nella sua storia diventava inerte ed oggetto di superamento”.
Per ulteriori approfondimenti ho predisposto di seguito una piccola bibliografia di testi decisivi per la comprensione del percorso di formazione del Bo lettore. Alcuni con un po’ di pazienza ed attenzione sono ancora in circolazione. Esiste un sito che raccoglie in rete le principali librerie antiquarie d’Italia dove è facile trovarli ed è il seguente: http://www.maremagnum.com/

Bibliografia di riferimento

1) C. Bo “Della lettura”, Urbino, Quattro Venti, 1987
2) C. Bo “Della lettura ed altri saggi”, Firenze, Vallecchi, 1953
3) C. Bo “Diario aperto e chiuso, Milano, Edizioni di Uomo, 1945
4) C. Bo “La religione di Serra, Firenze, Vallecchi, 1956
5) Giorgio Tabanelli, “Carlo Bo, il tempo dell’Ermetismo”, Milano, Garzanti, 1986, (edizione aggiornata in: Venezia, Marsilio, 2010. Disponibile in tutte le librerie e su siti internet specializzati).



Presentazione della fondazione Carlo e Marise Bola biblioteca di Carlo Bo
http://www.youtube.com/watch?v=K7WvvZz77A8

mercoledì 21 gennaio 2004

Nasce la Scuola di Giornalismo di Urbino di Carlo Paci



Carlo Paci 
Ho ben presenti i momenti del mio primo incontro con il grande critico letterario e Rettore dell’Università di Urbino, anche se sono passati quasi venticinque anni. Ma di una personalità tale, nulla si può dimenticare.
Per la morte dello stimato e valido presidente dell’Ordine dei giornalisti delle Marche, Ermete Grifoni subentrai io, che ne ero il vice.
Nell’Istituzione l’idea di aprire una scuola di giornalismo presso l’Università urbinate era già stata affrontata e toccò a me – con la collaborazione del segretario Gianni Rossetti (che poi ne diverrà direttore) – di affrontare la fase decisiva del progetto che trovò l’immediata approvazione del Rettore Carlo Bo.
Si era intorno alla primavera del 1990 e il professor Carlo Bo ci diede un appuntamento che diventò decisivo per la scuola.
A breve ebbi l’occasione di incontrarmi altre volte con il “Magnifico” (come voleva essere chiamato) riuscendo perciò a catturare, quanto più possibile, alcuni aspetti del suo carattere. Fisicamente era abbastanza imponente, il volto con un’ espressione – se mi è permesso – di gatto sornione pronto, però, a urlare ordini perentori.
Con una certa civetteria cercai di entrargli in grazia perché avevo notato che suddivideva le conoscenze in gradite, meno gradite e indifferenti. Questa graduatoria la si riscontrava platealmente nell’atto di essere suo ospite all’interno della sua modesta stanza di Rettorato. Ai primi veniva, infatti, offerto il vermouth e un biscottino prelevato dalla famosa scatola di latta dei “Lazzaroni”. Alla seconda categoria solo il vermouth. Alla terza l’invito ad accompagnarlo gentilmente alla porta, rivolto al fedele “commesso”.
Lo stesso comportamento si rivelava negli inviti a pranzo, al termine dei  quali, alla prima venivano offerti il caffè e una pasta (la scelta cadeva sempre sul bignè); alla seconda solo il caffè, per gli ultimi non c’era nemmeno l’invito a pranzo.
Seppi dai suoi fedeli che era un appassionato raccoglitore di ex libris ed io riuscii ad ottenerne uno di Adolfo De Carolis che gradi enormemente. Ma il colpo di fortuna fu su un aspetto fisico delle donne, per le quali lui nutriva altrettanto nota attenzione.
Avvenne un giorno, all’uscita dal Rettorato,  mentre ci recavamo al Circolo per il pranzo,    incrociammo un gruppo di giovani donne, al che gli feci notare che le Urbinate avevano tutte delle belle gambe impreziosite da eleganti muscolature dovute ai continui saliscendi della città di Urbino.
Fu il colpo decisivo per entrare nella sua considerazione.
Al di fuori di queste noticine da considerarsi veramente di poca consistenza cronachistica, il ricordo più importante di Carlo Bo è senza dubbio il rispetto (a volte fino all’adorazione) del rapporto con la città e gli Urbinati che apprezzavano le sue iniziative di alta cultura legate alla sua statura di letterato, romanziere, poeta, critico, docente ed editorialista di esclusive terze pagine.
Una simbiosi anche sul piano civile essendo stato per più legislature a Palazzo Madama fino alla sua nomina a senatore a vita, ad opera del presidente della Repubblica Pertini.
 Nelle rare occasioni in cui ho avuto la fortuna di ascoltarlo, quando i discorsi non erano solo progettuali per la scuola di giornalismo, si rimaneva affascinati dalla facilità di apprendimento dei suoi concetti sull’arte espressi con un gradevole eloquio punto dottorale.
Dinanzi il suo curriculum di Magnifico Rettore (per 53 anni!) si rimaneva sconcertati ad  essergli vicini ed accettati.
 Quando lo conobbi lui aveva 79 anni, ma da tempo era già un monumento del sapere e la sua personalità era già prestigiosa nel mondo della cultura. Eppure nel tratto era semplice, sempre comprensivo, a volte  sobriamente ironico.
Concludendo, a dimostrazione della validità della scuola di giornalismo presieduta da Carlo Bo, oltre a risultare la seconda – per importanza - in Italia, dopo quella di Milano, ha creato finora oltre trecento giornalisti molti dei quali di buona firma.    

 di Carlo Paci

lunedì 19 gennaio 2004

Carlo Bo di Giorgio Tabanelli


Carlo Bo (Sestri Levante, 25 gennaio 1911) nei primi anni Trenta, nel clima incipiente della dittatura fascista, giunto a Firenze per conoscere Giovanni Papini (il maggiore scrittore del tempo), iscrittosi alla Facoltà di Lettere di Piazza San Marco, conosce Piero Bargellini il quale comprende subito le sue qualità umane e letterarie e lo indirizza verso la critica letteraria. Con Nicola Lisi e Carlo Betocchi, gli scrittori del “Frontespizio” (la più nota e diffusa rivista di quegli anni), si verranno a creare un clima umano e un’amicizia per Bo indimenticabili (“si distinguevano soprattutto per il grande senso di umanità e di amicizia che avevano. Cosa che poi non ho più ritrovato” Carlo Bo). 
Egli dà vita con alcuni amici universitari  (Mario Luzi, Leone Traverso, Piero Bigongiari,


Alessandro Parronchi, Oreste Macrì) a un sodalizio di giovani poeti e scrittori che si ispirano alla poesia simbolista europea. I loro poeti di riferimento: Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Clemente Rebora e Dino Campana.

   La collaborazione alle riviste del tempo (“Letteratura”, “Corrente”, “Campo di Marte”, “Prospettive”, “Incontro”, “Primato”, “Rivoluzione”, e diverse altre), la polemica contro il fascismo, il culto della poesia, il rifiuto della storia e la traduzione dei maggiori poeti e scrittori stranieri, sono i presupposti che danno vita in quegli anni al movimento poetico-letterario più importante del Novecento: l’Ermetismo.
   “E’ stato un momento – peraltro molto vivo e intelligente – della poesia e della letteratura del Novecento. […] La poesia rappresentava l’unica lingua di questa nuova tribù.” (Carlo Bo)
   A quel nucleo di giovani e all’incipiente “movimento ermetico” (a cui si sentono uniti per ragioni poetiche ed esistenziali, Vittorio Sereni e Giancarlo Vigorelli, dalla Lombardia) sono più o meno collegati, a Firenze – per interessi e letture comuni, affinità, o anche per semplice amicizia – quelli che saranno i maggiori scrittori del tempo: Elio Vittorini, Vasco Pratolini, Romano Bilenchi, Tommaso Landolfi, Alfonso Gatto, Antonio Delfini, Carlo Emilio Gadda (e illustri “colleghi” stranieri di passaggio a Firenze: “Tutti sono stati a Firenze, o ci sono passati o vi hanno idealmente scritto.” Carlo Bo).
   Altri poeti del Novecento, coevi a questa generazione, saranno più o meno coinvolti nel confronto serrato con i temi esistenziali della “nuova poesia”: Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Libero De Libero, Sergio Solmi, Leonardo Sinisgalli, Sandro Penna. 
   Le prime importanti scoperte e letture, cui seguono le prime traduzioni, dei grandi poeti e scrittori – francesi, spagnoli, inglesi, tedeschi, russi, americani – avvengono in un clima crescente di discussione e confronto, quasi sempre al Caffè delle Giubbe Rosse, o nelle diverse trattorie e caffè di Firenze.
Montale e Vittorini al caffè delle Giubbe Rosse
   La Francia, in particolare, è la principale e comune fonte d’ispirazione – una sorta di “terra promessa” – per le acute e profonde riflessioni, da cui ha origine la sterminata
produzione letteraria di quegli anni: poesie, prose, racconti, romanzi, traduzioni, saggi, antologie, pagine di critica letteraria, articoli di giornale.
   Carlo Bo, nel 1938, incoraggiato da Piero Bargellini a riflettere sui giusti rapporti fra Vita e letteratura (il libro di Charles du Bos di quegli anni), è autore del saggio “Letteratura come vita”, considerato il manifesto dell’Ermetismo.
   Primo traduttore delle poesie di Federico Garcìa Lorca, dei lirici spagnoli e francesi, nell’ottobre del 1938 è all’Università di Urbino incaricato di Lingua e letteratura francese e di Lingua e letteratura spagnola (è Piero Bargellini a indicare a Bo, la cattedra a lui destinata).
   Tra i saggi più importanti: Otto studi (1939), Bilancio del Surrealismo (1944), L’assenza, la poesia (1945), Mallarmé (1945). 
   Dopo la collaborazione negli anni di guerra a  “La Nazione”, il giornalismo di Bo, a partire dal ’45,  si estende alle maggiori testate italiane del dopoguerra: “Milano-Sera”, “Il Nuovo Corriere”, “Il Corriere di Milano”, “L’Europeo”, “La Stampa”, “Il Resto del Carlino”, “Il Sabato”, “Gente”, “Il Corriere della Sera”.
   Impossibile enumerare o soltanto citare le introduzioni, recensioni, segnalazioni critiche, prefazioni, e le riviste a cui ha collaborato dal ’45 all’anno 2001.
   Nel dopoguerra la produzione saggistica è continua e incessante: Inchiesta sul Neorealismo (1951), Della lettura e altri saggi (1953), Riflessioni critiche (1953), L’eredità di Leopardi e altri saggi (1957), La religione di Serra, saggi e note di lettura (1967).
   Accanto alla critica letteraria, nasce in Bo quell’attenzione e quella analisi dei fatti quotidiani che lo rende acuto osservatore e critico dei costumi e delle tendenze nel rapido susseguirsi delle diverse stagioni. La riflessione morale e religiosa è condensata in diverse raccolte di saggi: Scandalo della speranza (1957), Siamo ancora cristiani? (1964), Sulle tracce del Dio nascosto (1984), Solitudine e carità (1985).
   Eletto Rettore dell’Università di Urbino nel marzo del ’47, nel volgere di un decennio trasforma un piccolo Ateneo di provincia in un centro di studi internazionale (verranno chiamati ad insegnarvi insigni personalità del diritto, della scienza e degli studi umanistici,  fra cui “i vecchi amici”, Traverso, Luzi e Parronchi).
   Dal tempo della guerra scandisce la settimana, pendolare in treno fra Milano e Urbino, e le diverse città che lo richiedono per celebrazioni, convegni, conferenze, premi letterari ed eventi pubblici (culturali, sociali e politici).
   La sua esperienza di “timoniere” dell’Ateneo urbinate costituisce un primato assoluto: è Rettore  Magnifico dal ‘47 ininterrottamente, fino alla sua morte, avvenuta a Genova il 21 agosto 2001.
   Nel luglio 1984 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini lo nomina Senatore a vita “per alti meriti culturali” ma anche per il suo impegno civile e politico.
   Il suo “magistero culturale” –  nel corso dei vari decenni – non ha avuto limiti: critico letterario, docente universitario, giornalista, rettore, commentatore e notista politico, religioso e di costume, presidente di giuria di premi letterari, umanista, senatore della Repubblica.       
   Carlo Bo è uno dei lettori – di libri, di uomini e di avvenimenti – più assidui, acuti e profondi del Novecento è “il personaggio corale” per antonomasia.   

di Giorgio Tabanelli 

Conversando con Eugenio De Signoribus su Carlo Bo






Ammetto di avere assaporato in solitudine il desiderio crescente di riuscire un giorno a parlare della figura di Carlo Bo con il prof. Eugenio De Signoribus, poeta ormai inserito a pieno titolo tra i grandi del nostro lirismo contemporaneo.
De Signoribus fa parte di quel genere di uomini che non ostenta la propria soddisfatta condizione, né tanto meno sceglie di farsi scudo del sapere accumulato per porre in risalto la propria persona o arrogarsi il diritto di elargire concetti come fossero verità di saggezza distillate. Non ne ha bisogno, perché ha capito che compito di tutti noi, e del poeta più in particolare, è quello di fondare un dialogo solido e duraturo con il prossimo incentrato su un moto di comprensione, calda generosità dei modi, gentilezza d’animo elevata a gesto di rinuncia di una parte di sé.
De Signoribus ci suggerisce che se esiste un modo per trasmettere il proprio bagaglio di esperienze esso non passa certo per le vie dell’imposizione o dell’altezzosità, della protervia o dell’affettazione, quanto piuttosto per una lenta decantazione dell’eco delle parole nell’anima dell’ascoltatore, lasciando che esse si condensino accompagnate da piccoli gesti di amore: dalla tenerezza di un sguardo alla pacatezza del tono, dall’intransigente purezza intellettuale all’ascolto rispettoso.
Ecco come si spiega la larga disponibilità con cui mi si è rivolto e per la quale mi ha introdotto in aspetti anche “intimi” della propria esistenza con la naturalezza e la gioia nascoste di una persona candida e trasparente. Prima ancora che uno scrittore, in effetti, De Signoribus è un cittadino innamorato del proprio paese che riflette, con amarezza ma anche con la giusta acutezza, sullo stato di involuzione culturale, sociale, economica e morale della nazione. Non è una stanca litania di critiche impietose, né il solito vittimismo impotente, a cui gli italiani sembrano essersi da troppo tempo abituati, quanto piuttosto un monito accorato.
Si delinea allora in De Signoribus  la visione disincanta di un letterato addolorato dalle ferite inferte al proprio paese da tutta una demagogia politica o, peggio ancora, da anni di manipolazione ed offuscamento delle coscienze. Nonostante tutto, ciò che sembra più rattristarlo è l’assenza di voci intellettuali critiche nei confronti di un conformismo divorante che fa strame di ogni indipendenza di giudizio od anche di un sentimento di sana indignazione contro l’acquiescenza montante, cresciuta in maniera esponenziale.
A De Signoribus, anche per una nobile discretezza e delicatezza di modi, con i quali fa sì che a parlare siano i silenzi più che le parole, rendendoli eloquenti di uno stato d’animo oppure sintomatici di un pensiero appena svolto, pongo poche essenziali questioni circa il suo rapporto intellettuale e spirituale con Bo, in cui è più che palpabile la nostalgia per una cultura “umanizzata”, vicina ai veri rovelli esistenziali dell’uomo.

Alceo Lucidi: Prof. De Signoribus come ha conosciuto Carlo Bo e quali sono i suoi primi ricordi del rettore?

Eugenio De Signoribus: Le prime immagini di Carlo Bo sono quelle legate alla mia vita di studente, quando frequentavo la facoltà di lettere dell’Università di Urbino, allora un istituto il cui prestigio era riconosciuto unanimemente dalla comunità scientifica nazionale. Ad Urbino Bo si era circondato di alcuni intellettuali con i quali aveva già intrecciato contatti e scambi culturali proficui durante il soggiorno fiorentino degli anni Trenta, così fecondo di scoperte letterarie. Ricordo di avere avuto come professore di Storia dell’Arte Alessandro Parrochi, del quale ho seguito gli interessantissimi corsi, ma anche della presenza fecondante di Mario Luzi, che lo stesso Bo aveva voluto ad Urbino come docente di letterature comparate. Al nucleo iniziale di insegnanti, che si insediarono dopo la costituzione della facoltà, in quel lontano 1956, vanno aggiunti i nomi di Mario Petrucciani, Claudio Varese e di Rosario Assunto (che ha ricoperto la cattedra di estetica per 25 anni).
Comunque, non ho mai avuto da studente rapporti particolari con Bo che vedevo come una figura di intellettuale raffinato e compunto verso la quale si provava un certo timore reverenziale oppure un profondo senso di rispetto. L’unico mio rammarico è stato quello di non essere riuscito a sostenere con lui l’esame di letteratura francese perché quel giorno, per via dei suoi innumerevoli impegni, finì per essere assente e fui allora interrogato da uno dei suoi tanti assistenti, un certo Piacesi. Il fatto di non avere potuto annoverare la sua firma nel mio libretto di studente mi dispiacque proprio per l’alta stima e considerazione in cui lo tenevo e per la precocissima personalità di intellettuale, che aveva contribuito alla valorizzazione di decine di poeti del periodo tra le due guerre mondiali - soprattutto francesi e spagnoli - con la quale mi era noto.

Alceo Lucidi: Ad ogni modo, successivamente ai suoi studi, ebbe modo di avvicinarlo ed entrare in contatto con Bo, soprattutto quando il rettore si fece, per così dire, sostenitore della sua poetica, in particolare attraverso uno scritto intitolato “Eugenio De Signoribus: il nuovo classico della poesia italiana”.

Eugenio De Signoribus: Si,  in effetti l’articolo del prof. Bo, apparso sulla rivista “Gente” ed ora raccolto in un libro dedicato allo stesso Carlo Bo, intitolato “Citta dell’anima” e pubblicato dalla casa editrice anconetana “Il lavoro editoriale”, ebbe una certa risonanza nell’ambiente accademico urbinate e, prima ancora, in quello degli scrittori e poeti locali. Purtroppo in senso negativo perché mi attirò una serie di critiche e gelosie che francamente non mi aspettavo. Carlo Bo si esprimeva certo in mio favore considerandomi come un poeta dai toni e contenuti originali con avanti a sé un avvenire che si augurava roseo. Mi paragonava, inoltre, operando un accostamento molto forte, a due voci autorevoli del panorama lirico del secondo dopoguerra, come quelle di Gatto e Luzi, a loro volta scoperte e valorizzate, per la freschezza del tono, da Eugenio Montale.
Ma, a parte le polemiche, che sono sempre fini a se stesse e non aggiungono nulla al dibattito, debbo dire che il prof. Bo, da quando si è accostato ai miei scritti, ha sempre mantenuto un atteggiamento premuroso e accondiscendente nei confronti della mia persona e, più in generale, della mia produzione poetica.
Nei numerosi premi letterari ai quali ho preso parte ed in cui si trovava ad essere un membro della giuria - penso, che so, al premio “Gentile da Fabriano”, dove adesso siedo come giurato anche se non ritrovo più lo spirito del premio di un tempo e di cui fui il primo, tra l’altro, a vincere nella sezione dedicata alla poesia - si è sempre espresso a mio favore. A questo proposito ricordo un episodio simpatico: una volta, alla consegna di un riconoscimento in seno ad un concorso letterario, prima di stringermi la mano, mi fece l’occhiolino, come se volesse testimoniarmi il suo apprezzamento nonostante fosse noto per la riservatezza del carattere. Io che lo vedevo ancora come una persona estremamente composta rimasi, a dire il vero, perplesso, anche se cominciava a maturare nei suoi confronti un tipo di approccio che, ben lungi dall’essere fondato e segnato da un sistema di relazioni ed incontri stabili, si riversò invece nel campo di una frequentazione spirituale.

Alceo Lucidi:  Può spiegarci cosa intende con quest’ultima definizione?

Eugenio De Signoribus: Intendo un rapporto non basato su una rete consolidata di frequentazioni quanto piuttosto su un’intesa che si reggeva in base alle letture incrociate di cose mie e sue, ad una certa complicità d’animo, agli sguardi o ai cenni intrattenuti quando ci vedevamo nelle occasioni ufficiali, alle riflessioni, soprattutto, a cui i suoi scritti mi inducevano. Debbo dire che questa corrispondenza elettiva si è rafforzata nel corso degli ultimi anni della vita di Bo, quando già il rettore era piuttosto cagionevole di salute. Prima che ci lasciasse gli avevo anche spedito una lettera in cui lamentavo la condizione generale dell’Italia, così deplorevole ed avvilente. Era un mio sfogo, che non so neanche se Bo sia riuscito a leggere francamente o nei confronti del quale abbia avuto il tempo e la forza di rispondere.
La sua spiritualità, il suo cattolicesimo, che io definirei non pacificato, si apparentano bene alla mia disposizione interiore, al dominio della mia sensibilità umana e poetica.

Alceo Lucidi: Cosa le manca e, di riflesso, ci manca, di più di una figura come quella di Bo nella società attuale? Quale pensa sia il più grande insegnamento che Bo, e con lui la schiera degli uomini di cultura del periodo ermetico, ci hanno lasciato?

Eugenio De Signoribus: Direi che oggi in Italia manca quasi totalmente lo spirito di collaborazione e di solidarietà che, invece, fece da humus allo sviluppo di un contesto intellettuale, come quello ermetico, in cui si misero assieme capacità, aspettative e speranze per creare un tipo di sensibilità culturale, ma potrei anche dire umana ed etica, in grado di allargare le prospettive sulla nostra letteratura ed alimentare un fronte di resistenza civile e di pensiero alle manifestazioni più degeneri e retoriche del Fascismo. Oggi, al contrario, sembra tutto così supinamente asservito a logiche conformiste e speculative che riesce difficile anche solo pensare a quello sforzo collettivo di personalità diverse - voglio dire con esperienze e formazioni ideologiche ed intellettuali eterogenee - se non nei termini di un lontano richiamo o di un’esperienza irrimediabilmente trascorsa. Se solo avessimo il coraggio di farci carico, assieme e responsabilmente, del futuro di questa travagliata nazione la situazione non potrebbe che migliorare. Puntando innanzitutto sul futuro dei giovani e dando loro fiducia.
Ad esempio, sempre riferendomi al “Premio Gentile Da Fabriano”, dove da qualche anno hanno accorpato le sezioni prima dedicate distintamente alla poesia e alle arti visive, ho cercato di inserire nelle rose dei candidati anche dei nomi di giovani scrittori, ricercatori od artisti che, a mio modo di vedere, si erano particolarmente distinti nel panorama nazionale, anche se, purtroppo, negli ambienti della cultura ufficiale, mossi spesso da severe logiche di appartenenza o profili di interesse commerciale e di immediata visibilità, non ho riscosso particolare seguito. Secondo me esiste un deficit di speranza nelle “sorti progressive” della nostra amata patria che va sanato al più presto. Di questo la classe dirigente ed intellettuale italiana dovrebbe essere cosciente e farsi carico in qualche misura.

di Alceo Lucidi  


Eugenio De Signoribus
Eugenio De Signoribus  è nato nel 1947 a Cupra Marittima, Ascoli Piceno, dove vive. Ha pubblicato i seguenti percorsi poetici: Case perdute, 1976-1985 (il lavoro editoriale, Ancona 1989); Altre educazioni, 1980-1989 (Crocetti, Milano 2001); Istmi e chiuse, 1989-1995 (Marsilio, Venezia 1996); Principio del giorno, 1990-1999 (Garzanti, Milano 2000); Ronda dei conversi, 1999-2004 (Garzanti, Milano 2005). I cinque libri sono stati raccolti nel volume Poesie 1976-2007, con la sezione inedita Soste ai margini, 2005-2007 (Garzanti, Milano 2008). Nel 2011, sempre da Garzanti, è uscito Trinità dell'esodo, 2005-2010.