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martedì 4 marzo 2014

Mandami tanta vita di Paolo Di Paolo



proposta di lettura di Pier  

“Mandami tanta vita” … finalmente, un libro che ha a che fare con la letteratura!  Uno di quei libri che appena lo hai finito di leggere ti lascia l’amarezza di averlo divorato con troppa fretta, e vorresti averlo assaporato meglio, con più calma, anzi, vorresti non averlo mai letto per poterlo scoprire di nuovo.......... segue 

proposta di lettura di Eleonora

Questo libro è innanzitutto emozionante,travolgente e di una tenerezza disarmante, un  eterno rincorrersi, una tensione verso il futuro e l’ansia di fare, di conoscere,  tutto si cristallizza nelle emozioni di base che guidano ogni essere umano, senza eccezioni, con tutte le nostre protezioni......... segue

proposta di lettura di Alceo


Avere messo un gigante del pensiero contemporaneo, come Gobetti - per l'arguzia e la forza delle idee, l'intrepida e vasta intelligenza critica e del cuore - in un romanzo portato a tutti..............è stata la grande, previdente intuizione ...... Che durerà....... segue

sabato 14 settembre 2013

Il romanzo tra realtà e invenzione letteraria : intervista a Paolo Di Paolo autore di Mandami tanta vita



Paolo Di Paolo appartiene a quella categoria di scrittori dei quali riescono ad entusiasmarci non solo le opere ma tutto il loro essere persona: l’argomentare che cattura e mantiene l’attenzione, la capacità comunicativa, l’umiltà nel voler condividere idee e riflessioni, l’ascolto, la passione e il profondo radicamento a ciò che si è e a ciò che si fa. Tutto ciò che insomma rende reale e priva di qualunque orpello narcisistico la comunicazione tra scrittore e lettori, che fa in modo che possano incontrarsi davvero. E trovare tutto questo in uno scrittore così giovane riempie di entusiasmo.
Parliamo allora con lui del romanzo, non solo di quello che Di Paolo ha scritto, ma del “romanzo” come forma di espressione complessa, dei vari modi in cui l’autore si coniuga  con la materia concreta del suo scrivere, del rapporto tra finzione e realtà, del perché alcune storie rischiano di sembrarci improbabili o disturbanti lasciandoci, alla fine, indifferenti,  altre finiscono per travolgerci e riuscendo nel difficilissimo compito di non lasciarci più gli stessi dopo la loro lettura.
  1. Mi sembra che il tuo romanzo su Gobetti si possa inserire in un filone della narrativa contemporanea che costruisce “storie” prendendo l’avvio da persone reali, del passato o della cronaca del presente.  Rielaborandone le vicende pubbliche documentate e facendosene in qualche modo “attraversare”, lo scrittore ne esplora la dimensione più emotiva e privata e usa la scrittura per comunicarla. Nel suo sorprendente saggio “Fame di realtà”, David Shields, riferendosi soprattutto alla letteratura anglossassone,  parla del rapporto tra finzione e realtà nel romanzo e afferma la presenza di segnali (in scrittori come Sebald e Naipaul) di “un ritorno postmodernista alle radici del romanzo in quanto forma essenzialmente meticcia, in cui il materiale “autentico” viene ordinato, immaginato, modellato come “invenzione letteraria”.  Ti chiedo se sei d’accordo e cosa ne pensi anche in relazione alle letterature contemporanee di paesi diversi?

Sono stato influenzato molto dal lavoro di scrittori non solo italiani che, negli ultimi anni, hanno mescolato "vissuto" autentico e invenzione romanzesca. Sebald, certo (si nota sempre più il segno che ha lasciato leggendo libri appunto ibridi, peregrinazioni tra saggio e romanzo, racconti "sulle tracce"), ma anche – per quel che mi riguarda – Uwe Timm (penso a "L'amico e lo straniero" in particolare, ma anche a "Come mio fratello"), Jean Echenoz ("Ravel", "Lampi") o autori italiani come Trevi ("Senza verso", "Qualcosa di scritto") e Sebaste ("H.P. L'ultimo autista di Lady Diana"). In tutti questi casi, il tema dell'autenticità del racconto, di un racconto in genere – anche quando non esplicito – è centrale. Ed è centrale per me, lo è stato fin dalle prime cose che ho scritto: uno dei primi, e più autobiografici, libri si chiamava "Come un'isola" (2006): cercavo di orientarmi, a posteriori, nella vita di una mia insegnante di liceo morta prematuramente. Ciò che ne restava era l'immagine troppo parziale di lei appunto dietro una cattedra. E tutto il resto? Fra documenti e fotografie ho scoperto un'altra vita, un'altra "D." - così per tutto il libro la nomino non nominandola. Ma un'esistenza, come diceva Tabucchi, non è in ordine alfabetico, è fatta di briciole e il problema, appunto, è "raccoglierle dopo". Con tutto il rischio di fraintendimenti e di errori che questo gesto comporta. Maneggio con imbarazzo e difficoltà l'invenzione pura, e lo riconosco come un limite: forse proprio l'ansia di allontanarmi dall'autentico mi ha tenuto nei pressi di una scrittura intesa anche come archiviazione della memoria (la mia e l'altrui). 

  1. Che relazione c’è nel tuo romanzo tra il lavoro di documentazione su Gobetti, che credo sia stato molto meticoloso, e la tua “libertà” di riempire i “buchi” del suo privato con la tua scrittura, le tue emozioni e sensazioni, la tua visione retrospettiva di un tempo e un contesto così lontani? Hai  mai avuto la sensazione di una tua forzatura, o di aver oltrepassato un confine nel raccontare la sua dimensione umana privata?

La sensazione di una forzatura l'ho avuta a ogni pagina. È come violare quel "no trespassing" che si legge in "Quarto potere" di Welles: il confine del privato, e in questo caso della verità storica di un privato. Tra le ipotesi iniziali, c'era anche quella di un saggio narrativo, ma poi mi sono chiesto se non rischiasse di essere solo l'ennesima voce di una già ampia bibliografia su Gobetti. Volevo invece che la sua storia – la storia di Piero, prima che di Gobetti – arrivasse ai lettori di un romanzo. Dovevo quindi passare per la narrazione di un vissuto emotivo, provare a ricostruirlo, a dedurlo, a scavare nei documenti. Qualcuno mi ha rimproverato che, più di un romanzo di idee, questo è appunto un romanzo di sentimenti. Può darsi che sia un difetto, ma le mie intenzioni portavano lì. 

  1. Ti sei mai chiesto cosa penserebbe Gobetti del tuo romanzo?

                Non riesco a pensarci. 

4.      Dopo decenni di sostanziale assenza nel nostro paese di intellettuali “militanti”, nel senso di voci della cultura che denunciano e tentano di spiegare e far comprendere il presente con il genere di passione civile che connotava il lavoro di Gobetti, c’è più nostalgia o rinuncia nei confronti di figure così umanamente e culturalmente autorevoli nella società attuale? E’ forse la complessità del mondo presente e la “babele” di voci che si sovrappongono e si confondono nei discorsi pubblici, a rendere difficoltosa oggi la presenza e l’emergere di queste figure? Oppure queste figure esistono ma la loro voce si disperde nel caos di tanti discorsi autoreferenziali di chiunque pretende di sentirsi portatore di verità?

Prima di tutto c'è una questione di acustica. È più difficile sentire nettamente alcune voci, perché si sono appunto moltiplicate quelle che hanno accesso a un uditorio pubblico. Si sono moltiplicate e confuse. Gobetti, come tutti gli intellettuali del Novecento, non parlava a molti; parlava comunque a pochi – a quelle che si chiamavano élites – ma l'effetto del suo agire era più visibile, più netto, probabilmente più incisivo. Il  paesaggio è completamente mutato: nella confusione prodotta dai media, dai social network – dove ogni opinione vale, o sembra valere, un'altra – è più difficile distinguere e distinguersi. Soprattutto, il rischio è che emergano – a sfavore di quelle più profonde e autorevoli – quelle più chiassose, violente (ai limiti del plagio collettivo), superficiali. 

5.      Credo che la caratteristica principale dell’impegno di Gobetti sia l’assoluta
autenticità e gratuità del suo lavoro, la capacità di impegnarsi per ciò in cui si crede con completo disinteresse personale. Oggi invece ci si impegna in vista di carriere, di opportunità, di interessi personali. Importa meno ciò in cui si crede (o non si “crede” semplicemente a niente) rispetto a ciò che ci si propone di raggiungere in termini pratico-materiali?  Rispetto a questo ritieni che la stagione dei movimenti e dell’impegno tra la seconda metà degli anni 60 e gli anni 70 abbia avuto le caratteristiche dell’autenticità e della assoluta gratuità dell’impegno che connotarono la vita di Gobetti?

Non è facile dare un giudizio. Non ho vissuto quella stagione, e mi attengo al racconto dei testimoni e degli storici. Mi sembra senz'altro evidente che tanto slancio, tanto "idealismo", dopo quella stagione, non si siano più visti. È iniziata poi una pioggia di disincanto, un tempo in cui la battaglia delle idee ha risentito molto di derive populiste, ciniche, di grettezza, di pigrizia mentale. Detto questo, è importante non generalizzare: ho avuto modo di incrociare in giro per l'Italia moltissime persone impegnate e appassionate. 


6.      In un’epoca di sostanziale disimpegno dei giovani nei confronti della politica, quanto la vicenda di Gobetti che racconti può contribuire a smuovere la riserva inutilizzata di energie positive di cui sono certamente portatori? Forse ciò che manca è un obiettivo concretamente definibile e percepibile, una “prospettiva” sul futuro?

La frase di Gobetti "restare politici nel tramonto della politica" mi sembra un monito importante anche per il nostro presente. Io stesso appartengo alla generazione che, molto più delle precedenti, ha faticato a immaginare il futuro, a non sentirlo ostile. Abbiamo molte attenuanti ma anche diverse responsabilità. La vicenda di Piero Gobetti ci chiede di rispondere a una domanda molto precisa: quanta energia siamo disposti a spendere, eventualmente a sprecare, per non essere passivi nel tempo di cui siamo ospiti? E se questo tempo è ingrato (come forse, in parte, lo è ogni epoca) come si può e si deve contribuire, per non essere complici del peggio o indifferenti?

di Rosini Maria Teresa
 

giovedì 11 luglio 2013

Mandami tanta vita di Paolo di Paolo

Lunedì 15 Luglio ore 21,15

Circolo Nautico di San Benedetto del Tronto

Paolo di Paolo 
presenta il suo libro

Mandami tanta vita 

conversa con l' autore

Filippo Massacci


 “È così, monsieur, è vero? Potrebbe chiederlo al tassista. Potrebbe aprire il finestrino e domandarlo ai passanti, gridare: le idee, almeno le idee, ci sopravvivono?”


Moraldo, arrivato a Torino per una sessione d’esami, scopre di avere scambiato la sua valigia con quella di uno sconosciuto. Mentre fatica sui testi di filosofia e disegna caricature, coltiva la sua ammirazione per un coetaneo di nome Piero. Alto, magro, occhiali da miope, a soli ventiquattro anni Piero ha già fondato riviste, una casa editrice, e combatte con lucidità la deriva autoritaria del Paese. Sono i giorni di carnevale del 1926. Moraldo spia Piero, vorrebbe incontrarlo, imitarlo, farselo amico, ma ogni tentativo fallisce. Nel frattempo ritrova la valigia smarrita, ed è conquistato da Carlotta, una fotografa di strada disinvolta e imprendibile in partenza per Parigi. Anche Piero è partito per Parigi, lasciando a Torino il grande amore, Ada, e il loro bambino nato da un mese. Nel gelo della città straniera, mosso da una febbrile ansia di progetti, di libertà, di rivoluzione, Piero si ammala. E Moraldo? Anche lui, inseguendo Carlotta, sta per raggiungere Parigi. L’amore, le aspirazioni, la tensione verso il futuro: tutto si leva in volo come le mongolfiere sopra la Senna. Che risposte deve aspettarsi? Sono Carlotta e Piero, le sue risposte? O tutto è solo un’illusione della giovinezza? Paolo Di Paolo, evocando un protagonista del nostro Novecento, scrive un romanzo appassionato e commosso sull’incanto, la fatica, il rischio di essere giovani.

 Paolo Di Paolo è nato nel 1983 a Roma. Nel 2003 entra in finale al Premio Campiello Giovani e, con i Nuovi cieli, nuove carte, al Premio Italo Calvino. È autore tra l’altro di Ogni viaggio è un romanzo (2007) e di Raccontami la notte in cui sono nato (2008). Per Feltrinelli ha pubblicato Dove eravate tutti (2011, Premio Mondello e Premio Vittorini) e, nella collana digitale Zoom, La miracolosa stranezza di essere vivi (2012).
racconti






"Fidarsi della prima impressione può portare fuori strada. Comunque, per lui, era stata antipatia. Istintiva, quasi feroce. Si era voltato, come tutti i presenti, per il chiacchiericcio insistente in fondo all'aula. La lezione su Dante durava già da un'ora, la noia lievitava insieme ai versi. L'impettito professore, con gli occhi fissi sul libro - la sagoma di un'upupa, la testa stretta e un pennacchio di capelli bianchi- commentava ostinato a voce bassa. gareggiando in monotonia con lo scroscio della pioggia. Poi dev'essere caduto un libro a terra: il rumore ha spezzato di colpo la voce e una terzina incomprensibile del Purgatorio. Allora l'upupa ha finalmente alzato gli occhi piccoli come spilli, e li ha visti. 
Un gruppo di tre o quattro seduti alle ultime file - discutevano per fatti loro già da parecchio - aveva cominciato a sghignazzare. Prego loro signori, ha scandito l'upupa ruotando il collo a scatti, verso destra e poi verso sinistra, se non fossero interessati alla lezione, di volere abbandonare l'aula. A questo punto il più smilzo - svettava per altezza, con una nuvola di ricci chiari sulla testa - si è alzato di colpo, ha raccolto il libro che poco prima aveva fatto cadere e l'ha infilato in una tasca già sformata della giacca. Al collo portava una cravattina a nodo fisso e i polsini di celluloide, sul naso un paio di occhiali tondi che in quella luce grigia brillavano. Sulle labbra, un sorriso malizioso, quasi di scherno.
Illustre professore, ha spiegato, in verità si tratta di un'azione di protesta  contro la sua persona, oltre che del tentativo di svegliare dal sonno la sua platea. Molti hanno nascosto le risate portandosi la mano alla bocca. E' passato un interminabile minuto di silenzio. Il professore guardava fisso davanti a sé, come raggelato. Ha aperto la bocca senza che ne uscisse alcun suono. Poi le prime parole sono state Quasi smarrito. Cominciava con questa ammissione la sua replica di protesta?
Nell'aula persisteva il silenzio assoluto, a cui perfino la pioggia pareva essersi arresa. Quasi smarrito, ha ripetuto l'upupa, ma non era altro che il seguito della terzina dantesca interrotta Quasi smarrito, e riguardar le gentil/ che 'n Sennaàr con lui superbi fuoro. Superbi, aveva detto? Una semplice coincidenza. ll terzina successiva il gruppo dei provocatori aveva lasciato l'aula.
Moraldo era rimasto impressionato. La faccia di quel giovane l'aveva indispettito e riempito- lo avrebbe ammesso a fatica, storcendo la bocca- di curiosità. Quel tizio era antipatico, sì, inutile girarci intorno. Sicuro di sé, sprezzante: un ragazzino pallido cresciuto troppo in fretta, nervoso nei movimenti, il pomo d'Adamo sporgente. Avrebbe poi scoperto che lui e il suo piccolo clan venivano dalla facoltà di Legge  e che ogni tanto passavano da Lettere come uditori. Lui, il capo, aveva appena fondato una rivistina seriosa: ne aveva lasciata qualche copia sparsa sugli ultimi banchi. Si dava un gran da fare  tra conferenze, libri, discorsi di politica. C'era chi li chiamava, lui e i suoi amici, l'Accademia dei Partiti."