Civitanova
Marche, ridente e movimentata cittadina sull’Adriatico, attivo porto e meta
turistica, ha riempito diverse pagine di uno dei più importanti romanzi
femministi del secolo scorso: “Una donna” di Sibilla Aleramo, pubblicato nel
1906.
Rina
Faccio all’anagrafe si trasferì con la sua famiglia a Civitanova Marche nel
luglio del 1886, quando aveva dodici anni. Al padre, Ambrogio Faccio, era stata
affidata dal marchese Ciccolini, a ottime condizioni di lavoro, la direzione di
una fabbrica di bottiglie. La famiglia venne sistemata in un’ala del palazzo
Cesarini Sforza, dove fino a pochi anni prima era collocata la biblioteca
comunale; il balcone dell’appartamento affacciava da un lato su corso Umberto,
la via principale del paese, e dall’altro sulla piazza centrale.
È
così che Sibilla Aleramo descrive il suo primo impatto con la cittadina
marchigiana, che lei definisce nel libro “cittaduzza del Mezzogiorno”: “Sole,
sole! Quanto sole abbagliante! Tutto scintillava nel paese dove io giungevo: il
mare era una grande fascia argentea, il cielo un infinito riso sul mio capo,
un’infinita carezza azzurra allo sguardo che per la prima volta aveva la
rivelazione della bellezza del mondo. Che cos’erano i prati verdi della Brianza
e del Piemonte, le valli e anche
le
Alpi intraviste ne’ miei primi anni, e i dolci laghi e i bei giardini, in
confronto di quella campagna così soffusa di luce, di quello spazio senza
limite sopra e dinanzi a me, di quell’ampio e portentoso respiro dell’acqua e
dell’aria? Entrava ne’ miei polmoni avidi tutta quella libera aria, quell’alito
salso: io correvo sotto il sole lungo la spiaggia, affrontavo le onde sulla
rena, e mi pareva ad ogni istante di essere per trasformarmi in uno dei grandi
uccelli bianchi che radevano il mare e sparivano all’orizzonte.” Il
sole, il mare, la spiaggia che, a quel tempo, non era alla stessa distanza di
oggi dal centro del paese, appaiono agli occhi dell’Aleramo gli unici aspetti
positivi di quella nuova piccola realtà in cui è stata catapultata. Subito
dopo, infatti, dice: “ Nel paese, che si decorava del nome di
città, non esistevano scuole al disopra delle elementari”, e poco dopo
continua: “uscivo sull’alto balcone, guardavo giù nella piazza gli sfaccendati
presso la farmacia o dinanzi al caffè, qualche contadina oppressa da pesi
inverosimili, qualche ragazzo sudicio che inveiva contro qualche altro in un
linguaggio sonoro e incomprensibile.” L’ignoranza, la grettezza,
l’inerzia, il provincialismo sono i principali tratti con cui Sibilla Aleramo
caratterizza i civitanovesi, anche se il mare, con la sua luce, i suoi colori
al tramonto e le vele delle paranze che vi si susseguivano, colpisce più di
ogni altra cosa la sua attenzione: “In fondo alla piazza il mare luceva. Due
ore avanti il tramonto si disegnavano, lontane lontane, le vele delle paranze
di ritorno dalla pesca: s’avvicinavano, si colorivano di rosso e di giallo,
arrivavano una dietro l’altra, e il tumulto delle voci dei pescatori giungeva
fino a me: distinguevo il grido ritmico di quelli che traevano la barca alla
riva”.
Fu
tra la fine dell’ ‘800 e gli inizi del ‘900 che la costa civitanovese cominciò
a popolarsi e tutto il borgo ad assumere un aspetto più coeso e ordinato,
raccogliendosi prevalentemente intorno all’attuale piazza XX Settembre, fulcro
del paese. A quel tempo, Civitanova Marche era soprattutto un borgo di
pescatori. Ancora oggi, alcune delle loro vecchie case basse sono visibili
lungo le vie del quartiere un tempo chiamato Shangai e che ora si snoda tra
corso Dalmazia e corso Umberto I, delimitato da vie dai nomi marinari come
Nave, Conchiglia, Ancora, Vela e così via. Purtroppo, però, le loro condizioni
di vita erano ancora precarie, soprattutto a livello igienico: l’acqua potabile
scarseggiava e le strade si riempivano di liquami di ogni genere, focolai
dell’epidemia di tifo che colpì Civitanova nel 1899. La stessa Aleramo scrive: “migliaia
di pescatori vivevano ammucchiati a pochi passi da casa mia”.
Nel
1884, quattro anni prima dell’arrivo della famiglia
Faccio a Civitanova, era stata aperta la strada ferrata che collega Civitanova
Marche a Macerata e a Fabriano. Anche nel libro, Sibilla Aleramo ne fa un
accenno quando menziona le poche serate trascorse con la famiglia in campagna a
casa del proprietario della fabbrica, che risiedeva nel capoluogo vicino, con
tutta probabilità, proprio a Macerata: “Scendeva il crepuscolo e l’ora della
partenza del treno si avvicinava”.

Anche
l’interesse delle donne del paese per il pettegolezzo viene dall’Aleramo
severamente criticato: “ Le chiacchiere meschine e pettegole delle
donne si alternavano con le discussioni rumorose degli uomini”, afferma
a proposito dei rari incontri serali che avvenivano a casa di un parente del
marito. Soltanto un medico toscano, quindi non originario del luogo, susciterà
la sua approvazione e la sua stima, ma purtroppo morirà a causa dell’epidemia
di tifo.

La
casa in cui Sibilla Aleramo andò ad abitare insieme al marito, un impiegato
della fabbrica gestita dal padre, si trovava vicino alla stazione e si
affacciava su corso Umberto I; dalle finestre si potevano osservare il mare e
le colline che salivano verso Civitanova Alta, il vecchio incasato. Così la
scrittrice la descrive nel romanzo: “Le finestre della saletta da pranzo del
nostro appartamento davano su uno stradone, di là del quale si stendevano
alcuni orti; al fondo si scorgeva un profilo di colline e una striscia di mare.
Le altre stanze guardavano su un giardino piccolo e deserto, corso da
malinconiche spalliere di bosso, e su la linea ferrata. Ogni tanto, di giorno e
di notte, la casa tremava leggermente per il giungere e il partire dei treni, e
nella stanza si prolungava l’eco dei fischi.”
L’infelice
matrimonio con Ulderico Pierangeli, però, la vedrà reclusa in casa e
sottomessa
a un marito dittatore e maschilista, schiava di un “ambiente grossolano”, in
cui il pedante rispetto di ataviche tradizioni imponeva alle donne soltanto la
cura dei figli e della casa e l’osservazione di consuete pratiche religiose,
cosa che l’Aleramo non avrebbe mai potuto tollerare.
Dopo
ben undici anni, Sibilla Aleramo lasciò Civitanova Marche per trasferirsi con
il marito e il figlio a Roma, dove incominciò a lavorare come collaboratrice di
una rivista femminile. “ Il mare, la campagna, le strade del borgo,
in quella fine di settembre, dovevano avere una fisionomia dolcemente stanca,
esalare la migliore espressione della loro anima … Dopo undici anni dacché li
avevo visti per la prima volta, li lasciavo, movendo incontro all’ignoto.”
Dopo
la parentesi romana, tuttavia, Rina Faccio, suo malgrado, fece ritorno a
Civitanova Marche, in quel luogo ormai da lei odiato e tra quella gente con cui
sapeva di non avere niente in comune: “ Ecco, brutalmente, mi si chiudeva la via
dell’avvenire, mi si riconduceva nel deserto. E con me mio figlio, che avevo voluto
salvare dalle influenze dell’ambiente nativo … Laggiù, noi due, di nuovo, per
anni, per tutta la vita forse, con le mani avvinte e la bocca silenziosa, di
fronte a un popolo di lavoratori miserandi e pieni d’odio … ” Eppure,
qualche anno più tardi, esattamente nel febbraio del 1902, abbandonando con un
atto coraggioso e rivoluzionario marito e figlio, ribellandosi con forza e
anticonformismo al suo tragico destino di infelicità e di sottomissione,
Sibilla Aleramo, alias Rina Faccio, lasciò definitivamente il paese della sua
fanciullezza e giovinezza. Ma sempre nel suo cuore e nella sua mente sarà
scolpita l’immagine di quel paesaggio marchigiano che, nonostante tutto, lei
amò e contemplò più volte con piacere e ammirazione, quel panorama che fece
sempre da cornice alla sua vita civitanovese e che rappresentò spesso un
sollievo e un
conforto
al suo inguaribile dolore. “Lontano emergeva una doppia catena di
altezze, colline dinanzi, dietro gli Appennini. Borgate in cima a qualche
poggio si sporgevano, evocando il medio evo colle loro cinte merlate, colle
casette brune raggruppate intorno a qualche campanile aguzzo. La campagna e il
mare erano talora abbaglianti, talora cinerei; in certi giorni il silenzio
imperava, strano e dolce, in certi altri sembrava che ogni filo d’erba, ogni
goccia d’acqua affermasse la sua vita con un sussurro, e l’aria popolata di
suoni diveniva come sensibile”. C’è, in questa bellissima descrizione,
tutta l’essenza del paesaggio marchigiano, divenuto ormai anche a lei
intimamente familiare.
Con
l’animo colmo d’angoscia e di disperazione, Sibilla Aleramo andò incontro a una
nuova vita, sentendo, in cuor suo, che non sarebbe mai più tornata in questi
luoghi.
Di
Elvira Apone
Abito a Civitanova Marche da pochi anni e leggendo queste poche righe mi è sembrato che anche se sia passato più di un secolo da quelle percezioni avute da una ragazza di fine ottocento la percezione della realtà che mi circonda non è molto differente...............
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